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	<description>direttore Giancarlo Bosetti</description>
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		<title>Politica, islam, modernità Sesto anno degli Istanbul Seminars</title>
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		<pubDate>Sat, 18 May 2013 08:51:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Lanni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Caffè Europa]]></category>

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		<description><![CDATA[Un ponte tra le culture e le religioni. È in corso la sesta edizione degli Istanbul Seminars, la manifestazione che ogni maggio l&#8217;associazione ResetDoc organizza sul Bosforo. Fino a mercoledì <a href="http://www.reset.it/caffe-europa/politica-e-religione-la-sesta-edizione-degli-istanbul-seminars">[…]<span class="meta-nav"></span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un ponte tra le culture e le religioni. È in corso la sesta edizione degli <a href="http://www.istanbulseminars.org">Istanbul Seminars</a>, la manifestazione che ogni maggio l&#8217;associazione <a href="http://ResetDoc.org">ResetDoc</a> organizza sul Bosforo.</p>
<p>Fino a mercoledì 22, studiosi europei, americani, turchi e arabi si confrontano nel magnifico campus della Bilgi University sulle radici della legittimità politica, sulla crisi dello stato-nazione e l&#8217;ascesa dell&#8217;islam politico.</p>
<p>Il format degli Istanbul Seminars prevede come momento fondamentale la discussione con gli studenti che, anche grazie a grant promossi da ResetDoc, arrivano dalla Turchia, ma anche dagli Usa, da numerosi paesi europei e anche dal Marocco e dal Bangladesh.</p>
<p>Zygmunt Bauman, Alain Touraine, Nilufer Göle si sono incontrati nell&#8217;università affacciata sul Corno d&#8217;oro.Tra i nomi più noti che quest&#8217;anno intervengono ai seminari ci sono Giuliano Amato, il filosofo Usa Michael Walzer e la filosofa turca Seyla Benhabib.</p>
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		<title>Siria. &#8220;La felicità araba&#8221;: storia di una nazione e di una famiglia</title>
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		<pubDate>Fri, 17 May 2013 09:15:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Lanni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[ResetDOC]]></category>
		<category><![CDATA[islam]]></category>
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		<description><![CDATA[Da Reset-Dialogues on Civilizations “Chiedi a un siriano, anche se lo incontri a Chicago o a Madrid, chiedigli com&#8217;è cambiata la sua vita, e comunque la pensi ti dirà che <a href="http://www.reset.it/libri/siria-la-felicita-araba-storia-di-una-nazione-e-di-una-famiglia">[…]<span class="meta-nav"></span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Da <a href="http://www.resetdoc.org/EN/index">Reset-Dialogues on Civilizations</a></p>
<p><em>“Chiedi a un siriano, anche se lo incontri a Chicago o a Madrid, chiedigli com&#8217;è cambiata la sua vita, e comunque la pensi ti dirà che non è felice. Oggi abbiamo paura che la nostra infelicità si trasformi in odio e separi fratello da sorella, moglie da marito, vicini dagli altri vicini, perché la morte, se la si affronta da soli, a volte distrugge”.</em></p>
<p><em></em>Un timore che forse si è già realizzato. La guerra siriana, come tutte le guerre fratricide, si è trasformata già in distruzione, separazione, solitudine. Ma una speranza c&#8217;è. È quella che Shady Hamadi, scrittore e attivista per i diritti umani, traccia nel suo “La felicità araba”.</p>
<p>Da poco nelle librerie, l&#8217;opera dell&#8217;autore italo-siriano è una risposta a quell&#8217; <em>infelicità araba</em>, quasi ineluttabile, eppure non completamente inevitabile di cui parlava già nel 2004 Samir Kassir nel testo omonimo (<a href="http://www.einaudi.it/libri/libro/samir-kassir/l-infelicit-araba/978880618037">tradotto da Einaudi nel 2006</a>). L&#8217;intellettuale siriano-palestinese, che nel 2005 sarebbe stato ucciso a Beirut da un&#8217;autobomba, nel periodo della nuova instabilità libanese, scriveva le“Considérations sur le malheur arabe” chiedendosi “come si è arrivati al marasma odierno” che “sortisce l&#8217;effetto di far credere agli arabi di non avere un futuro diverso”, che il futuro sia “una strada ostruita”.<br />
Quell&#8217;infelicità, sosteneva sempre Kassir, “è anche nello sguardo degli altri” che ti “impedisce perfino la fuga, sospettoso e condiscendente che sia, ti rimanda alla tua condizione ritenuta ineluttabile”.</p>
<p>Le primavere arabe e la rivoluzione siriana rappresentano per Hamadi la risposta a questa sorta di condanna: “l&#8217;umanesimo ha vinto e il bisogno di libertà e di libero arbitrio ha scosso dalle fondamenta un mondo annichilito nel suo vittimismo”.<br />
“Gli arabi si sono già salvati da soli e, in assenza di interferenze, continueranno plausibilmente a percorrere la strada della democrazia diventando i registi delle loro vite”.</p>
<p>La felicità araba per l&#8217;autore è, dunque, quella <em>nahda</em> di cui parlava anni prima Kassir, quella rinascita in cui gli arabi hanno la possibilità di “riappropriarsi del proprio futuro”. E di uscire fuori da quello schema che, dall&#8217;11 settembre 2001, ha dominato le coscienze collettive delineando l&#8217;equazione arabo-musulmano uguale potenziale terrorista.<br />
“Oggi – si legge nel testo – per le strade del mondo, l&#8217;arabo assume una diversa connotazione allo sguardo dell&#8217;altro: non più terrorista pronto a esportare il proprio islamismo, ma partigiano della libertà”. Libertà sofferta e guadagnata.<br />
E in particolare, parlando della sua Siria, Shady Hamadi afferma, ma forse si augura, che la “felicità araba” può nascere solo dalla sconfitta della dittatura siriana. “La Siria oggi sta superando l&#8217;impasse che ha tenuto le catene dell&#8217;infelicità ben salde alle braccia e alle gambe degli arabi. Siamo a una svolta epocale”.</p>
<p>In questo senso, il libro di Hamadi è un saggio politico-filosofico sulla condizione del mondo arabo nel bel pieno dei suoi sconvolgimenti e una riflessione sull&#8217;essere arabo e musulmano dopo quell&#8217;evento epocale che ne ha mutato l&#8217;immagine agli occhi del mondo. Una diffidenza che è cresciuta e maturata grazie anche ad un&#8217;accurata strumentalizzazione politica, che ha favorito “l&#8217;Islam integralista e conservatore”.<br />
Lo stesso percorso studiato ad arte dal regime siriano per screditare la rivoluzione, all&#8217;interno e all&#8217;esterno del Paese. L&#8217;autore lo definisce “spauracchio integralista” che ha indotto a credere che “se i ribelli vinceranno, la Siria non potrà che diventare un nuovo Afghanistan”.</p>
<p>Non mancano però le accuse neanche a quell&#8217;Islam militante e politico che, complice la retorica anti-occidentale di molti regimi e molti partiti, ha permesso una reislamizzazione della società che mira a disgregare le realtà multiconfessionali. In questo, di nuovo, la realtà siriana ha qualcosa da insegnare.<br />
“Se, come dice il regime, fosse solo dall&#8217;avvento degli Assad che la Siria può vantare la convivialità interreligiosa, come è possibile che tutte le minoranze, persino quella aramaica, siano sopravvissute millenni?”.</p>
<p>È il caso della piccola comunità cristiana di Maaloula, villaggio nei pressi di Damasco i cui abitanti parlano e recitano il Padre Nostro ancora nella lingua di Gesù o, ancora, è l&#8217;esempio di Padre Paolo Dall&#8217;Oglio, gesuita, che negli anni Ottanta ha rifondato il monastero di Mar Mousa, nel deserto del Mabek, e che in Siria, prima di essere cacciato dal regime, ha vissuto da “Innamorato dell&#8217;Islam e credente in Gesù”, come recita il titolo di un suo libro. Precedentemente, sotto il protettorato francese, quando i musulmani venivano discriminati, “al mio bisnonno – spiega Hamadi- fu lasciato uno spazio senza raffigurazioni sui muri in una chiesa cristiana, per pregare”.</p>
