N. 128 Nov-Dec 2011

Numero 128
Novembre - Dicembre 2011

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La terza via padovana

Intervista a Flavio Zanonato di Alessandro Lanni

Mercoledì 28 Aprile 2010

«Né buonisti né leghisti. Il buonista sembra solidale ma non produce nessun effetto; l’altro fa la faccia cattiva ma non affronta alla radice i problemi. Sono due impostazioni simmetriche ed entrambe inefficaci». La «terza via» di Flavio Zanonato riparte da qui, da un pragmatismo padano di sinistra che gli è valso la rielezione a sindaco di Padova nella pessima tornata elettorale dello scorso giugno|.
Rispetto delle regole e soluzione dei problemi di tutti, non c’è alternativa nella transizione da un’Italia monoculturale a quella multietnica, un processo in corso da un decennio ma rapidissimo (se si pensa all’Europa continentale o alla Gran Bretagna) e di fronte al quale non si possono percorrere strade facili. Il Nordest è avanguardia e laboratorio nel quale sperimentare l’alternativa alla Lega che su questi temi detta l’agenda. Bene le aperture di Fini, per esempio sulla legge sulla cittadinanza, ma non ci illudiamo, dice il sindaco.
Nonostante il successo, il consenso e i ripetuti successi a Padova non sono bastati per far prendere sul serio nel Pd nazionale la ricetta di Zanonato. Con Bersani segretario, il sindaco entra ora nella direzione nazionale. Cambierà qualcosa?

 

Perché si fa così fatica a livello nazionale nel Pd a valorizzare esperienze di successo come la Sua a Padova?
Innanzitutto va sottolineato che ci sono forze che, sul degrado e sull’allarme sociale, costruiscono un consenso politico e quindi non vogliono trovare una soluzione al problema. Convincono l’opinione pubblica che esistono soluzioni semplici a problemi complessi. L’idea che il problema della sicurezza si risolva soltanto con la repressione è una convinzione molto diffusa tra la gente, e questo in parte è comprensibile, ma occorre contemporaneamente sapere che senza l'integrazione, senza la cura del disagio sociale, senza l'educazione alla legalità e la prevenzione, nessuna sicurezza può essere garantita.

 

Ma a lucrare politicamente sulle preoccupazioni della gente sono i vostri avversari. Cosa serve per comunicare un certo modello di successo di governo del territorio?
È necessaria un’organizzazione diffusa che spieghi come vanno le cose. Un’organizzazione presente sul territorio che spieghi come stanno realmente le cose e dica con chiarezza qual è il proprio punto di vista.

 

Un’organizzazione ossia un partito?
Quando non c’è un partito radicato, ogni piccola difficoltà viene ingigantita e diventa il centro d’interesse per una piccola comunità. Spostare il punto di vista dal particolare di un quartiere a quello di una città o di una regione è il risultato di un’attività politica e culturale che è necessario fare. Chi se ne assume il compito? La Lega certamente no, i giornali neppure, questo tipo di impegno spetterebbe ad un’organizzazione che oggi non c’è.

 

Lei era il sindaco del muro di via Anelli, oggi il «Mattino di Padova» titola «All’Arcella il clone di via Anelli». Siamo di nuovo al punto di partenza?
I quotidiani si sentono orfani di via Anelli. Stanno cercando di ricostruirla in qualche altra zona della città. Di articoli di quel genere ne ho letti una cinquantina. Abbiamo una stampa alla quale interessa solo vendere i giornali. E se di un posto si può dire che è la «nuova via Anelli» i giornali fanno festa.

 

I giornali distorcono. Sia a destra che a sinistra si è accusata la carta stampata. Quale sarebbe la colpa della stampa?
Ci troviamo oggi con dei quotidiani che cercano di influenzare le scelte dei partiti. Non si pongono l’obiettivo di informare, bensì quello di condizionare le forze politiche. Pensiamo alla campagna contro Berlusconi promossa da «Repubblica». Premetto che sono indignato per il comportamento del premier per la vicenda delle escort, come d’altra parte molti italiani. Ritengo però che il Pd non possa occuparsi esclusivamente di questo tema, trascurando invece questioni importantissime, come quelle legate al lavoro e alla crisi economica, che stanno molto a cuore ai cittadini.

