La rivincita sciita: dai conflitti interni all’Islam al futuro incerto del Medio Oriente

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Il Medio Oriente è più esposto oggi all’instabilità e all’estremismo che in qualsiasi altro momento da quando la rivoluzione islamica scalzò un alleato Usa dal trono di quel paese e portò al potere i radicali sciiti. Il conflitto in Iraq ha portato al potere una coalizione religiosa sciita e ha creato un’insorgenza islamica e nazionalista che rafforza l’estremismo jihadista.

Ne “La rivincita sciita”, pubblicato in Italia da Università Bocconi Editore, Vali Nasr, preside della School of Advanced International Studies alla Johns Hopkins University, di origine iraniana ed uno dei massimi esperti di Medio Oriente, ripercorre dalle radici la storia dei conflitti che nei secoli hanno lacerato il mondo islamico, e la utilizza per spiegare l’attualità attraverso le differenze che da sempre hanno caratterizzato i sunnismi e gli sciismi.

Sciismo e sunnismo non solo interpretano la storia, la teologia e la legge islamica in maniera differente, ma ciascuno respira un distinto ethos di fede e devozione, che alimenta un particolare temperamento e uno specifico approccio alle questioni relative a quel che significa essere musulmano. La rivalità risale ai primissimi tempi dell’Islam e della crisi di successione che seguì alla morte del profeta Maometto nell’anno 632.

Nasr racconta la successione del Profeta, le vicende dei primi califfi Abu Bakr, Omar, Othman e Alì, cugino e genero del Profeta, fino alla battaglia di Karbala del 680, quando i soldati di Yazid I uccisero Hussein, il figlio di Alì, oltre a 72 compagni e familiari. E quanto questi accadimenti abbiano condizionato la visione dell’Islam non solo come fede ma anche e soprattutto come rappresentazione politico-governativa. Per i sunniti che detenevano la leadership e per gli sciiti che non associavano la fede a risultati di potere concreto.

Nessuna osservanza rituale è più importante di quella associata con la morte di Hussein – l’evento fondatore per eccellenza dello sciismo. Dopo Karbala, gli sciiti hanno continuato a contrapporsi al califfato, ma non hanno mai avuto la possibilità di scalzare il predominio sunnita sulla politica del mondo islamico. I califfi sunniti temevano lo sciismo non tanto come deviazione teologica quanto come minaccia politica. L’idea di una discendenza del Profeta che rivendicasse il diritto a governare e porsi contro i sovrani ha sempre avuto il potere di catturare l’immaginazione popolare.

Eppure anche per lo sciismo, arriverà il tempo della formazione di una politica. L’emergere dei nazionalismi nel mondo arabo è per Nasr l’ennesima speranza disattesa per gli sciiti che dopo la prima Guerra Mondiale credono finalmente che possano formarsi delle identità nazionali derivate dalla lotta al colonialismo e non basati su fratture settarie. Peccato che gli stati “modernizzatori” si rivelarono subito come autoritari e tirannici, e non tardarono a utilizzare i  pregiudizi settari per imporre l’autorità. Una tecnica che è stata replicata anche in anni più recenti.

Gli stati portabandiera del nazionalismo arabo – Egitto, Siria, Iraq – erano stati tutti sedi del potere sunnita. I governanti di questi ultimi due paesi in particolare rivendicavano la leadership del mondo arabo da capitali il cui prestigio era legato alla loro condizione passata di sedi degli imperi omayyade e abbaside.

Gli sciiti scontano una storia di scarsa rappresentanza nelle istituzioni come negli alti ranghi dell’esercito, nonostante – è il caso iracheno – abbiano sempre rappresentato la maggioranza della popolazione. Nell’esercito di Saddam Hussein i soldati di leva erano sciiti, come pure i lavoratori del settore petrolifero in Arabia Saudita. Ma nessuno di loro ha scalato il potere. Per arrivare alle prime interpretazioni politiche dello sciismo si deve arrivare agli anni Sessanta e Settanta. Un capitolo a parte è dedicato all’Iran e all’ascesa di Khomeini che riesce a incanalare il movimento di opposizione allo scià in una corrente dove il governo degli ulema è la soluzione. E dove autorità clericali come Ali Shariati fondono lo sciismo con i principi della lotta di classe, nel cosiddetto sciismo rosso.