<p>Analisi storico-politica e ricordi personali si intrecciano ne “La felicità araba” che, almeno nella sua prima parte, si offre ai lettori come la storia di una famiglia, paradigma di un&#8217;intera nazione. Tre uomini, Ibrahim, Mohamed e Shady, e tre generazioni che raccontano la Siria prima degli Assad, durante il regime e nel bel mezzo della rivoluzione.</p>
<p>Nato a Milano nel 1988, Shady è figlio di un&#8217;italiana e di un siriano, Mohamed, che nel 1968, a venticinque anni, fu costretto a lasciare il Paese trovando rifugio per qualche tempo in Kuwait, poi in Iraq e infine in Italia. Mohamed era uno dei giovani oppositori del regime di Hafez, più volte arrestato e torturato dal Mukhabarat. Mohamed che lascia la Bayt di Talkalakh, nota come la “casa dell&#8217;imperatore”, costruita dal nonno per la sua famiglia, e che non può stare accanto al padre mentre esala l&#8217;ultimo respiro.</p>
<p>“La felicità araba” è un montaggio alternato che accosta volti, racconti e tratti degli ultimi cento anni della realtà politica siriana, popolata non solo da nomi, ma da uomini e donne, persone in carne ossa. E impariamo a conoscere anche i giovani protagonisti di questo slancio verso la “felicità”: Hasan Ali Akleh, il Mohamed Bouazizi di Al-Hasakah; Hamza al Khatib di Dar&#8217;a, arrestato e ucciso a soli quattordici anni; Ibrahim Qashush, l&#8217;Usignolo della rivoluzione, autore di quella canzone contro Assad che lo fece ritrovare morto, nel fiume Oronte, senza il pomo d&#8217;Adamo. Incontriamo anche il volto femminile di questa rivoluzione, come quello di Razan Zaithouni, insignita del Premio Sakaroz, e media activist come Rami Jarrah, alias Alezander Page, che insieme a tanti suoi coetanei è rientrato in Siria nel 2011 per servire la causa. Conosciamo, infine, anche un amico: Abo Imad, uno come l&#8217;autore, uno che racconta le barzellette e non viene meno all&#8217;obbligo dell&#8217;ironia e della comicità tipica di tutti gli abitanti di Homs. Sorridere e ridere è un&#8217;arma per sfuggire alla tragedia della guerra.</p>
<p>Siamo pronti per la <em>Felicità araba</em>? &#8211; chiede a un certo punto Shady Hamadi. La risposta è nelle parole di Abo Imad: &#8220;Ci sono stati un sacco di momenti felici, quando questa rivoluzione è cominciata&#8230;Quando stavamo vincendo le nostre battaglie. Abbiamo avuto molti bei giorni, dove ho sentito veramente la felicità.&#8221;</p>
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		<title>Cercasi miracolo</title>
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		<pubDate>Fri, 17 May 2013 07:14:35 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[&#160; Il Corriere della Sera. “Imu, tensione sul decreto”. “Oggi la sospensione. Letta: non faccio miracoli. Il Pdl: riforma entro agosto e l&#8217;esecutivo salta”. E poi: “Berlusconi: il patto con <a href="http://www.reset.it/rassegna-stampa-italia/cercasi-miracolo">[…]<span class="meta-nav"></span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p>Il Corriere della Sera. “Imu, tensione sul decreto”. “Oggi la sospensione. Letta: non faccio miracoli. Il Pdl: riforma entro agosto e l&#8217;esecutivo salta”. E poi: “Berlusconi: il patto con il Pd può chiudere la guerra civile”. A centro pagina: “La svolta di Hollande. &#8216;Un governo economico per salvare l&#8217;Europa&#8217;”. “Piano della Francia: bisogna uscire dal letargo”. L&#8217;editoriale, firmato dagli economisti Alesina e Giavazzi, è titolato: “Quel 3 per cento non sia un tabù”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La Repubblica: “Porcellum, parola alla Consulta. La Corte dovrà pronunciarsi sulla legge elettorale”. E poi: “Bufera su Zanda che parla della &#8216;ineleggibilità di Berlusconi&#8217;. L&#8217;ex premier rinuncia ai comizi”. In evidenza anche una intervista a Sergio Chiamparino: “Voglio un Pd lib-lab”. A centro pagina: “Imu sulla casa, oggi il rinvio; il Pdl: stop entro agosto o crisi”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La Stampa: “Sull&#8217;Imu niente miracoli. Oggi il decreto: 800 milioni per la Cig”. E poi: “&#8217;Berlusconi ineleggibile&#8217;, bufera su Zanda. Il Cavaliere: non reagiamo ai falli subiti”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il Giornale: “Conosci Berlusconi? Allora resti inc ella. A Parma negata la libertà a un politico perché per il magistrato ha “contatti con i vertici del Pdl”. “E il capogruppo Pd Zanda prepara il blitz: &#8216;Il Cavaliere è ineleggibile&#8217;”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il Fatto quotidiano: “Sondaggi, Berlusconi vola sulle ali di Napolitano e Pd. Mentre il premier Letta mette le mani avanti: &#8216;Non aspettatevi miracoli&#8217;, ed è alla ricerica di soldi per l&#8217;emergenza sociale, il Caimano è ogni giorno di più in campagna elettorale. Forte di una sponda del Quirinale, sfrutta la crisi dei democratici ridotti a donatore di sangue”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il Sole 24 Ore: “Imu, niente sospensione per gli immobili di pregio”. Dallo stop saranno cioè escluse ville, castelli e quasi certamente gli immobili signorili. “Riforma entro agosto, nuova tassa deducibile per le imprese”. Di spalla una intervista al Presidente di Coinfindustria Squinzi: “&#8217;Una politica europea per la crescita e l&#8217;occupazione&#8217;”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Libero: “Un giudice guadagna 5 milioni. E&#8217; la cifra netta che incassa nella carriera tutta scatti automatici e zero meritocrazia. In cambio abbiamo la giustizia più inefficiente d&#8217;Europa. Ma non si può riformare perché c&#8217;è Berlusconi..”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Riforma elettorale </strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La Repubblica dà notizia di una ordinanza della Corte di Cassazione, che sarebbe “già pronta”, e che darebbe ragione ad un ricorso presentato dall&#8217;avvocato Aldo Bozzi e da altri 27 firmatari nel rinviare alla Corte Costituzionale la legge elettorale attualmente vigente, il cosiddetto Porcellum. Bozzi è un avvocato esperto di diritto amministrativo che ha chiesto alla Cassazione di rimandare alla Consulta la legge elettorale, “irragionevole per numerosi motivi e quindi incostituzionale”, come scrive il quotidiano. “Bisognerà leggere l&#8217;ordinanza della Cassazione per capire quali &#8216;dubbi&#8217; i supremi giudici hanno deciso di inviare alla Corte Costituzionale”, scrive La Repubblica. Ma a questo punto la questione è quella dei tempi: “Ci vogliono in media tra i sei e gli otto mesi per verificare l&#8217;ammissibilità, calendarizzare, tenere udienza pubblica, decidere e poi scrivere la sentenza Ma forse, per una questione epocale come questa, e con il voto politico dietro l&#8217;angolo, una accelerazione potrebbe essere realistica. Sempre che la politica non decida a sua volta di battere la Corte”.</p>
