Reset Online > Divisi per la vita e la morte
Ci vorrebbe un Locke per guarire l’Italia
Tiziano Bonazzi
Martedì 14 Aprile 2009
Se dovessi esprimere le mie convinzioni personali in merito alle questioni che il direttore di «Reset» pone, esse sarebbero quelle di un laico convinto, certo che la fede religiosa debba aver spazio in campo pubblico soltanto per quanto riguarda il diritto a credere in ciò che si vuol credere purché ciò non abbia conseguenze pratiche sul comportamento altrui (vedi John Locke). A ben vedere, però, proprio a partire da un liberalismo profondo che non può non riconoscere ad altri la libertà di pensiero che difendo per me, quella posizione non può riguardare che il mio «particulare» e non ho il diritto di portarla in pubblico|.
Intendo parlare a livello teorico e lascio, quindi, perdere le concrete posizioni di potere con cui ci si scontra di necessità o di cui si può godere e che sono componenti essenziali del comportamento pratico. È, ad esempio, evidente che se sono costretto a difendermi da una campagna clericale orchestrata da posizioni di forza dovrò ritornare a quel «particulare» che costituisce il punto di origine del mio agire. È però altrettanto vero che non solo a livello pratico, ma anche teorico quel «particulare» costituisce solo l’ultima ridotta, il punto sul quale ci si attesta per una lotta a oltranza. A livello teorico il mio individualismo si incontra simpateticamente (amo Hume) e su base di uguaglianza con il riconoscimento della libertà individuale altrui, ivi compresa la libertà di avere valori incompatibili con i miei, e magari di volermeli imporre sulla base di una norma superiore ritenuta necessaria al bene comune.
Qui ci si trova al confine estremo del liberalismo, quello in cui esso, che è teoria della pace e della pacificazione, si trova faccia a faccia col paradosso di come dar spazio e conciliare nella pratica valori e comportamenti non compatibili. Una cosa, questa dell’esistenza di valori incompatibili non come qualcosa di distorto, ma di assolutamente normale, che fa per di più parte del Dna del liberalismo.
Che i valori possano essere e siano incompatibili in teoria è questione di non grande rilevanza; il problema vero lo si riscontra nella pratica. Come dice Locke nella lettera sulla tolleranza, finché le credenze altrui non mi toccano concretamente non possono farmi alcun danno; ma Locke medesimo esclude dalla tolleranza cattolici e atei, così mettendoli nelle mani del giudice penale. Il fatto che anche lui si contraddica è importante, non per accusarlo di alcunché; ma perché la sua contraddizione ci indica che il liberalismo, lungi dall’essere teoria pura – accidenti alle teorie pure! – è figlio concreto della storia e consiste in una serie continua di tentativi di trovare terreni comuni per gestire situazioni storiche laceranti. Anche la mia affermazione iniziale, quella del mio «particulare» da non portare in pubblico se non per autodifesa, che ho detto essere teorica, non vuole essere un’affermazione filosofica, ma un’affermazione che nasce dall’osservazione della storia del liberalismo. La teoria lockiana, lo sappiamo benissimo, nasce dallo sfacelo delle guerre di religione in Inghilterra e intende superare lo scontro teologico – i valori inconciliabili – che le aveva provocate; cosa che Locke fa sulla base di una modernissima teoria sensista della conoscenza che consente un cristianesimo in cui la teologia di matrice medievale,
che la Riforma non aveva abbandonato, perde di asprezza in quanto perde di rilevanza.
Lasciamo perdere tutto questo. Quel che conta è che contrattualismo e tolleranza in Locke sono un tentativo concreto di trovare un ponte fra valori incompatibili, cosa che evidentemente si può fare – e che lui fece – solo cambiando il terreno su cui ci si muove.
La cosa importante è che Locke venne seguito o, meglio, che il suo mutar terreno venne accettato, spesso anche inconsciamente.
E il nuovo consenso sulle regole del gioco che a poco a poco si sviluppò diede vita a quello che chiamiamo liberalismo.
Locke mutò il paradigma, insomma, o forse il paradigma cominciava a mutare e Locke fu uno degli attori in questo processo.
Oggi ci troviamo di fronte a una situazione simile. Mi limito all’Italia, perché è di questo che stiamo parlando. La gerarchia cattolica (i cattolici o il cattolicesimo sono qualcosa di molto più complesso) nell’ultimo secolo si è convertita alla democrazia – a suo modo, ma lo ha fatto – si è convertita allo stato sociale – idem – si è convertita alla tolleranza – idem. Insomma, ha drasticamente mutato una serie di idee di fondo come non ammetterà mai di averle mutate. I cattocomunisti e i cattolici democratici sono anche il frutto di questa conversione, pur se i primi a me simpatici non stavano, ma questa è una questione di pancia mia che borbotta. Poi la gerarchia si è trovata di fronte al mutare dell’idea di natura, alla fine dell’oggettività della natura e contemporaneamente a uno scoppio di soggettività che, parte di quello stesso mutare dell’idea di natura, ha «elevato l’uomo a idolo», lo ha «messo al posto del Creatore », ne ha esaltato «l’onnipotenza». La gerarchia è entrata in panico e sta reagendo come hanno reagito i due ultimi papi. Questo dà diritto ai laici, che non sono alieni dall’accettare la prospettiva di una natura le cui frontiere sono assai più mobili di quanto non si ritenesse, di vietare ai cattolici (e qui dico i cattolici) di essere tali e quindi anche di agire all’interno di (non dico schiacciandosi su) quanto detto dal magistero della Chiesa?
