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Italia, la sinistra dimentica la società
Un dossier di Reset
Giovedì 10 Giugno 2010
Phillip Blond con il suo "red torism" ha propostoin chiave britannica qualche cosa di più di un aggiornamento retorico del “compassionate conservatism” dei neocons americani e ha cercato di dare uno notevole slancio di socialità alla piattaforma di David Cameron. «Reset» ne ha tratto una domanda per la sinistra europea e per quella italiana in particolare: come mai i progressisti pur avendo ereditato il ruolo della critica sociale e della solidarietà fanno oggi fatica ad affermarsi sulla frontiera della giustizia sociale, della tutela dalla povertà? Come può apparire più incisiva e più vicina alla sensibilità popolare (e delle comunità locali) la proposta della destra? Su «Reset» rispondono Marcello Messori, Stefano Zamagni e Laura Pennacchi.
Per Messori «quando la “destra” parla di uguaglianza e di solidarietà, tende a farlo nel segno della difesa dello statu quo ante che viene propagandato come meno selettivo e diseguale rispetto a un indeterminato e minaccioso futuro; e quando la stessa “destra” parla di “lotta alla povertà”, tende a farlo nel segno di un’offerta di protezione che sconfina con il ripristino del vassallaggio verso la parte più debole della società. I progressisti dovrebbero, invece, combinare i valori di uguaglianza, di lotta alla povertà e di solidarietà con l’apertura e il governo del cambiamento», mentre « i governi di centrosinistra, succedutisi dopo l’adesione italiana all’Unione monetaria europea (1998), hanno oscillato fra un’acritica esaltazione del nuovo e la rincorsa alle posizioni più reazionarie di rifiuto del cambiamento»
Per Zamagni «abbandonata la sponda del sociale, della solidarietà organizzata, la sinistra è passata ad abbracciare le ragioni dell’individualismo assiologico, per timore di essere tacciata di rigurgiti collettivistici. La difesa dei diritti individuali è così diventata la nuova frontiera della politica, ignorando però – e questo è stato un grave errore teorico – che è il personalismo e non già l’individualismo ad assicurare la «migliore» e più efficace difesa dei diritti individuali». Ne è sorto un «dualismo: si applica il codice simbolico del bene totale quando ci si occupa di bioetica o di diritti individuali; si invoca invece il codice del bene comune quando si devono affrontare questioni come quella del lavoro o del nuovo welfare. Ma come si è potuto non capire che non si può essere fautori di due logiche così diverse?»
Per Laura Pennacchi il paradosso dipende anche dal fatto che la destra può attingere a un populismo estremamente duttile, fungibile in molte direzioni, neoliberalismo compreso, con un’attitudine semplificatoria preclusa alla sinistra, data la complessità delle ambizioni trasformatrici di cui è storicamente portatrice.