<p>Un retroscena dello stesso quotidiano dà notizia di un vertice di maggioranza che il premier avrebbe deciso di convocare durante il quale, con i ministri Quagliariello e Franceschini, cercherà di trovare una intesa “prima che tutto precipiti”. “Berlusconi non ha nessuna intenzione di rinunciare al Porcellum”, dice il quotidiano. “O ci danno l&#8217;elezione diretta del Capo dello Stato o resta il Porcellum”, avrebbe detto Berlusconi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Imu</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Da Varsavia, dove ieri ha incontrato il premier polacco Tusk, Enrico Letta ieri ha detto, parlando del provvedimento che oggi l&#8217;esecutivo varerà sull&#8217;Imu: “Non sarà il decreto dei miracoli, lo dico a tutti coloro che cercheranno lì dentro cose che non troveranno”. Oggi, scrive il Corriere, il governo dovrebbe decidere la sospensione dell&#8217;Imu sulla prima casa, mentre assai dubbia dovrebbe essere quelal sui fabbricati agricoli. La rata Imu si sarebbe dovuta pagare a giugno, e il governo stanzierà anche due miliardi di euro per i Comuni, che non avranno il gettito dell&#8217;acconto Imu. Altri 700-800 milioni dovranno essere stanziati per finanziare almeno 3 mesi di cassa integrazione in deroga, “niente di più di un provvedimento tampone, come aveva anticipato il ministro del Welfare Giovannini”, scrive il quotidiano milanese. Non ci sono le risorse per sospendere il pagamento dell&#8217;Imu anche alle imprese, anche se oggi Letta potrebbe fare un annuncio in cui prende un impegno, come spiega il viceministro Fassina: “In questo momento credo che non verrà dimenticata la parte che riguarda le imprese, anche se può essere affrontata con modalità diverse da quelle previste per la prima casa”. Quanto al Pdl, al ministro Del Rio, che ieri ha parlato di “rinvio a settembre o ottobre” della rata Imu, ha replicato con durezza Renato Brunetta, capogruppo del Pdl alla Camera: “Non è un rinvio. Del Rio non sa quel che dice. Parlare di rinvio significa disperdere il messaggio che vogliamo dare agli italiani perché riprendano a consumare. Si tratta di una sospensione”. “Entro agosto bisogna fare la riforma complessiva della tassazione sugli immobili, compresi i capannoni, altrimenti cadrà il governo Letta”, dice Brunetta.</p>
<p>Nelle pagine successive dello stesso quotidiano una intervista al Ministro Lupi: “Serve senso di responsabilità. &#8216;Il governo non cadrà su temi per i quali no è nato&#8217;”. Lupi si riferisce ai temi della giustizia, e spiega: “Non dobbiamo avere paura delle nostre identità, e dobbiamo essere aperti al dialogo e al confronto su tutto. Ma alcune cose sono chiare: le intercettazioni, come lo ius soli, non mi pare siano state elencate come materie di programma di governo, e quindi è ovvio che sarà il Parlamento ad affrontarle”. Davvero il governo non rischia per processi di Berlusconi?, chiede il quotidiano. “Lo abbiamo detto tutti, Berlusconi per primo: il governo non cadrà su temi per i quali non è nato”. Sull&#8217;Imu: “L&#8217;Imu va assolutamente superata: domani (oggi ndr) si parte con la sospensione per la prima casa e probabilmente per i fabbricati agricoli, come previsto nel programma elettorale del Pdl. Poi è vero che un governo deve essere attento alle richieste che arrivano dalle parti sociali, siamo attenti agli allarmi del mondo industriale, e dunque certamente 90 giorni che verranno inseriremo anche questo tema dei fabbricati e dei capannoni nella riforma complessiva della tassazione sugli immobili”. Lupi dice che “sicuramente la rata dell&#8217;Imu sulla prima casa che non si paga oggi non verrà riproposta a settembre”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Economia</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L&#8217;editoriale del Corriere della Sera, firmato da Francesco Giavazzi ed Alberto Alesina offre una “proposta alternativa” al governo italiano: il Def si impegna a un deficit non superiore al 3 per cento, nonostante il perdurare della recessione. “Nella migliore delle ipotesi sarewmmo di un soffio sotto la soglia del 3 per cento, e ciò non consentirà di ridurre le imposte. In questa situazione occorre chiedersi se ci convenga impegnarci al 3 per cento quest&#8217;anno, visto che, a parte una questione di orgoglio, non ne guadagneremmo sostanzialmente nulla. Non si riduce la disoccupazione con l&#8217;orgoglio”. E dunque il governo “potrebbe considerare una strategia alternativa”, “proporre alla Ue un piano di riduzione immediato delle imposte” – Imu e imposte sul lavoro – per un ammontare di 50 miliardi, associato ad un piano di tagli alle spese, per un punto di Pil all&#8217;anno per almeno tre anni. Il deficit rimarrebbe superiore al 3 per cento ancora per due ann, e rientrerebbe tra tre anni. “Come la Francia”. E rimarremmo nella procedura di sorveglianza Ue, ma scegliendo “noi il piano”. Accanto a questo, serve che le banche ricomincino a prestare denaro a famiglie e imprese. “Per far questo, occorre ricapitalizzarle”, e per farlo si può utilizzare il Meccanismo europeo di stabilità, il cosiddetto “Fondo salva banche”, come ha fatto la Spagna.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Da segnalare una intera pagina dedicata da Il Foglio ad un confronto tra due economisti: il viceministro Fassina ed Alberto Bisin, che insegna economia alla New York University. “Il ministro e il professore”, intervistati da Giuliano Ferrara, sull&#8217;agenda del governo e molto altro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Su La Stampa un articolo è dedicato al “caso” Giappone, che co il premier Abe vede crescere il Pil del 3,5 per cento. “Dopo la svolta di politica monetaria, il Pil sale del 3,5 per cento. Il miracolo di Abe. A colpi di nuovi yen fa volare il Giappone”.</p>
<p>Intervistato, l&#8217;economista e direttore del Ceps Daniel Gros, dice che “Da noi la ricetta non potrebbe funzionare”.</p>
<p>Su Il Sole 24 Ore: “L&#8217;Abenomics ha già vinto. Il Pil giapponese accelera”.</p>
<p>Anche su Il Foglio: “L&#8217;Abenomics fa risorgere un po&#8217; il Sol Levante. Fino a quando?”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Pd</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La Repubblica intervista Sergio Chiamparino: “Sono pronto a correre per la segreteria, voglio un partito socialista e liberale”. Chiamparino dice di essere pronto “a condizione che la mia eventuale candidatura serva a coagulare una parte importante del partito su un programma che una volta si sarebbe detto lib-lab, liberali e laburisti, un programma di riforme”. “Prendiamo la proposta del salario di cittadinanza da fare, a certe condizioni e per un periodo limitato, per chi è senza lavoro e lo cerca attivamente. E&#8217; una proposta che personalmente ho avanzato tre anni fa. Si può fare: vedo che oggi la propongono anche i 5 Stelle. Ma se non vogliamo prenderci in giro dobbiamo sapere che, contemporaneamente, è necessario rendere più flessibile il mercato del lavoro con proposte di liberalizzazione come quelle suggerite in questi anni da Pietro Ichino. E&#8217; una proposta moderata? E&#8217; una proposta radicale? E&#8217; una riforma di cui discutere. Se poi crea un cuneo tra Pd e Sel e dentro il Pd, almeno è una discussione di merito e non sui nomi”.</p>
<p>Il Fatto continua ad occuparsi della notizia – data ieri – secondo cui “D&#8217;Alema chiede a Bersani di fare un passo indietro e di proporre Rodotà come premier”. “A infuriarsi più di tutti Bersani e i bersaniani, scrive il quotidiano, che poi, interpellati da Il Fatto, hanno preferito aggrapparsi alla precisazione della portavoce dalemiana, che smentisce le frasi attribuite all&#8217;ex premier. &#8216;Sono riportate frasi che Massimo D&#8217;Alema non ha mai pronunciato&#8217;. Una smentita sulle frasi non sulla notizia”.</p>
<p>Della notizia oggi parla anche un “retroscena” de L&#8217;Unità: “Dal voto al Colle, il grande freddo tra Bersani e D&#8217;Alema. Dall&#8217;intesa per superare il Porcellum alla presidenza delle Camere, al nome di Rodotà come premier: tutti i passaggi che hanno prodotto il gelo”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>E poi</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Da segnalare su La Stampa: “Intesa Obama-Erdogan. Siria intatta senza Assad”, dove si spiega che nell&#8217;incontro tra il premier turco e il presidente Usa a Washington, in vista del summit di Ginevra, i due leader hanno concordato su “aiuti ai ribelli”, “ma gli Usa vogliono evitare lo sfascio del Paese”.</p>
<p>Il Sole 24 Ore: “Erdogan chiede agli Usa una no fly zone sulla Siria. Amministrazione cauta sull&#8217;uso di armi chimiche denunciato da Ankara”.</p>
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		<title>Il governo tra Imu, giustizia e riforme</title>