 

Ma questo non è anche, e soprattutto, un limite del Pd?
Insisto sul punto: serve un’organizzazione politica che sia radicata sul territorio e che sappia attribuire ai giornali il giusto peso. I giornali  hanno il compito di informare e stimolare, ma non sono eletti, non hanno una responsabilità nei confronti dei cittadini, non rischiano di perdere o di vincere. Servono strumenti autonomi per creare un’opinione pubblica. Il cittadino ti parla di Berlusconi e delle escort o ti parla anche di qualcos’altro? Il partito deve tornare in sintonia con i cittadini. L’opinione pubblica deve tornare a formarsi grazie all'intervento di due attori distinti:  le forze politiche e i mezzi dell’informazione.

 

Il presidente della Camera Gianfranco Fini sta raccogliendo molte simpatie nel popolo del Partito democratico. Spesso dice cose che la gente di sinistra si aspetta che le dicano i suoi rappresentanti. Anche sul tema dell’immigrazione. Come spiega questo fenomeno?
Ci sono molte ragioni. Se Fini dice qualcosa che penso anch’io da tempo, la sua dichiarazione diventa una conferma delle mie tesi, perché proviene da un uomo politico che appartiene ad un'altra area culturale. Naturalmente, bisogna stare attenti alle furbizie. In passato Fini ha sostenuto posizioni ben diverse dalle attuali, molto negative, ad esempio nei confronti degli immigrati. Oggi ovviamente mi fa piacere che abbia cambiato idea: non mi spello le mani, ma un applauso lo posso fare.

 

L’accusa che Le viene spesso rivolta è quella di essere più leghista che di sinistra. Lo «sceriffo rosso», così La chiamano i giornali. Come risponde?
Ho apprezzato la disponibilità del ministro Maroni all’ascolto e al dialogo. Una disponibilità che spesso non ho trovato tra i governanti di centrosinistra. Però non scherziamo, la Lega immagina una società in cui l’immigrazione non esiste. Non si occupano di costruire una soluzione a un problema così complesso. Dobbiamo invece essere consapevoli che non si torna indietro nel tempo, gli immigrati sono presenti sul territorio e sono una risorsa. Su questo punto la politica di Maroni è debole.

 

Nella maggioranza che la sostiene c’è anche una consigliera romena, Nona Evghenie, che immagino dia il suo contributo non solo per comprendere meglio le esigenze di una comunità ormai molto consistente da queste parti ma anche per rappresentarla in una sede politica e istituzionale. Secondo Lei perché se votassero in questo momento buona parte di coloro che non hanno la cittadinanza, dunque che non hanno diritto di voto, voterebbero a destra?
Noi abbiamo spesso idee ed esigenze molto diverse rispetto a quelle degli immigrati. Per esempio,  l’atteggiamento tipico della sinistra è una maggiore disponibilità, rispetto alla destra, a far entrare immigrati sul nostro territorio. Gli immigrati, invece, molto probabilmente non vogliono altri competitori sul mercato del lavoro. Da che parte sono gli immigrati su questo punto? 

 

Attribuire agli immigrati i nostri sentimenti di solidarietà e apertura. È questo l’errore della sinistra?
Essere più disponibili con gli immigrati non equivale automaticamente ad avere il loro consenso, è una percezione che parte dall'erronea convinzione che il punto di vista dell’immigrato coincida con il nostro. Non è affatto così.

 

Non esiste una solidarietà tra gli ultimi arrivati?
L’immigrato cerca relazioni con i suoi connazionali e poi cerca di rapportarsi con gli italiani. Al marocchino non interessa entrare a far parte della comunità senegalese: perché deve sommare due svantaggi? Gli interessa piuttosto crescere nella comunità che lo ha accolto. L’idea «di sinistra» per cui c’è l’esigenza di una società multiculturale e multietnica non sempre è condivisa dagli immigrati.

