N. 128 Nov-Dec 2011

Numero 128
Novembre - Dicembre 2011

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L’incendio degli animi: «Reset» interroga

Giancarlo Bosetti

Martedì 14 Aprile 2009

Dello stato attuale del Partito democratico si può dire, come minimo, che è assai precario, anche se le dimissioni di Veltroni rappresentano una rottura capace di produrre cambiamenti. Il gesto, improvvisato e imbarazzante per i tempi (le vicine elezioni), concede l’unico beneficio possibile, quello di mettere fine a una fase e di rendere irreversibile la conclusione del ciclo di una generazione di dirigenti. Difficile anche immaginare che gli stessi che hanno guidato il convoglio – i diversi convogli – fino a qui possano adesso continuare a riproporsi. Per quanto la situazione sia confusa, si è capito che il pilotaggio delle successioni non funziona più. Chi tentasse di rinviare ancora una competizione politica leale, chiara e vera, e inclusiva di nuove forze passerebbe dei bei guai. Insomma il fondo è stato toccato, se non in termini elettorali – potrebbe andare ancora peggio – in termini di pazienza dell’opinione pubblica|. Anche di noi quattro gatti, «Reset» e amici.
Il ricambio è ora assolutamente inevitabile.
Persa l’occasione delle primarie del 2007 (povero Bersani, che «cavolata», davvero, gigantesca e a tutti evidente già allora!), adesso appare indispensabile aprire le iscrizioni ai nuovi concorrenti. Non ci provate più.
La novità di una crisi radicale del Pd merita molta meditazione supplementare. Per questo la rivista chiede a collaboratori e amici di contribuire con le loro opinioni a partire dalle considerazioni che seguono.

1) Nel pieno di questa crisi, si sta approfondendo sulla scena politica italiana un conflitto che tende a riferirsi a due poli, uno pro-religione e uno laico, un polo per il valore della vita e uno per il valore della scelta, entrambi attraversati da forze più riflessive e aperte al confronto, ma anche da intransigenze ed estremismi, secondo uno schema che non è una esclusiva italiana. È lo stesso che ha, tra l’altro, dominato per un certo tratto anche la scena politica americana.
Esclusiva italiana è la presenza di una gerarchia ecclesiastica aggressiva e direttamente coinvolta nella politica nazionale.
Il pericolo maggiore di una situazione del genere è che la polarizzazione tra «cultura della vita» e «cultura dei diritti», tra un estremo religioso e un estremo non religioso si sovrapponga a quella tra destra e sinistra. Il fenomeno in verità è in corso. Se si guardano le analisi del voto Itanes sia sul 2008 che sul 2006 si vedrà che la tendenza a uno sbilanciamento a destra del voto cattolico mette Berlusconi in condizioni di quasi-monopolista del consenso (Itanes, «Il ritorno di Berlusconi», Il Mulino, capitolo 9). Quello della fede è un fattore, forse il maggiore dopo la debolezza e divisione degli avversari, di stabilizzazione del suo potere.
Non è una novità assoluta che le gerarchie della Chiesa abbiano per lo più pesato storicamente in direzione conservatrice, tuttavia la storia della prima Repubblica, grazie alla Dc e altri fattori di polarizzazione ideologica (socialisti e comunisti) era meno squilibrata.

2) Il Partito democratico era indubbiamente nato anche per dissolvere o attenuare questo fattore di divisione della vita politica nazionale e farne invece un fattore di arricchimento del pluralismo e dell’innovazione politica. Perché dunque nella nuova fase giovani dirigenti non si mettono al lavoro per una ricomposizione culturale, in un momento difficile, all’insegna dell’eguale rispetto tra credenti e non credenti, cattolici e non, all’insegna di un pluralismo che significhi rispetto per la pari dignità di ogni credenza, compresa la non credenza?

3) In particolare i laici progressisti, la sinistra liberale, così come quella radicale, farebbero bene a riflettere se non vi siano stati errori di parte laica, quando si è consentita una radicalizzazione dei contrasti sui temi etici, bioetici. La radicalizzazione era sempre inevitabile? È vero che «gli altri», gli integralisti radicalizzano, la Chiesa ha radicalizzato, ma il referendum sulla legge 40 non era evitabile? E uno scontro sul testamento biologico – dove si profila un conflitto modellato sul drammatico caso Englaro, un caso estremo che sarebbe arduo (e probabilmente sbagliato) tradurre in canone normativo – non sarebbe da evitare oggi con ogni mezzo? Non è un errore fare della morte di Eluana un paradigma sul quale ridisegnare (come di fatto molti sono tentati di fare, da una parte e dall’altra) il conflitto politico? Aiutiamoci a capire con l’esempio americano: immaginate che i Democrats avessero fatto un paradigma del caso Terry Schiavo. Sarebbe stato un suicidio politico che li avrebbe eclissati per chissà quanto tempo. L’Italia è un paese che ha il 90% di cattolici in senso lato, tra praticanti e saltuari, freddi ed etnoculturali (vale a dire per sia pure pigra e passiva tradizione), molto lontano dall’Olanda, con metà della popolazione che si professa atea. L’idea che in un paese con queste caratteristiche si faccia della interruzione di idratazione e nutrimento forzato una bandiera di libertà non corrisponde a una strategia politica sapiente e consapevole del contesto.