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		<pubDate>Thu, 16 May 2013 07:08:13 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[&#160; Il Corriere della Sera dedica il titolo più grande alle decisioni del Consiglio dei ministri di domani: “Imu sospesa solo sulla casa. Rinvio sui capannoni. Malumori nel centrodestra. Domani <a href="http://www.reset.it/rassegna-stampa-italia/il-governo-tra-imu-giustizia-e-riforme">[…]<span class="meta-nav"></span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p>Il Corriere della Sera dedica il titolo più grande alle decisioni del Consiglio dei ministri di domani: “Imu sospesa solo sulla casa. Rinvio sui capannoni. Malumori nel centrodestra. Domani in Consiglio dei ministri la misura sulla prima abitazione. Pil giù per la settima volta”.</p>
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<p>Il Sole 24 Ore: “Sospensione dell&#8217;Imu solo sulla prima casa. Sui capannoni si rinvia al riassetto complessivo”. Il commento di Guido Gentili è titolato: “Se si scende sotto il &#8216;minimo sindacale&#8217;”.</p>
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<p>La Stampa: “L&#8217;Imu slitta solo per la prima casa. Pil giù per il settimo trimestre consecutivo, nel 2013 calerà dell&#8217;1,5 per cento”. E poi: “Intercettazioni, il Pdl ripresenta il testo Alfano. Lo stop di Epifani”.</p>
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<p>La Repubblica: “Legge bavaglio, il Pdl ci riprova. Riproposte le norme Alfano anti-intercettazioni. L&#8217;alt di Epifani:così è crisi. Si infiamma lo scontro sulla giustizia. Dal Csm appello al ministro Cancellieri: &#8216;Tuteli i magistrati&#8217;. I falchi a Berlusconi: elezioni in autunno”.</p>
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<p>L&#8217;Unità: “Il Pil crola, il Pdl attacca i giudici. Settimo trimestre negativo ma Berlusconi pensa ai processi e alle intercettazioni”. A centro pagina la notizia sull&#8217;Imu sulla prima casa.</p>
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<p>Il Fatto quotidiano: “Arresti a Taranto: il Pd che prende ordini dall&#8217;Ilva. Operazione &#8216;Ambiente svenduto&#8217;. Il presidente democratico della Provincia, Giovanni Florido, in manette per concussione insieme all&#8217;ex assessore all&#8217;ambiente Michele Conserva. L&#8217;accusa: &#8216;Minacce a chi non favoriva l&#8217;azienda per lo smaltimento dei rifiuti”.</p>
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<p>Il Giornale: “&#8217;La verità su mio padre&#8217;”. Si tratta di una intervista al settimanale Panorama di Marina Berlusconi: “Il processo Ruby na farsa, non doveva neppure cominciare”. E poi: “Il Pdl vuole la legge anti-intercettazion. E sale la popolarità del Cav”.</p>
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<p><strong>Grillo</strong></p>
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<p>Su La Stampa una lunga intervista a Beppe Grillo: “Vogliono zittirci, l&#8217;ultimo argine siamo noi”. Grillo, in Puglia a fare campagna elettorale, commenta la notizia dell&#8217;arresto del presidente della Provincia di Taranto: “Mah, siamo cauti. Non è che i magistrati adesso stanno esagerando un po&#8217;? C&#8217;è uno strano clima intorno, sono preoccupato”. Grillo dice che nessun leader del centrosinistra lo ha hai chiamato, con nessuno si è mai sentito, “anzi, uno sì. Con Romano Prodi ci siamo sentiti, ,a lo conosco da prim, da quando era professore. E&#8217; una cosa vergognosa il modo in cui l&#8217;hanno trattato (usa un&#8217;altra espressione, ndr), mi ha fatto anche pena. Questo la dice lunga su che gente ci sia in quel partito. Ma è una situazione che non regge più, non ci sono più soldi nelle regioni per pagare il personale, a settembre crolla tutto. Mi danno del catastrofista, ma non è così”.</p>
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<p>Di Prodi, che ancora non ha ritirato la tessera 2013 del Pd, pronta al suo circolo, parla ampiamente il Corriere della Sera: “Prodi e la tessera &#8216;dimenticata&#8217;”, dove si dà voce alla presidente del Circolo Joyce Salvadori Lussu di Bologna, zona Santo Stefano. Cecilia Alessandrini dice “Lo capisco benissimo, dopo l&#8217;agguato che gli hanno tirato sul Quirinale”.</p>
<p>L&#8217;Unità intervista il deputato 5 Stelle Tommaso Currò, che nei giorni del tentativo di Bersani disse che il Movimento avrebbe dovuto dialogare con il Pd. “Resto della mia idea”, dice oggi. “Avremo dovuto dialogare e forse ora non saremmo in questa situazione, con Berlusconi di nuovo al centro della scena”. E poi: “La mia opinione è che Beppe non abbia mai davvero voluto discutere con il Pd. Non ha voluto allora e non lo vuole adesso. Invece ha finito per favorire la rinascita di Berlusconi. E io continuo a chiedermi perché”. Ancora su Grillo: “Mi pare di cogliere in lui l&#8217;idea di una democrazia senza partiti, assembleare, di un Parlamento come somma di comitati e movimenti, &#8216;single issue&#8217;, i No tav, i No ponte, No discarica. Credo che non possa funzionare, la democrazia ha bisogno dei partiti, di una destra e di una sinistra. Partiti rinnovati, in cui ha chi ha fallito si faccia da parte. Ma pur sempre partiti”.</p>
<p><strong>Riforme</strong></p>
<p>La Repubblica offre una intervista a Stefano Rodotà, il cui nome è stato evocato come membro del comitato di saggi che il governo vorrebbe comporre sulla riforma della Costituzione. “Finora nessuno mi ha telefonato chiedendomi se voglio far parte del Comitato dei saggi del governo. Ma, chiamato o non chiamato, l&#8217;idea di una commissione estranea al Parlamento non mi è congeniale: la via corretta delle riforme costituzionali è quella Parlamentare. Modificare poi le norme sulla revisione costituzionale che costituiscono la più intensa forma di garanzia rischia di mettere in discussione l&#8217;intero impianto della Costituzione”, dice. Rodotà dice che la “riforma più urgente” è “senz&#8217;altro la riforma elettorale”, da fare subito. Ma ribadisce di essere “assolutamente contrario” alla “extraparlamentarizzazione della riforma costituzionale”.</p>
<p>Su Il Foglio, in prima pagina: “Perché la Bicamerale per le riforme non fa rima con Rodotà (tà-tà)”.</p>
<p>Ieri il ministro Quagliariello aveva parlato di una “clausola di salvaguardia”, una modifica della legge elettorale per cancellare il “Porcellum”. Scrive Il Sole 24 Ore che “perfino il Pdl è contro il suo ministro. “Una batteria di interventi, a cominciare da Sandro Bondi, Altero Matteoli, Daniele Capezzone: tutti a dire che prima bisogna fare le riforme costituzionali e solo alla fine la legge elettorale, altrimenti il rischio è di accorciare la legislatura”. “Voci che ricalcano ciò che pensa Silvio Berlusconi che – tra l&#8217;altro – è autorevole componente della Commissione Affari Costituzionali al Senato e, di certo, sarà lui a dettare l&#8217;agenda al ministro Quagliariello. Non il contrario”.</p>
<p>Sullo stesso quotidiano Stefano Folli spiega che in questo momento – per i sostenitori della riforma elettorale nel centrosinistra – l&#8217;idea sarebbe “un rapido ripristino del Mattarellum, l&#8217;onesto precursore della pessima legge attuale”, e ieri due parlamentari ex ulivisti – Giachetti e Parisi – l&#8217;hanno proposto in Parlamento. “Ma è plausibile in termini politici? La risposta è no. A destra nessuno del campo berlusconiano sosterrebbe una simile riforma. Vorrebbe dire regalare al centrosinistra un vantaggio, un possibile binario su cui costruire una riscossa. Quindi, pollice verso. Ci vorrebbe una via di compromesso: alcuni ritocchi al Porcellum tali da correggere l&#8217;abnorme premio di maggioranza e altri difetti della norma”. Ma anche questa stradaè stretta. “Anche i ritocchi al Porcellum non sono graditi dalle parti di Palazzo Grazioli”, scrive Folli.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Berlusconi, Monti</strong></p>
