Reset Online > Nord e immigrati: l’integrazione possibile
Integrazione malgrado la Lega
Renzo Guolo
Mercoledì 28 Aprile 2010
Nel successo leghista in Veneto – il 26,8% alle elezioni politiche del 2008 – la questione immigrazione ha giocato un ruolo decisivo. In quanto sapiente «imprenditore politico della paura» il Carroccio ha sfruttato, più che la sottovalutazione della devianza legata alla presenza di irregolari o «clandestini», l’incapacità del centrosinistra di elaborare un convincente discorso in materia. Discorso che non fosse intriso di facile quanto minoritaria retorica multiculturalista o, nella sua versione realpolitik, in raziocinanti riflessioni sui bisogni dell’economia. Sapientemente alimentato da poco occulti persuasori dell’opinione pubblica il senso comune è divenuto altro: trasformando il già dilagante tema della paura incontrollabile e angosciosa «paura della paura». Una trasformazione dell’immaginario collettivo che ha premiato chi garantiva di mettere fine all’insicurezza.
La facile ricetta leghista prometteva, da un lato, di sfuggire a un crescente senso di impotenza di fronte a un fenomeno percepito come incontrollabile; dall’altro, di cercare riscrivere il patto che salda una comunità, o presunta tale, al territorio, stabilendo un nesso, purché sia, tra politica e responsabilità. Anche ed esclusivamente nella logica di ordine pubblico, fatta valere essenzialmente nei confronti delle «nuove classi pericolose», nelle quali gli immigrati sono collocati ascrittivamente.
Gli immigrati sono diventati, infatti, oggetto di quello che Bauman chiama scapegoating, della tendenza a proiettare la propria vittimizzazione su un determinato oggetto, nel tentativo di trovare un pretesto contro cui combattere per ricomporre e dare senso all’agire di gruppi e individui. In realtà il tentativo di rifondare il potere locale sull’antagonismo nei confronti dello straniero e sull’uso della politica come ars persecutoria non ha certo prodotto la scomparsa dell’immigrazione, ma permette alla Lega di presentarsi con il volto dell’unico, affidabile, moderno katechon, argine che trattiene un invasore ormai penetrato capillarmente nel territorio.
Una ricerca di un’identità collettiva che si forma contro gli immigrati e che passa per l’illusorio tentativo di ricostituire una comunità che significa essenzialmente identicità: comunità mondata da ogni differenza, che a sua volta significa esclusione dell’altro. Illusorio perché la ricerca dell’identità a partire dal localismo non può, realisticamente, restaurare l’equilibrio perduto. Ogni tentativo di ricostruzione artificiale produce, al massimo, per usare ancora categorie baumaniane, un surrogato di comunità, che placa solo temporaneamente le ansie individuali e collettive prodotte dai processi di trasformazione globale che generano insicurezza.
Decostruzione di un mito politico
La Lega è radicata in aree caratterizzate, negli ultimi tre decenni, da altissimi tassi di crescita. Deve perciò coniugare ideologia securitaria e funzione di katechon, con la necessità di assicurare alle imprese manodopera e flessibilità. Obiettivi che l’immigrazione, in quanto moderno esercito industriale di riserva, garantisce. Per vincere le resistenze di ambienti imprenditoriali timorosi che l’eccesso ideologico leghista possa ostacolare la crescita economica, il Carroccio non disdegna una certa doppiezza. Visibile nella minimizzazione a mero folclore di proclami xenofobi e nel continuo rinvio, come strumento di legittimazione, al mito politico dell’integrazione efficace nelle aree in cui governa.
Un mantra ripetuto sulla scorta di alcuni dati, che andrebbero meglio interpretati, secondo cui proprio nelle province del Nordest in cui il Carroccio amministra vi sarebbe il massimo indice di integrazione degli immigrati. Un mito politico abusato, perché, in realtà, a Nordest l’integrazione avviene malgrado la Lega. Gli indicatori che dovrebbero convalidare empiricamente quell’abusato mito rilevano, infatti, la fruizione da parte degli immigrati di servizi, forniti da soggetti privati o da enti pubblici diversi da regioni, comuni e province; si tratta di un’integrazione spinta dalle necessità dell’economia e dal concreto esercizio di diritti individuali e sociali costituzionalmente garantiti. Se accanto al tasso di occupazione, che dipende dal mercato, si inserisce, ad esempio, un indicatore come l’accesso al welfare locale, la fotografia muta, infatti, in maniera rilevante. Non a caso una ricerca Cnel che ha adottato questo metodo ha visto precipitare il Veneto dai vertici al settimo posto nella classifica delle regioni in cui gli immigrati si integrano meglio: quella più virtuosa appare l’Emilia Romagna. I dati Cnel si riferiscono al 2006. È prevedibile che provvedimenti presi di recente da amministrazioni locali che si reggono su un monocolore leghista o in cui in Carroccio è influente partner di coalizione, abbiano fatto scendere ulteriormente verso il basso quelle posizioni. Quelle amministrazioni hanno, infatti, tagliato la spesa, già esigua, che sostiene l’integrazione; e implementato forme di discriminazione, fondate sul criterio della cittadinanza, che si traducono in politiche pubbliche che privilegiano l’accesso a prestazioni e servizi degli italiani a scapito degli stranieri. Una sorta di razzismo istituzionale che colpisce gli stranieri indipendentemente dal fatto che paghino imposte e tasse, e contribuiscano a finanziare spesa pubblica e welfare locale. Decisioni giustificate con la necessità di far fronte alle sempre più scarse risorse dello «Stato sociale». E prese contando sul fatto che gli immigrati non sono in grado di sanzionare politicamente gli autori dei provvedimenti mentre, viceversa, i cittadini saranno grati a chi li ha difesi dall’accesso ai servizi dei nuovi «concorrenti».