Alla fine degli anni Settanta molti giovani ulema erano caduti sotto l’influenza di Shariati, e anche loro definivano Karbala semplicemente un modello per la rivoluzione sociale. La lettura marxista dello sciismo di Shariati finì per definire il movimento di Komeini. Mentre la Repubblica Islamica d’Iran ha convertito gli ulema sciiti in classe dirigente – un’élite guardiana politica oltre che religiosa – più che Platone fu Marx a scandire il tempo della rivoluzione.

 Quel che è certo è che la rivoluzione iraniana del 1979 segna uno spartiacque nella storia dello sciismo, per la risonanza mondiale e per aver provocato una sorta di risveglio negli sciiti, che si mettono in moto in Pakistan, Afghanistan, Arabia Saudita, Kuwait, Bahrein, Iraq e Libano, abbandonando il nazionalismo arabo e le ideologie di sinistra per formare movimenti politici dichiaratamente sciiti.

Questa sollevazione provocherà un tentativo di colpo di stato in Bahrein, come pure una forte repressione in Iraq da parte del regime di Saddam Hussein, e alla fine, come evidenzia Nasr, solo il Libano riuscirà a dare un’impronta sciita di lungo periodo, non tanto con il movimento Amal che pure aveva formato i Guardiani della Rivoluzione iraniana, ma con la nascita di Hezbollah.

Le conseguenze sono una politica di tolleranza zero nei confronti dei sunniti al governo, e una polarizzazione dei fondamentalismi da entrambe le parti, che avrà come protagonisti di rilievo, da allora in poi, l’Iran e l’Arabia Saudita.

Fu la sfida diretta da Khomeini all’Arabia Saudita a galvanizzare l’opposizione sunnita alla rivoluzione iraniana e al risveglio sciita. Khomeini vedeva la monarchia saudita come un lacchè degli americani, una dittatura impopolare e corrotta che poteva essere rovesciata senza difficoltà. Era la prima volta che un leader sciita osava fronteggiare il wahhabismo, ingaggiando una battaglia contro di esso. Ma il wahhabismo non era isolato nel mondo musulmano quanto Khomeini aveva immaginato, e la casa dei Saud negli anni Ottanta non era vulnerabile quanto il regime dei Pahlavi nel 1979.

 L’altro paese sul quale Nasr si sofferma a lungo, per raccontare gli sciiti, è l’Iraq. Dopo la caduta di Saddam nel 2003, e la fine di un regime di minoranza sunnita, il paese riapre i suoi centri sacri di Karbala e Najaf ai pellegrini del resto del mondo, mentre l’ayatollah Sistani emerge come leader degli sciiti iracheni, e riesce a tessere rapporti equilibrati con gli Usa, senza mai mostrarsi né filoamericano né contrario alla presenza degli Stati Uniti.

Era questa una visione pragmatica agli antipodi sia dell’idealismo rivoluzionario di Khomenini sia della politica combattiva di Hezbollah; un rapporto pratico con gli Stati Uniti basato sulla prospettiva di realizzare gli interessi degli sciiti. Fintanto che la politica e la presenza degli statunitensi in Iraq avessero fatto gli interessi degli sciiti, Sistani avrebbe trattato con loro.

 Nell’ultimo capitolo de “La rivincita sciita”, scritto per la nuova edizione, Nasr tira le somme della storia e apre una riflessione sull’attualità, dalle primavere arabe del 2011 all’ascesa dello Stato Islamico nel 2014.

Dopo che l’invasione e l’occupazione statunitensi nel 2003 mandarono in pezzi lo stato iracheno dando via libera al nazionalismo curdo e aprendo la strada all’ascesa sciita, la Primavera araba ebbe un impatto analogo in Siria, Yemen e Bahrein, sfidando radicate istituzioni statali ad aprire la porta alla competizione per il potere fra maggioranze e minoranze.

Una sfida ancora aperta, che si è trasformata rapidamente in guerra, e che pone un quesito su tutti: anche la “pace” dovrà inchinarsi al settarismo e pagare il prezzo dello smembramento di stati falliti?

Titolo: La rivincita sciita. I conflitti interni all'Islam e il futuro del Medio Oriente

Autore: Vali Nasr

Editore: Università Bocconi Editore

Pagine: 256

Prezzo: 24 euro €

Anno di pubblicazione: 2017



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