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<p>Secondo Libero, che dedica a questo il titolo di apertura, “Berlusconi ha un piano per tornare a votare: cambiare il Porcellum con uno sbarramento molto alto (40 per cento). E poi prendere il premio di maggioranza alleandosi con Lega, FDI, Monti e Casini”: Secondo il quotidiano “Silvio vuol riaprire la Casa delle Libertà”, e “sondaggi alla mano” strarebbe preparando “in segreto un piano per tornare alle urne”. Secondo il quotidiano “con Monti ormai l&#8217;accordo è fato: il partitino del Professore è allo stremo e l&#8217;unica alternativa alla sua dissoluzione pare essere il ritorno al timone, con pieni poteri, dell&#8217;ex premier. Il quale ha già trattato in privato le condizioni dell&#8217;accordo con il Cavavaliere, uscendone con la convinzione che &#8216;Berlusconi è il più bravo di tutti&#8217;”.</p>
<p>Monti viene intervistato da La Stampa, rivendica il suo ruolo nel governo, dice che c&#8217;è continuità tra il suo esecutivo e quello di Letta, e spiega che “la coalizione ampia serve ad avere le spelle più larghe per moltiplicare gli aforzi nell&#8217;interesse del Paese”. Sui suoi progetti futuri: “Mi rendo conti di avere lasciato un po&#8217; di incertezza. Ho riflettuto se accontentarmi di aver contribuito alla creazione di una forza politica che in soli 50 giorni ha raccolto 3 milioni di voti, o se invece debba guidarne la crescita o l&#8217;evoluzione, come molti mi hanno chiesto”, e “poiché vedo un importante potenziale”, “sono ronto ad assumermi questo impegno”. Monti lo dirà oggi all&#8217;assemblea degli eletti di Scelta Civica. Diventerà un partito? “Nei prossimi mesi è previsto un momento costituente vero e proprio”. Se dovesse stringere alleanze, si sentirebbe più in sintonia con il Pd o con il Pdl? “Il nostro è uno spazio che è – e deve restare – distinto dalle forze politiche tradizionali”. “Vediamo prima di tutto chi spingerà e chi frenerà le riforme nell&#8217;azione del governo Letta”.</p>
<p>Su Europa segnaliamo un articolo di Paolo Natale: “Sondaggi. Il Pdl primo partito per colpa degli altri partiti”, in cui si spiega che i sondaggi dicono che gli italiani non pensano che Berlusconi sia vittima dei magistrati (solo l&#8217;8 per cento lo considera vittima di una persecuzione da parte della magistratura), ma i consensi nei confronti del Pdl aumentano. Accade perché “nessuna delle altre offerte, comparate con quella di Berlusconi, oggi sembra riuscire a starne al passo”</p>
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<p><strong>Internazionale</strong></p>
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<p>Su La Stampa un “retroscena” è dedicato alla situazione in Siria, in vista della conferenza di pace di Ginevra denominata “Ginevra2”. “Qatar e Arabia Saudita in lotta per conquistare i ribelli anti-Assad”, dove si spiega che l&#8217;Arabia Saudita – che finora aveva sempre evitare di incontrare i ribelli della Coalizione nazionale siriana, “perché in mano all&#8217;invisa Fratellanza musulmana e perché legata a Qatar e Turchia” &#8211; la settimana scorsa aveva segnato un punto di svolta: a sorpresa il ministro degli esteri saudita Saud Al Faisal ha incontrato a lungo il Fratello soriano Mahmoud Farouq Tayfour”. “Significa che Riad, sponsor storico dei salafiti, smorza i toni? La risposta è piuttosto nella guerra fredda con l&#8217;Iran, che secondo Al Hayat sarebbe pronto a puntellare Assad aprendo un fronte sul Golan con le milizie dell&#8217;amico Hezbollah”.</p>
<p>Su Il Foglio una anticipazione da un libro di prossima uscita, firmato da Lorenzo Trombetta: “Siria, dagli ottomani agli Asad. E oltre”l L&#8217;estratto è dedicato agli “Shabbiha”, ex bande di contrabbandieri in Mercedes in Siria, “protette dalla parentela con Assad. Ora sono diventate le squadre paramilitari che fanno il lavoro sporco per Damasco”.</p>
<p>Di politica estera ha parlato ieri il ministro Bonino, ascoltato dalle Commissioni esteri di Camera e Senato: “Bonino, allarme Libia. &#8216;C&#8217;è il rischio del caos. La titolare della Farnesina in Parlamento indica le linee direttrici della politica estera italiana. I dossier Sigonella e marò. La sfida europeista”.</p>
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<p><strong>E poi</strong></p>
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<p>Sulle pagine R2 de La Repubblica un articolo di Paul Krugman e uno di Federico Rampini dedicato alle politiche economiche: “Post-Austerity, la fine di una ideologia moralista che ha aggravato la crisi. La politica del rigore si è dimostrata inefficace e anche la sua base teorica si è rivelata sbagliata. E i governi europei incominciano a trarre tutte le conseguenze”, il titolo di quello di Rampini. E Krugman si sofferma sui “conti sbagliati dei conservatori”, ricordando che “nella storia Usa i maggiori deficit sono frutto dei governi di destra”.</p>
<p>Su Europa una pagina è dedicata alla Gran Bretagna: “Per contrastare l&#8217;Ukip e recuperare consenso David Cameron si affida a un gruppo di fedelissimi con una matrice unica: tutti allievi dell&#8217;esclusivo college” di Eton. “Scene di lotta di classe a Downing Street”, il titolo.</p>
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		<title>Egitto: tra medici e studenti, i primi cenni di cedimento per la Fratellanza</title>
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		<pubDate>Wed, 15 May 2013 09:41:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Lanni</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Fratellanza musulmana]]></category>

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		<description><![CDATA[Da Reset-Dialogues on Civilizations «Nelle elezioni sindacali i Fratelli musulmani hanno perso perché tutti i lavoratori maggiormente sindacalizzati hanno fatto sentire la loro voce. È successo in particolare nei sindacati <a href="http://www.reset.it/reset-doc/egitto-tra-medici-e-studenti-i-primi-cenni-di-cedimento-per-la-fratellanza">[…]<span class="meta-nav"></span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Da <a href="http://www.resetdoc.org/EN/index">Reset-Dialogues on Civilizations</a></p>
<p>«Nelle elezioni sindacali i Fratelli musulmani hanno perso perché tutti i lavoratori maggiormente sindacalizzati hanno fatto sentire la loro voce. È successo in particolare nei sindacati dei medici, dei farmacisti e dei giornalisti». È il commento a <em>Reset.it</em> di Khaled Ali, ex candidato alle presidenziali e direttore del Centro per i diritti economici e sociali (Ecesr), ai risultati delle recenti elezioni all’interno delle rappresentanze dei lavoratori. E così, mentre la<em> longa manus</em> degli islamisti raggiunge il governo, con il rimpasto della scorsa settimana, e mette a repentaglio l’indipendenza della magistratura, i Fratelli musulmani perdono la loro tradizionale roccaforte nei sindacati, il luogo dove erano stati cooptati da Mubarak poiché esclusi dalle altre istituzioni pubbliche.</p>
<p><strong>Dai sindacati al movimento operaio: il ridimensionamento degli islamisti</strong></p>
<p><strong></strong>Sorprendentemente la Fratellanza non ha ottenuto un buon risultato neppure tra le rappresentanze studentesche, dove pure, subito dopo le rivolte, avevano prevalso candidati islamisti moderati e salafiti. È il caso dell’Università di Alessandria dove i delegati della Fratellanza sono passati da un controllo di oltre l’80% delle rappresentanze sindacali nelle facoltà scientifiche ad una minoranza. I Fratelli musulmani hanno mantenuto però la maggioranza nei sindacati studenteschi dell’Università di Al-Ahzar, centro dell’Islam sunnita in Egitto. «Hanno vinto i candidati che hanno fatto campagna elettorale sulla giustizia sociale, indipendenti e non politicizzati», ha proseguito Khaled Ali. «Tuttavia, bisogna diffidare dalle usurpazioni della Fratellanza, spesso dietro candidati indipendenti si nascondono uomini del vecchio regime con una certa esperienza, che vengono cooptati dagli stessi islamisti all’interno dei movimenti sindacali», aggiunge Khaled Ali. «È pur vero che la società inizia a reagire all’invasione della Fratellanza nelle principali istituzioni», conclude l’attivista.</p>