 

Sarà per questo motivo che i sondaggi fatti finora dicono che la maggioranza degli immigrati in Italia voterebbe centrodestra?
Gli immigrati decidono chi votare sulla base delle loro esigenze, non per favorire l'immigrazione. Esistono poi aspetti culturali importanti. I romeni, per esempio, come tutti quelli che provengono dall’Europa orientale, faranno fatica a votare politici di sinistra. Anche le tradizioni religiose contano. Un musulmano, ad esempio, ha una concezione dei rapporti tra le persone e del ruolo della donna che non coincide con quella della sinistra.

 

Si arriva quasi a prefigurare un immigrato leghista, almeno nei valori di riferimento.
Gli immigrati preferiscono che le frontiere siano chiuse. Hanno paura di rimetterci se aumenta il numero di cittadini stranieri in Italia. Così come non sono favorevoli a comportamenti lassisti da parte delle Istituzioni, perché sanno che chi di loro si comporta male, non rispettando le regole, danneggia l’intera comunità. Il marocchino che spaccia disturba la maggior parte dei marocchini che vanno in cantiere a lavorare e si spezzano la schiena e che  vogliono essere identificati con lui.  La maggioranza dei cittadini immigrati che hanno scelto di integrarsi e di comportarsi correttamente non tollerano chi viola la legge, chi delinque.

 

Ma la sinistra non ha speranze neanche su questo fronte?
La sinistra deve allearsi con coloro che lavorano onestamente e non con chi si comporta scorrettamente. I primi a pensarla così sono gli immigrati.

La proposta di legge Sarubbi -Granata sulla cittadinanza sta trovando molte difficoltà.
Entriamo nel merito: noi dobbiamo immaginare e praticare un percorso realizzabile di integrazione. Chi si comporta correttamente in Italia è un nostro alleato e dobbiamo accompagnarlo e integrarlo in modo che diventi parte della nostra comunità. Dobbiamo dunque favorire tutte le politiche che vanno in questa direzione e rifiutare le politiche che tendono ad emarginarlo. Va bene quindi accorciare i tempi per ottenere la cittadinanza. Per i bambini che sono nati in Italia è evidente che la cittadinanza dovrebbe essere automatica, come avviene in molti paesi. Nelle scuole, ad esempio, i bambini neri o cinesi hanno la maglietta della nazionale italiana. L’amicizia tra i bambini è un potente strumento d’integrazione ed avvicina anche le famiglie.

 

E del voto agli immigrati cosa ne pensa?
Riconoscere il diritto al voto amministrativo, dopo un certo numero di anni, è del tutto ragionevole. In un condominio, ad esempio, vota l’immigrato perché paga le spese e vuole decidere come vanno impiegati i soldi. In una comunità, così come in una città, l’immigrato paga le tasse e utilizza i servizi, è giusto dunque farlo votare alle amministrative. Alle politiche si decidono le strategie di un paese, anche in politica estera, quindi è necessaria la cittadinanza. 

 

Perché non si riesce a trovare un accordo su questo tema?
Perché il centrodestra utilizza strumentalmente la preoccupazione degli italiani, costruendo su questa paura una piccola fortuna elettorale. Sia il voto amministrativo che la cittadinanza sono due  tappe obbligate, prima o poi ci si deve arrivare. C’è un paese al mondo in cui una comunità è presente sul territorio da un secolo e non è diventata a tutti gli effetti parte di quel paese?

 

Qualche settimana fa è stata lanciata la proposta di introdurre nelle scuole l’ora di religione islamica. Cosa ne pensa?
Sono d’accordo che la scuola offra, oltre alla possibilità di studiare materie uguali per tutti, anche l’opportunità di apprendere le basi del proprio credo religioso. Dal punto di vista pratico però non è così semplice. Gli insegnanti di religione cattolica infatti sono il risultato di una presenza organizzata e qualificata, vengono selezionati con delle procedure. Istituzionalizzare l'insegnamento dell’islam non è così semplice. Inoltre, questa proposta è stata vissuta come un provocazione nei confronti del cristianesimo. Credo vadano evitati argomenti che, invece di produrre un atteggiamento positivo, producono un atteggiamento repulsivo.

Questa intervista è tratta da Reset n. 116, novembre - dicembre 2009