Il destino dei cristiani d’oriente
dagli Ottomani all’Isis

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Da Reset-Dialogues on Civilizations

Nel 2005 Frassinelli pubblicò un bel libro fotografico dal titolo Gerusalemme perduta, scritto da Paolo Rumiz con le fotografie di Monika Bulaj. Il giornalista (e viaggiatore) di Repubblica vi raccontava del suo viaggio dalle Alpi a Gerusalemme alla ricerca dei cristiani “d’Oriente”. Con sua grande sorpresa (condita con una certa ingenuità e superficialità, a volte di troppo), Rumiz scoprì che tra i Balcani e il Levante le voci del cristianesimo esistevano e sopravvivevano in perfetto sincretismo e comunione con quelle di ebrei, musulmani e uomini e donne di altre fedi.

Nel suo Medio Oriente senza cristiani? Dalla fine dell’Impero ottomano ai nuovi fondamentalismi (Castelvecchi 2014) Riccardo Cristiano, vaticanista del Giornale Radio Rai, sembra riallacciarsi idealmente al libro di Rumiz: l’autore traccia una panoramica accorata e dettagliata della situazione dei cristiani orientali in Siria e Libano, decostruendo alcuni falsi miti (come quello dell’origine “fenicia” dei libanesi), ricordando il loro fondamentale apporto all’epoca della Nahda (Rinascita) ma anche le loro corresponsabilità in diversi episodi tragici e violenti della storia recente del Medio Oriente.

È da Beirut e dal Libano che parte e si conclude il racconto di Riccardo Cristiano: un paese dove la convivenza tra fedi diverse è vista da alcuni come una ricchezza, e come un problema da altri. Un problema, ci dice l’autore, perché lancia una sfida ai progetti di disintegrazione sociale basati sul settarismo; una ricchezza perché rappresenta la prova che è possibile costruire progetti basati sul “vivere insieme Mediterraneo”. Per Cristiano non si può e non si deve parlare di multiculturalismo quando si affronta il discorso dei cristiani e musulmani levantini, perché i cristiani arabi appartengono pienamente alla cultura araba, e hanno sempre contribuito a rivitalizzarla e a diffonderla nel mondo. Prova è l’epoca della Nahda che, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, rappresentò un grande momento di rinnovamento culturale, politico e religioso a cui cristiani e musulmani arabi di Egitto, Siria e Libano contribuirono insieme.

Tuttavia Cristiano, che è da sempre attento osservatore del dialogo interreligioso tra cristiani e musulmani, muove alcune doverose critiche a certi ambienti cristiani (tra cui i Lefebvriani e la destra cristiana libanese) che, invece di lavorare per la comune cittadinanza, hanno scelto di schierarsi con i progetti destabilizzatori, nella costante ricerca di nuovi protettori.

Per l’autore, il Medio Oriente odierno è preda degli appetiti e dei progetti di due macro-attori: i jihadisti e i pasdaran iraniani. In particolare questi secondi, secondo una tesi che egli espone con dovizia di particolari, pur sottolineando come la stessa non sia condivisa da molti, starebbero per tirare le somme di un progetto che data decenni e che coinvolge gli Assad in Siria e Hezbollah in Libano e che punterebbe a realizzare un corridoio sciita che dal Golfo Persico arrivi al Mediterraneo. Le vittime di questo progetto? Sunniti e cristiani.

Tra il progetto iraniano “apocalittico” e l’altrettanto pericoloso progetto di distruzione jihadista, stanno le società civili arabe, protagoniste solo pochi anni fa di una stagione epocale di rivolte e cambiamenti che aveva come obiettivo quello di ricostruire gli Stati arabi sui fondamentali e condivisi concetti di diritto, uguaglianza e cittadinanza. Una stagione che per l’autore era cominciata proprio dieci anni fa a Beirut quando, il 14 marzo del 2005, un milione e più di libanesi scesero in strada per chiedere il ritiro delle truppe siriane, che occupavano il paese fin dall’inizio della guerra civile libanese negli anni ’70.

Di fronte ai progetti egemonici dei jihadisti e del gruppo Stato islamico, i cristiani orientali oggi sono ad un bivio e devono scegliere quale strada percorrere: liberarsi dalla categoria della “minoranza”, in cui alcuni si sono volontariamente incasellati, è il primo, fondamentale passo. Nel lavoro di riconciliazione sociale, culturale e politica delle società arabe, il ruolo a cui oggi i cristiani orientali sono chiamati è quello di “honest broker” tra le parti in conflitto di un Medio Oriente in cui differenza è sempre stato sinonimo (e deve continuare ad esserlo) di ricchezza, contro il virus del settarismo e degli appetiti geopolitici.

Protagonista essenziale e silente in tutto il libro di Cristiano è Padre Paolo dall’Oglio, il gesuita italiano custode del monastero di Mar Musa in Siria e attivissimo sostenitore del dialogo tra cristiani e musulmani, che fu rapito proprio in Siria nel 2013 e di cui non si sono più avute notizie.

Lo si ritrova anche nelle peregrinazioni di Paolo Rumiz, che lo incontrò in Siria nel suo monastero e lo ricorda così: “Dalla foresteria sento una voce stentorea che impartisce ordini in arabo. È padre Paolo, il leader gesuita che ha scoperto e restaurato questo luogo quand’era in rovina. Esce in tonaca a ciabatte, è massiccio come un armadio, un homo faber prima che un mistico, l’albergatore instancabile di una roccaforte visitata da migliaia di pellegrini, un costruttore di ponti tra il mondo aramaico dei cristiani e quello degli arabo-musulmani, tra i frutteti irrorati dal Monte Libano e il deserto dei pastori”.

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Titolo: Medio Oriente senza cristiani? Dalla fine dell'impero ottomano ai nuovi fondamentalismi

Autore: Riccardo Cristiano

Editore: Castelvecchi

Pagine: 192

Prezzo: 19.50 €

Anno di pubblicazione: 2014



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