<p>Le rivolte del 2011 hanno rivitalizzato il movimento operaio egiziano. Gli scioperi in tutto il Paese sono raddoppiati dopo l’elezione del presidente islamista Mohammed Morsi. I lavoratori egiziani si aspettavano che oltre a «libertà e pane» arrivasse finalmente la «giustizia sociale». Ma non è andata così. Lo confermano i risultati presenti proprio nel documento del Centro per i diritti economici e sociali (Ecesr). Dei 3817 scioperi del 2012, la maggior parte ha avuto luogo dopo l’elezione che ha visto trionfare i Fratelli musulmani. «Tra luglio e dicembre, si sono svolti in media 452 scioperi al mese, mentre nei primi tre mesi del 2013 abbiamo raggiunto l’incredibile media di 700 scioperi al mese», ci spiega Nadim Mansour, giovane dirigente del centro di Talaat Harb, nel cuore del Cairo. «Esiste poi una chiara distinzione tra le proteste per difendere i diritti dei lavoratori o per manifestare l’opposizione al presidente e al suo governo», si legge nel report. La maggior parte delle proteste ha interessato per il 35% il settore pubblico, mentre un 5,8% ha coinvolto le amministrazioni pubbliche e il 10 aziende private. L’altra metà delle contestazioni ha interessato cittadini comuni contro l’aumento dei prezzi, la mancanza di benzina e di elettricità.</p>
<p><strong>Sit-in e proteste: i lavoratori egiziani si riorganizzano in un contesto di odio politico </strong></p>
<p><strong></strong>Riguardo ai metodi di protesta, si è passati da scioperi e sit-in fino a più innovative veglie notturne, marce e manifestazioni con il blocco di strade e mezzi pubblici. «In alcuni casi, gli operai hanno fatto ricorso a scioperi della fame, all’occupazione di edifici pubblici e minacce di suicidio per le pessime condizioni di vita», continua Nadim. Ma una delle proteste che più ha segnato le strade del Cairo ha interessato le forze di polizia. «Nei mesi in cui i poliziotti hanno deciso di incrociare le braccia per i loro bassi salari, era molto difficile camminare per strada e si avvertiva un clima di estremo caos», ha aggiunto Nadia, una volontaria del Centro. Proprio la richiesta di aumenti salariali era l’obiettivo del 36% dei lavoratori. Mentre un quinto dei contestatori è composto da disoccupati o lavoratori a tempo determinato in attesa di regolarizzazione. «Non solo, molti hanno iniziato a protestare per la corruzione dei loro capi, maltrattamenti e incapacità organizzativa dei manager o contro la chiusura di negozi e fabbriche, registriamo un incremento significativo nella richiesta di diritti e nella consapevolezza che questi diritti devono essere conquistati», prosegue Nadim. Il Centro vicino ai movimenti socialisti egiziani, che non hanno trovato ancora rappresentanza politica nelle istituzioni, rimprovera al governo di non aver presentato una legge per i sindacati indipendenti nonostante una prima bozza fosse stata già predisposta dall’ex ministro del lavoro, Ahmed Al-Borai. «Ma si è preferito rimpiazzare esponenti del vecchio regime con affiliati ai Fratelli musulmani», denuncia il documento. Inoltre, il governo non ha ancora portato il salario minimo a 1200 ghinee (150 euro circa) nonostante quanto previsto da una sentenza del 2011.</p>
<p>«Lavoriamo per chiarire i diritti sindacali dei lavoratori che vengono da noi per chiedere consulenza», ci spiega ancora Nadim. «Per questo abbiamo creato la Federazione egiziana per i sindacati indipendenti che serve proprio a fornire conoscenze a chi non ne ha sui diritti sindacali», prosegue il ricercatore. «Un caso di cui ci siamo occupati nei mesi scorsi riguarda due milioni di pescatori egiziani. Stiamo aiutando a rifondare il loro sindacato da zero», conclude.</p>
<p>Ma a conferma dell’alta tensione sociale e della rabbia montante contro la Fratellanza, un episodio inquietante ha avuto luogo nella città del Delta del Nilo, Zagazig. Un gruppo inferocito di abitanti del villaggio di El-Qataweya ha fatto irruzione della casa di Rabie Lasheen. La folla ha gettato i mobili dall’abitazione e appiccato un fuoco a tre autovetture all’esterno. Ha poi ucciso il figlio del politico, Youssef. La vittima era accusata di aver sparato ad un uomo di 28 anni che aveva insultato suo padre perché apparteneva alla Fratellanza. Non è la prima volta che questo avviene nella regione operaia e contadina di Sharqeya, nella totale assenza di polizia.</p>
<p>Tra tensioni e minacce, i Fratelli Musulmani continuano nelle politiche di liberalizzazione economica, ma perdono per strada parte della loro base sociale. I lavoratori sindacalizzati sono però ancora alla ricerca di una valida alternativa.</p>
<p>Vai a <a href="http://resetdoc.org/EN/index">www.resetdoc.org</a></p>
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		<title>Pd,Veltroni. Un Lingotto per Renzi.</title>
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		<pubDate>Wed, 15 May 2013 08:03:58 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[&#160; “Non si comprano più case” è il titolo di apertura del Corriere della Sera, che cita il rapporto dell&#8217;Abi sulle transazioni per acquisto o vendita di immobili. “Mercato ai <a href="http://www.reset.it/rassegna-stampa-italia/pdveltroni-un-lingotto-per-renzi">[…]<span class="meta-nav"></span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p>“Non si comprano più case” è il titolo di apertura del Corriere della Sera, che cita il rapporto dell&#8217;Abi sulle transazioni per acquisto o vendita di immobili. “Mercato ai minimi dall&#8217;85”. E poi: “Inflazione all&#8217;1,1 per cento, debito pubblico su. L&#8217;ipotesi europea: via le monete da 1 e 2 centesimi”. “Pensioni, ritocchi alla riforma”. A centro pagina la foto dell&#8217;attrice Angelina Jolie, che ieri ha annunciato di aver scelto di farsi asportare i seni per evitare un probabile cancro. “L&#8217;attrice e la chirurgia preventiva. Cancro al seno, la scelta di Angelina”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La Stampa: “Assalto alla Tav, governo in campo. Raid degli attivisti con le molotov nella notte. Vertice a Torino, la prima risposta: zona rossa larga e task force al ministero. Alfano: è un attacco allo Stato, ma noi reagiremo. Caselli: atto di guerra”. A centro pagina i dati sugli immobili e la “difficile scelta di Angelina”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La Repubblica: “Sentenze, il piano Berlusconi. Scontro sulla giustizia. Escort, il Cavaliere tre ore dai pm. Il leader Pdl studia una mossa per evitare l&#8217;interdizione dai pubblici uffici. Brunetta attacca la Boldrini”. A centro pagina: “Tav, assalto in Val di Susa. Alfano: volevano uccidere”. In evidenza anche altre notizie sulla politica economica del governo: “Cambiano le pensioni, si potrà lasciare prima ma con una penale”.</p>