Se così è lasciamo perdere il Partito democratico.
Sarebbe infatti un Pd dalla carità pelosa quello che vuole i cattolici perché hanno fatto propri la democrazia, lo Stato sociale, la tolleranza, i diritti e sono contrari alla pena di morte; ma se ascoltano il magistero (il magistero di oggi, attenzione, quello di domani chi lo conosce? Ma è di politica che stiamo parlando e la politica riguarda l’oggi) li butta fuori dalla porta.
Allora i laici, almeno i laici che non sono radicali – mi riferisco ai Radicali, che considero componente essenziale della nostra democrazia – ma sono liberali e intendono creare un partito con i cattolici democratici con i quali condividono una serie importante di cose, debbono mutare il terreno della discussione e non avvitarsi nello scontro fra valori incompatibili. Debbono, cioè, trovare un terreno nuovo sul quale anche una parte dei cattolici, i cattolici democratici, possano avventurarsi per creare un nuovo set di valori condivisi o almeno compromissibili. E per farlo debbono esaminare o riesaminare il dibattito in corso.
A mio parere il fulcro di tutto sta nell’idea non più oggettiva, bensì flessibile, quasi «costruibile» dall’uomo di natura in cui tanta parte delle scienze hard e soft sono entrate da qualche decennio. La natura come, in certo senso, prodotto mentale di chi fa scienza, invece che esplorazione dell’opera del Creatore. Il protestantesimo è stato tradizionalmente amico della scienza, perché se la è rappresentata come un sacro percorso di indagine empirica della creazione che, mostrando il rigore razionale e la meraviglia del creato, aiutava l’indagine interiore del cristiano; ma quando Darwin mise in crisi il baconianesimo individuando una natura retta da leggi non teleologicamente ordinate, non volte a un fine ultimo, ma essenzialmente processuali, anche il protestantesimo si prese una brutta scoppola, ed ecco allora il fondamentalismo e il creazionismo, nati proprio a fine Ottocento.
Oggi le cose sono ancora più drammatiche per un cristiano e forse ancor di più per un cattolico che vede messa in forse la sacertà della vita intesa come dono datoci alla creazione per i fini della creazione medesima, vede il tabù dell’aborto abolito dall’idea della proprietà della donna sul proprio corpo e quindi sulla propria sessualità, vede la genetica, e anche la robotica, aprire orizzonti in cui l’integrità del frutto ultimo della creazione, il corpo umano – ma il corpo è inscindibile dalla persona – viene messa in forse. Insomma, poveretti, è da capire il loro mal di testa. Anche perché su svariate di queste cose, ad esempio l’ingegneria genetica, anche i laici dei mal di testa li hanno.
Andiamo avanti, partendo dai tanti mal di testa che un po’ tutti abbiamo. Non dai mal di pancia, quelli ognuno si deve tenere i suoi.
Occorre rivedere i termini vita e morte, ad esempio, accettando che siano diventati molto più complessi e incerti di quanto non fossero fino a non molto tempo fa. Occorre esaminare fino a che punto le azioni che i cattolici considerano peccato mortale siano qualcosa che si ferma a livello individuale (e quindi riguarda la salvezza o non salvezza del singolo, che è cosa su cui i laici non si stracciano le vesti e su cui non possono obiettare) oppure se investono la società mettendone in pericolo l’integrità, il «bene»; cosa che interessa cattolici e laici. E si potrebbe proseguire. Abbiamo tutti bisogno di riesaminare le nostre nozioni di base per fare, da liberali, un’operazione di recupero della possibilità di compromesso, che è un’operazione onesta se non mette in pericolo l’integrità e la libertà delle persone.
Per questo sono d’accordo circa l’esistenza della «zona grigia» di cui parla il mio collega Angelo Panebianco; ma ritengo che la posizione da lui espressa sia insufficiente. La zona grigia, in realtà quel grande arco di opinioni frastagliate e in parte dubitose fra i due estremi (e sono gli estremi a essere minoritari nel paese, ritengo, e in ogni caso a essere infruttuosi in pratica) su cui lo Stato non dovrebbe intervenire, non è una realtà fissa; bensì è mutevole ed è la parte dinamica del processo civile di discussione e di elaborazione intellettuale e politica. Indubbiamente lo Stato non deve intervenire finché da essa non esce quel «nuovo terreno», quella piattaforma che consente la convergenza o la compromissione fra valori su cui si potrà poi legiferare.
Non sto invocando né unanimismi, né pateracchi.
Mi sembra normale che il principio di maggioranza – che Locke stesso dice basarsi su un ragionevole principio di forza derivante dalla necessità di prendere decisioni, non dalla superiorità razionale o morale della maggioranza – risulti ulteriormente indebolito nella sua legittimità quando ci si trovi di fronte a questioni di natura costitutiva del legame sociale. Per questo è difficile e disutile servirsene finché non nasca una sufficientemente salda opinione generale; però è da quella movimentata e creativa zona intermedia che deve partire la ricerca per capire di cosa stiamo parlando – oggi – quando parliamo di morte e quando parliamo di vita.