4) Ancora l’esempio americano: Bush in difficoltà distoglieva l’attenzione dalla guerra, cambiava discorso e, per recuperare consensi, metteva in agenda i moral values, la vita, il no al matrimonio gay. Obama, certo sospinto dal vento della crisi, è finalmente riuscito a portare il discorso sull’agenda sociale del cambiamento riducendo il peso dei temi divisivi (sessuali, famigliari, preghiere a scuola, contenuti morali dell’educazione ecc.) o affrontandoli in modo molto soft e da persona di fede. E senza nulla concedere in termini di laicità, salvo parzialmente il matrimonio gay. Il laico vincente sa aprire le braccia alle ragioni della fede nella vita pubblica. Quello perdente invece mobilita, incendia gli animi per i valori pro-choice. E vi inchioda sopra la propria agenda. Così perde, facendo il maggior regalo che si possa fare alla destra: l’esclusiva della moralità, la rappresentanza del polo della moralità. E vale assai poco, dopo, recriminare e rivendicare una ovvietà: che i valori morali, della famiglia, della fede sono compatibili con la sinistra.

5) Una linea coerente e pure apprezzabile come quella della fallita Rosa nel pugno è utile in Italia, ha una funzione, forse è indispensabile, ma la può rappresentare una sinistra radicale laica minoritaria, destinata nel migliore di casi al 7-8% e solo il giorno che il Pd riuscisse a diventare davvero più attraente per i cattolici, come potrebbe.

6) L’alternativa peggiore in questo momento, da ogni punto di vista, sarebbe lo sfaldarsi del Pd e la nascita di un improbabile partito socialdemocratico, che avrebbe come unica caratteristica chiara, a causa della nascita da una scissione tra cattolici e non, quella di un laicismo intransigente. Bella testimonianza nei secoli di lealtà alla memoria.
Garibaldina? Materialista? Marxista?
Omaggio perenne a una destra, resa così inamovibile dalla maggioranza. Ma non è solo un ragionamento opportunistico, elettorale, che mi spinge a riflettere in questo modo. Certi diritti sono inalienabili, è vero. Tanto più perciò andrebbero evitate quelle che si annunciano come battaglie perdenti, se male impostate, magari con un nuovo referendum, che replichi il trionfo di Ruini sulla fecondazione assistita.
Purché certo siano battaglie evitabili e la minaccia a quei diritti non sia veramente esiziale.

7) Facciamo attenzione al rischio di fenomeni ideologici sostitutivi. La presa polarizzante sul caso di Eluana Englaro nei confronti di una parte dell’opinione, probabilmente quella più attiva e politicizzata, funziona evidentemente anche come un surrogato, nel vuoto di defunte ideologie, non più capaci di mobilitare nulla e nessuno. Il rischio è molto alto perché una politica in perdita di credibilità tenta di impiegare materiali infiammabili. Il che vale anche per la Chiesa, in deficit di egemonia e alla ricerca di situazioni rifugio. La radicalizzazione agisce anche in quella direzione.
Ogni tentativo di moderare sarà dunque benefico, perché, come al solito e come in ogni parte del mondo, ciascuno schieramento in gioco ha i suoi selvaggi da tenere a freno, selvaggi che sperano invece di aiutare i loro colleghi specularmente estremisti a incendiare gli animi.


8) La cultura laica e in particolare la laicità dei progressisti farebbe bene ad abbandonare questi investimenti rifugio dell’ideologismo consistente di una aggressiva demarcazione dei confini: vade retro credente, chiuditi nella sfera privata. È tempo di elaborare una efficace politica di «accoglienza della religione» nella vita pubblica, ponendo certo le inevitabili condizioni liberali: le istanze di fede non possono pretendere di agire direttamente in quanto tali sugli atti del parlamento, devono manifestarsi nel linguaggio della ragione pubblica.
Ma i laici devono incoraggiare le spinte dei credenti a far valere le loro aspettative in un contesto, si capisce, di pluralismo delle confessioni.
Quel che si concede all’una non si può poi negare all’altra. La convinzione che l’essenza del liberalismo sia la stessa della religione cristiana e che questa coessenzalità sia negata (per definizione?) ai non cristiani vale solo nei libri di Marcello Pera. E lì lasciamola.