<p>Di spalla la Jolie, con un suo scritto (“La lezione di mia madre”) e uno di Umberto Veronesi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il Fatto quotidiano: “Bunga bunga, 30 milioni il prezzo del silenzio. La Boccassini deposita una memoria di 720 pagine con le prove che B remunera gran parte dei testimoni, soprattutto le &#8216;ragazze&#8217; per indurli a mentire. Una fortuna in case, gioielli, bonifici e assegni. Il Caimano interrogato a Roma per le escort di Bari”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L&#8217;Unità: “Insulti Pdl, deliri di Grillo. Giustizia, attacchi a Boldrini e Boccassini. Il leader M5S: o vinco o le barricate”. A centro pagina: “Perde casa, si dà fuoco con la famiglia. Dramma a Ragusa, per un debito di 10 mila euro pignorato l&#8217;alloggio”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il Giornale: “Lettere a una pm perdente. La persecuzione della Boccassini a Berlusconi, simbolo di quell&#8217;odio che penalizza il Paese”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Libero dedica il titolo di apertura alla “Camera chiusa: La mutua gay della casta. Gli onorevoli estendono l&#8217;assistenza di cui godono anche ai conviventi dello stesso esso. In pratica legalizzano le coppie omo ma solo in Parlamento. Perché non fanno una legge che valga per tutti?”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il Sole 24 Ore si occupa delle ultime modifiche alla Camera del decreto sui debiti della Pa: “Debiti Pa, 3,5 miliardi ai Comuni. Ultime modifiche alla Camera per il provvedimento che sblocca i pagamenti, oggi il voto finale. Monitoraggio online ogni mese delle somme erogate”. A centro pagina: “Imu imprese: esenzione allo studio”. “Si punta a rivedere tutta la partita delle tasse immobiliari (44 miliardi)”. “L&#8217;annuncio di Saccomanni: &#8216;non solo interventi sulla prima casa&#8217;”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Riforme</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il ministro delle Riforme Quagliariello, intervistato dal Corriere della Sera, spiega che più che una riforma della legge elettorale serve una “clausola di salvaguardia”, una “azione di manutenzione minima, allo scopo di avere un meccanismo diverso dal Porcellum qualora fosse necessario andare a votare”. L&#8217;attuale legge consente con un vantaggio minimo di ottenere “il doppio dei parlamentari del concorrente”. L&#8217;attuale sistema di voto è in odore di incostituzionalità, figlio di un tempo in cui le coalizioni arrivavano al 45 per cento, e quindi il premio era attorno al 10. Adesso non è più così, ecco perché occorre procedere a una correzione, in attesa che la riforma generale della Costituzione si decida qual è il modello migliore. La riforma elettorale è parte della rivisitazione della forma di governo.</p>
<p>La Repubblica spiega intanto che Palazzo Chigi vuole coinvolgere Stefano Rodotà nel processo di riforma costituzionale e reclutarlo nella commissione governativa di saggi che affiancherà il lavoro delle Commissioni affari costituzionali. Il ministro delle riforme Quagliariello è uno degli sponsor, secondo il quotidiano, di Rodotà, divenuto la bandiera dei 5 Stelle nella battaglia sul Quirinale. I due condividono il giudizio sulla Convenzione, così come era stata immaginata inizialmente, incostituzionale per la presenza paritaria di eletti ed esterni. Ma Rodotà, oltre a bocciare lo strumento, ha detto a più riprese che la Costituzione non andrebbe toccata, tanto più dalla maggioranza di larghe intese. Il Presidente del Consiglio Letta e il ministro Quagliariello intendono offrire il massimo di apertura per consentire a tutte le forze politiche di misurarsi con una riforma epocale, e già venerdì il CDM darà il via libera alla Commissione. Nel giro di 10 giorni si procederà alla composizione. La Commissione dovrebbe contare 20 membri, e il ministro dei rapporti con il Parlamento Franceschini ha chiesto ai gruppi parlamentari di fornire una rosa di nomi scelti tra costituzionalisti e giuristi.</p>
<p>Il ministro dei rapporti con il Parlamento Franceschini, in una intervista a La Repubblica, conferma che la definizione giusta per il governo è quella di un esecutivo di servizio e ribadisce che le vicende processuali “non devono interferire con quelle politiche”. Il Pdl vorrebbe che la riforma della giustizia rientrasse nei programmi, cosa dice Franceschini? “La Convenzione si occuperà dei capitoli dedicati alla forma di governo, alla riforma del bicameralismo, alla riforma dei partiti, alla riduzione del numero dei parlamentari. Le proposte sulla giustizia le valuteremo una per una, sapendo perfettamente che il rispetto della autonomia della magistratura e l&#8217;eguaglianza dei cittadini davanti alla legge non sono cose di destra o di sinistra, ma principi costituzionali che tutti devono rispettare. A partire da chi legifera”. Sulla riforma elettorale, Franceschini conferma: “La via di mezzo ragionevole è quella illustrata a Spineto: predisponiamo correzioni subito al Porcellum in modo che se dovesse fallire il percorso di riforme costituzionli, non si tornerebbe a votare con questa legge. E poi, una volta definita la forma di Stato e di governo, faremo la riforma elettorale coerente con questo assetto.</p>
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<p><strong>Berlusconi</strong></p>
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<p>Ieri intanto, a Roma, si è svolto l&#8217;interrogatorio conclusivo di Silvio Berlusconi a Roma, per tre ore, sul caso escort-Tarantini. Spiega il Corriere della Sera che di fronte ai magistrati romani che indagano sul denaro – oltre un milione e mezzo di euro sborsato all&#8217;uomo che gli procurava le donne per le feste, Berlusconi, convocato come parte lesa, nega che i 20 mila euro al mese versati tra il 2010 e il 2011 a Tarantino fossero il prezzo di un ricatto, così come il denaro utilizzato per ristrutturare la casa di Roma e pagare le vacanze: erano un regalo. Insomma, non ci fu alcuna estorsione, il reato contestato dai pm della capitale a Tarantini, alla moglie Nicla e al faccendiere Lavitola che fece da intermediario per la consegna delle somme. L&#8217;inchiesta, secondo il Corriere, si avvia verso l&#8217;archiviazione. Resta in piedi l&#8217;indagine parallela, avviata a Bari, dove Berlusconi è indagato con Lavitola per aver indotto Tarantini a mentire.</p>
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<p>Secondo La Stampa, la versione di Berlusconi è che si trattò di aiutare un amico in difficoltà. E quanto a Lavitola “mai, neppure in forma velata, mi rivolse alcun genere di minacce”. “Sembra paradossale ma tant&#8217;è: a Roma Berlusconi è parte lesa”, scrive La Stampa, “mentre a Bari è indagato perché, in concorso con Lavitola, avrebbe convinto Tarantini, a suon di bigliettoni, a mentire ai magistrati per evitare rivelazioni compromettenti sulle serate allegre con Patrizia D&#8217;Addario e colleghe”.</p>
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<p><strong>Pd</strong></p>
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<p>Sulla prima pagina di Europa, quotidiano espressione del Partito Democratico, compare una foto di Sergio Chiamparino, sotto il titolo: “E&#8217; Chiamparino il nome di Renzi per il partito?”. L&#8217;ex sindaco di Torino si è detto infatti ieri disponibile a “dare una mano al centrosinistra”, ma solo se si “creeranno le condizioni”, anche perché al momento “sto facendo un altro lavoro, per il quale ora non ho nemmeno la tessera del Pd”. Secondo Europa, Chiamparino pone un&#8217;altra condizione implicita: Renzi deve sciogliere la riserva, mettendo in chiaro di puntare personalmente solo sulla candidatura a premier e non al vertice del partito. Certo, scrive il quotidiano, sarebbe un candidato ideale per riunire il fronte liberal del Partito, mantendendo comunque una sorta di “vocazione maggioritaria” interna, vista la sua provenienza post-comunista. Veltroniani e prodiani erano già pronti a sostenerlo alla assemblea Pd di sabato scorso, ma l&#8217;idea è tramontata proprio per il mancato appoggio decisivo di Renzi, intenzionato a tirarsi fuori per il momento dalle beghe interne. Ed è sulla stessa prima pagina di Europa che si trova una anticipazione dal pamphlet di Veltroni, che esce oggi in libreria con la Rizzoli. “E se noi domani. L&#8217;Italia e la sinistra che vorrei” è il titolo del libro.</p>