Immigrazione e sicurezza
La politica ostile nei confronti dell’immigrazione resta, dunque, in Veneto un fattore decisivo nel determinare il successo del Carroccio. Del resto, i numeri parlano chiaro. Se in Italia gli immigrati regolari sono oltre quattro milioni e mezzo, tenendo conto anche delle recentissime regolarizzazioni e quelli con il permesso di soggiorno ammontano al 7,2%, il Veneto è la seconda regione per presenze (11,7%), seconda solo alla Lombardia (23,3%). Province come Treviso e Verona, non a caso ad alta densità leghista, contano presenze che ormai si avvicinano ai centomila stranieri. In questo universo in crescente espansione demografica le donne sono circa la metà (48,6%) e i minori in rapida crescita.
Ma, proprio a partire da simili numeri, è possibile affrontare un tale fenomeno nella sola ottica del riflesso identitario o dell’ordine pubblico? Anche in Veneto si fa strada la consapevolezza, in diversi settori politici, nella Chiesa e negli stessi ambienti imprenditoriali, che il modello disciplinare del Carroccio produce, in prospettiva futura, più problemi che risposte. Sotto il tallone di ferro leghista si è, infatti, imposto in Italia un modello nominalmente assimilazionista, ispirato dalla generica formula «gli immigrati rispettino le nostre leggi e tradizioni». Poco più che uno slogan, corredato, però, da una raffica di divieti. Ne è risultato un assimilazionismo forzoso ma monco: l’assenza di cittadinizzazione lo rende poco appetibile agli immigrati, che dovrebbero rinunciare alle proprie identità, culturali, etniche e religiose, in cambio del nulla. Se in Francia, luogo per eccellenza dell’assimilazionismo, la rinuncia ai particolarismi identitari ha come oggetto di scambio politico la cittadinanza, ottenuta più facilmente in base al contrattuale ius soli, in Italia si chiede di rinunciarvi senza contropartita. Con tutte le contraddizioni che ne derivano.
Formalmente assimilazionista, il modello disciplinare imposto dal Carroccio si regge, infatti, sullo ius sanguinis che sbarra l’accesso alla cittadinanza dello straniero. Ideologicamente assimilazionista, ma di un assimilazionismo di tipo downward, verso il basso, che consegna programmaticamente gli immigrati a una marginalità che si autoalimenta, il modello disciplinare funziona, di fatto, come un modello multiculturalista.
Stigmatizzando gli immigrati come portatori di irriducibili differenze etniche e religiose, il disciplinarismo in salsa padana rinuncia volutamente a stimolare qualsiasi interazione che non sia meramente funzionale all’economia; riproducendo una separatezza che moltiplica intoccabili ghetti identitari. Comunità parallele, destinate a non incontrarsi mai. Un modello, quello disciplinare, che non raggiunge gli obiettivi sbandierati poiché non garantisce nemmeno la lealtà politica assicurata nei paesi che hanno adottato l’opzione multiculturalista da quanti ritengono conveniente il patto che lo sorregge.
Questo assimilazionismo senza assimilazione, questo multiculturalismo negato e di fatto riprodotto nella sua versione, priva di vantaggi sistemici, dell’enclave identitaria rancorosa e ostile, rischia di provocare seri problemi. Dentro al magma oscurato della segregazione sociale crescono, infatti, più che stranieri, estranei. E tra estranei non si sviluppa solidarietà ma conflitto, anche secondo la logica amico/nemico.
Una consapevolezza che ormai guadagna trasversalmente proseliti. Se forze di centrosinistra faranno proprio un simile approccio, anche in Veneto dove la riconferma della giunta Zanonato mostra che i cittadini apprezzano chi coniuga insieme integrazione e sicurezza, forse potranno sparigliare la rendita politica che la questione immigrazione ha sin qui assicurato al Carroccio.
Questo articolo è tratto da Reset 116, novembre-dicembre 2009




