N. 128 Nov-Dec 2011

Numero 128
Novembre - Dicembre 2011

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Altro che laici, c’è un paese da rifondare

Alessandro Ferrara

Martedì 14 Aprile 2009

Purtroppo, alle domande che pone Bosetti, non sono riuscito a trovare in me una risposta che vada in una direzione univoca. La mia coscienza politica registra una scissione schizofrenica fra due registri quando ripercorro ciò che è successo dalla caduta del governo Prodi.
Il primo è il registro della prudenza politica: ha ragione Bosetti nel dire che se i democratici americani avessero reso il caso Schiavo un paradigma per andare al confronto con una destra religiosa e agguerrita sarebbero stati cancellati dalle mappe, figuriamoci cosa succederebbe al Partito democratico italiano se seguisse quella strada nel paese della monocultura cattolica|.
ha inoltre ragione nel dire che le battaglie sui valori vengono tirate fuori dai governi di destra per recuperare il terreno perduto con la loro incapacità di gestire le crisi, congiunture e transizioni. E non c’è bisogno di dar loro una mano offrendogli una linea tipo Rosa nel pugno, con in cima la pur doverosa abolizione del Concordato, e contribuendo a saldare una mistificante contrapposizione fra destra religiosa e sinistra anti-religiosa.
L’anticlericalismo è un’anticaglia e il liberalismo politico non ne ha bisogno.
Però questo registro della prudenza politica raggiunge il suo limite assai presto. Occorre forse – è questo che mi chiedo scindendomi in una seconda persona politica – spingere l’immaginazione molto più in là della pur lodevole ragionevolezza. Forse è tempo di «testimonianza», di «lunga marcia», di «traversata nel deserto», ognuno ha la sua cifra lessicale preferita.
Non voglio parlare come se fossi un politico, nei panni di un politico. Voglio parlare come un commentatore «impolitico», che guardi il nostro paese dal di fuori. In questa veste, permettimi, è paradossale, ma il Pd è il luogo del pluralismo intorno al bene comune.
È il luogo dove si confrontano diverse posizioni che hanno a cuore il bene comune e non riescono a non dividersi, rendendosi impotenti a fronte di un coagulo esterno di forze che si aggregano intorno al bene proprio.
Se nel paese si confrontano una parte che si divide intorno a cosa sia il bene comune e una parte che si unisce nel perseguire il bene proprio, come possono quelli che si presentano divisi prevalere su quelli che si uniscono nel perseguire il bene proprio?
Aveva ragione Berlinguer nella sua diagnosi.
Questo non è un paese come gli altri. È attraversato da una «questione morale» che ci ha messo vent’anni a materializzarsi in tutta la sua ineludibilità. Pur restando ancora dentro forme nominalmente democratiche noi siamo sull’orlo di un regime. Lo diceva con coraggio «Famiglia Cristiana» durante l’estate: questo regime berlusconiano comincia a essere quanto di più vicino al fascismo ci sia stato a partire dalla fine del fascismo.
Comune è lo sprezzo della legalità, l’insofferenza per le istituzioni, la cultura del decidere, che in Italia è spesso (per fortuna) soltanto la cultura dell’annuncio di decisioni, comune è il feeling diretto fra premier e popolo, l’onnipresenza del premier su tutte le scene, il compiaciuto indulgere nei tratti più beceri del costume nazionale, la chiusura autarchica, il velleitarismo parolaio e il piccolo cabotaggio della politica estera per avere un posto a tavola, comune è il personalismo e la personalizzazione di ogni questione politica, comune è la mano forte con i deboli e la strizzata d’occhio o il trattamento «di riguardo» ai poteri forti, comune è l’assenza di qualunque visione per il futuro del paese a parte i disegni velleitari.
Quando un governo fallimentare come il governo Berlusconi del 2001-2006, che ha visto la retrocessione dell’Italia su tutti i fronti economici, non viene punito dall’elettorato se non con un quasi-pareggio che assegna una risicata, e irresponsabilmente contestata, vittoria al governo Prodi; e quando per contro il governo Prodi, sgambettato da Mastella, viene punito severamente nelle urne nonostante abbia avviato un risanamento economico sia pur lento e ancora poco visibile, i conti non sono più da fare soltanto con le élites e con il personale politico.
Quando Berlusconi continua a registrare incrementi di consensi a dispetto di qualunque nefandezza, quando incamera alla grande una vittoria in Sardegna schierando un candidato come Cappellacci contro Soru, quando si permette di sfidare la Presidenza della Repubblica quasi a viso aperto, noi dobbiamo interrogarci su un piano che va oltre la politica, che affonda la lama dell’analisi nella cultura politica italiana se non in quella antropologica. Dobbiamo chiederci cosa ha reso possibile tutto ciò.
È tardi per fare una Riforma che non c’è mai stata nel paese della Controriforma. Però dobbiamo trovare il coraggio di dirci che tre secoli dopo quel turning point che ha segnato la storia dell’Occidente, la nostra cultura pubblica è rimasta quella della vendita delle indulgenze, quella in cui nessuno si scandalizza se un prete corrotto assolve peccatori più giusti di lui. Poi la secolarizzazione ha fatto il suo corso. Ora è il conflitto di interesse che non scandalizza nessuno, e il «lodo Alfano» nemmeno.
Nel paese della triplice disobbedienza incivile (abusivismo edilizio, evasione fiscale ed elusione previdenziale connessa al lavoro in nero) la competizione democratica è inquinata da una domanda politica di «mano leggera » che regolarmente entra nei calcoli dei partiti ed è corteggiata da alcuni, laddove in qualunque altro paese sarebbe bandita in modo «bipartisan», in tre o quattro regioni su venti il controllo del territorio è materia del contendere fra Stato e criminalità organizzata, un ragazzo può dar fuoco con la benzina a un immigrato senza che succeda più di tanto, pogrom anti-romeni e forse fra poco genericamente xenofobi si innestano in quella fibra morale che l’ideologia nazionale vuole dominata da una cifra di compassione umanitaria.
Questo è un paese corrotto, comparativamente più di ogni altro suo naturale termine di paragone – bisogna andare infatti in realtà politiche molto lontane, e il cui rapporto con la democrazia è molto ma molto discutibile, per trovare l’eguale – e Berlusconi è il leader più spregiudicatamente in sintonia con questo degrado in primo luogo morale.
Basta frequentare colleghi e amici di altri paesi per cogliere l’incredulità con cui si guarda alla fine che come italiani, da sempre accompagnati da una fama che ci dipinge come tutt’altro che ingenui politicamente, abbiamo fatto e per cogliere lo stupore misto a compatimento per l’inesorabile ascesa del berlusconismo nonostante la nullità dei suoi benefici e successi in campo economico.
Certo, non dobbiamo peggiorare le cose insistendo su «temi divisivi» che regalerebbero alle destre la patente del difendere la famiglia, la vita, la tradizione culturale. Però non c’è prudenza politica che possa da sola rovesciare un trend così pronunciato.
Questa è la cattiva notizia: i tempi si allungano e diventano storici, salvo l’intervento di quell’imponderabile contingenza su cui peraltro non è prudente puntare le proprie carte. La sinistra, e dentro la sinistra noi attorno a «Reset», deve porsi il problema di come può cambiare non soltanto la politica, ma la cultura politica e l’etica pubblica di questo paese. Perché senza quel cambio, purtroppo non c’è partita. Le immeritate sorti del fragile governo Prodi e l’impunità delle maggioranze berlusconiane rendono vano sperare il contrario.
Berlinguer aveva ragione nell’identificare la «questione morale» come il nocciolo della dinamica bloccata della società italiana.
Sperava in una convergenza fra la sinistra e il mondo cattolico e aveva ragione, ma in un senso che va tutto rivisitato.
Da sinistra va lanciato al mondo cattolico un messaggio di leale apertura che va ben al di là del «compromesso storico»: noi siamo quelli che ci dividiamo su come interpretare il bene comune, ma ciò significa che ci importa del bene comune. E va anche detto senza complessi e infingimenti: il successo del berlusconismo poggia su una cultura pubblica che è figlia della vostra secolare egemonia incontrastata. Come è noto, l’Italia non è un paese di masse liberal-individualiste e di sparute minoranze cattoliche.
Amici cattolici, va detto, interrogatevi fra voi e con noi su come si è giunti a questo punto.
E voi che possedete forse, proprio a motivo di questa incontrastata egemonia, la chiave migliore per toccare le corde profonde di tutto il popolo italiano, incluso quello delle partite Iva, stimolate gli anticorpi da cui può iniziare la risalita verso la (sempre agognata quanto elusiva) meta del diventare un «paese normale». Voi forse possedete la chiave per far risvegliare il paese dal coma morale. Berlinguer pensava a un accordo fra sinistra e cattolici per governare l’Italia, 30 anni dopo purtroppo dobbiamo pensarlo per fare opposizione a qualcos’altro che è nato nel frattempo.
Agli amici cattolici va anche detto: se la buttiamo sulla «questione morale» ci rimprovereranno di «demonizzare Berlusconi» e di incrementarne il successo. Balle. Abbiamo visto dove ha condotto il moderatismo veltroniano.
Colorando di opposizione morale il rigetto politico del berlusconismo, qualificato ora come anticamera di un regime, guadagneremo il riconoscimento dei democratici del resto del mondo, staremo a posto con la nostra coscienza, e ai nostri concittadini potremo lanciare il monito per loro più inquietante: un giorno vi vergognerete come i nostri padri si vergognano di essere stati fascisti, un giorno nasconderete ai vostri figli di avere votato per Berlusconi, un giorno vorrete chiamarvi fuori da ogni coinvolgimento con questa Italia incattivita.
Non ho perso il senno, ma l’ottimismo sì.
Penso solo che la strada dell’opposizione è lunga, che se è vero come si ripete in ogni talk-show politico che Berlusconi vince perché è in sintonia con il paese, è alla fibra morale del paese che va data una scossa. Non ci sono scorciatoie. La traversata nel deserto è cominciata.