<p>Scrive Veltroni, in riferimento alle ultime elezioni, che “quella del febbraio 2013, in termini quantitativi” è “la più grande sconfitta politica ed elettorale della storia della sinistra degli ultimi 50 anni. E lo è ancora di più per la grave responsabilità di non aver vinto le elezioni e dato al Paese un governo capace di dialogare con tutto il Parlamento e con tutta la comunità nazionale, un vero governo del Presidente, fuori da maggioranze politiche precostituite. Lo è ancora di più perché la destra era crollata sotto i colpi della sua incapacità di governare e della spregiudicatezza di Berlusconi. La porta era vuota, il pallone era sul dischetto”. Se ne occupa anche La Repubblica, spiegando che Veltroni imputa a questa sinistra di non aver avuto la forza e la lucidità di proporre un governo del Presidente guidato da Emma Bonino. Il quotidiano evidenzia anche come Veltroni rompa in questo libro un antico tabù della sinistra, smontando l&#8217;obiezione classica della sinistra al presidenzialismo, cioè il timore dell&#8217;uomo forte. Lo fa citando Piero Calamandrei: le dittature sorgono non dai governi che governano e che durano ma dalla impossibilità di governare dei governi democratici”. E&#8217; arrivato quindi il momento di una “grande svolta”, dare più potere al governo, per esempio con un “sistema presidenziale e un meccanismo elettorale a doppio turno di collegio”. Il pamphlet veltroniano disegna, secondo La Repubblica, una sinistra “conservatrice”, che vede nella modernità “la farina del diavolo”, che pullula di “giovani politici di professione preoccupati solo della loro carriera e di posizionarsi in correnti e correntine che li proteggano, non importa più in nome di quali idee”. Una sinistra che ha perso “non perché è stata troppo di sinistra ma perché lo è stata troppo poco”, cadendo nella “trappola del Cavaliere”, che ha trasformato la battaglia politica in un perenne duello tra berlusconiani e antiberlusconiani. Da questa trappola bisogna uscire come hanno fatto i Democratici americani: invece di inseguire l&#8217;avversario sul suo terreno, alzare la bandiera con Obama. Seguendo il consiglio che George Lakoff diede agli stessi Democrat Usa: “Non pensare all&#8217;elefante”, ovvero non farsi ossessionare dai Repubblicani. Per quel che riguarda il destino del partito, Veltroni ammette che quando D&#8217;Alema, nel 1997, teorizzò la supremazia “dei partiti con la P maiuscola” sull&#8217;Ulivo, mentre lui sosteneva l&#8217;opposto, si sarebbe dovuto scegliere al partito di scegliere con chiarezza tra i due progetti. Invece l&#8217;ambiguità ha continuato a corrodere il partito, fino a che il cancro delle correnti lo ha divorato. E ora si ritrova “come una tartaruga chiusa nel suo guscio”, ad inseguire “il velociraptor Grillo”.</p>
<p>Nel passaggio dal libro ripresa da Europa Veltroni si sofferma anche sul ruolo delle primarie, che così descrive: “sono parte costitutiva di un partito davvero contendibile a tutti i suoi livelli”, “i nuovi parlamentari sono ottime persone, ed è un fatto positivo che ci siano tante donne e tanti giovani, ma è legittimo chiedersi se l&#8217;idea si sottoporre a primarie in quel modo i candidati in parlamento non abbia finito per trasformare quello strumento, nato per far avvicinare forze esterne al partito, in una conta più interna, con l&#8217;attivazione di cordate, ticket, accordi tra correnti”, “c&#8217;è un solo modo per fare delle primarie uno strumento reale ed efficace: non abusare nell&#8217;uso, mantenerle aperte come esperimento continuo di democrazia, non come macchina per procedure interne”.</p>
<p>Anche su L&#8217;Unità una pagina intera di anticipazione del libro di Walter Veltroni, sotto il titolo: “Fare come in Francia: la via semi-presidenziale”.</p>
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<p>L&#8217;Unità intervista Sergio Chiamparino. Viene citato come possibile competitor per la segreteria al congresso d&#8217;autunno, corsa affollata già da ora, stando agli annunci, visto che si parla di Gianni Pittella, di Gianni Cuperlo, di Pippo Civati, di Goffredo Bettini e c&#8217;è chi dice- scrive L&#8217;Unità – che potrebbe provarci anche l&#8217;attuale segretario Epifani. Sono in molti a fare il suo nome, forse aspettano un suo segnale, chiede il cronista. E Chiamparino: “Posso garantirle che tutte queste persone che fanno il suo nome io non le ho sentite. Ho letto il mio nome sui giornali, ma in questo momento sono felicemente isolato”. Al momento, insomma, dice Chiamparino, “non ci ho pensato. Dovrei credere davvero al progetto politico, alla possibilità di realizzarlo”, “quello che posso dirle è che nel momento in cui dovessi decidere di schierarmi per sostenere qualcuno, o di scendere direttamente in campo, la prima cosa che farei sarebbe quella di dimettermi da presidente della Fondazione” Sanpaolo.</p>
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<p>Restiamo a L&#8217;Unità per segnalare un intervento di Fabrizio Barca, che dice di condividere l&#8217;opinione di Alfredo Reichlin, secondo cui la ragion d&#8217;essere del Pd sta nella capacità di intepretare diritti e bisogni: “E, aggiungo io, soluzioni che la nostra società esprime e che vanno tradotte in azioni pubbliche realizzabili. La fiducia in questa capacità è scossa oggi in noi cittadini dalla percezione di impotenza delle &#8216;tradizionali sovranità democratiche&#8217;. La pressione dei mercati finanziari internazionali, la perdita di sovranità nazionale per via del processo di unificazione europea, l&#8217;insistenza pervicace sulla soluzione di affidare a privati la produzione di beni pubblici nonostante i suoi eclatanti fallimenti, ci convincono che le decisioni vere sono prese altrove. O il Pd si misura con questi problemi, insiste Reichlin, o non ha ragion d&#8217;essere. Concordo. Quella percezione di impotenza è forte in tutto il mondo”.</p>
<p>Segnaliamo peraltro, da passaggio del libro di Veltroni che L&#8217;Unità sintetizza, un riferimento proprio all&#8217;ex ministro Barca: “I partiti forti, quelli che piacciono al mio amico di sempre Fabrizio Barca, non esistono più. Non esistono in nessuna parte del mondo”, “ora i partiti sono espressione di leadership fuggevoli o più radicatamente di correnti bulimiche, di ruoli e potere, e non solo in Italia. I partiti, per rinascere, hanno bisogno di farsi aperti, tanto quanto la società che vogliono costruire. Solo così la politica tornerà a essere bella e si potrà ritrovare nei partiti, restituiti alla loro ragione storica ideale lo stesso entusiasmo con cui Fabrizio Barca ed io abbiamo trascorso insieme il tempo migliore della nostra gioventù”.</p>
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<p>Il Foglio scrive che mai come oggi il destino del Pd è legato a quello di Renzi: se il sindaco scenderà in campo e deciderà di proseguire la sua scalata saltando in sella al Pd, il partito, come è evidente, imboccherà un percorso molto diverso da quello seguito da Bersani e più simile da quello seguito da Veltroni. In caso contrario, Renzi lascerà il passo a qualcun altro, incoraggerà nuovi leader a venire allo scoperto, seguirà il Pd da lontano e dimostrerà che tra il Pd e il Pdr, ovvero tra il Partito Democratico e il Popolo di Renzi, il sindaco preferisce restare alla guida del secondo. Il saggio di Veltroni in uscita è rivolto, secondo Il Foglio, a Renzi, ovvero a “quello che oggi sembra essere il possibile vero erede del Pd del Lingotto”.</p>
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<p>Il Corriere della Sera intervista l&#8217;ex presidente della Provincia di Milano ed ex capo segretaria di Bersani, Filippo Penati, indagato per corruzione, concussione e finanziamento illecito dei partiti in merito al sistema Sesto e alla vendita della Serravalle. “La costituzione di parte civile dei Ds contro di me è un atto immotivato, gratuito e irragionevole”, che “risponde a logiche diverse da quelle legali”, in quanto non ci sono ragioni vere negli atti processuali. Dice ancora Penati: “Sbaglia chi oggi, ancor prima dell&#8217;inizio del processo, vuole mettere della distanza tra me e i Ds. La storia dei Ds è anche la storia di un pezzo della mia vita. Si sbaglia se si pensa che io sbatta la porta. L&#8217;eredità politica e morale di un partito è un patrimonio collettivo”. E ricorda che i suoi legali si sono già opposti alla prescrizione. Il processo -ricorda- potrà proseguire anche sui fatti di 13 anni fa.</p>
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<p><strong>Internazionale </strong></p>
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<p>La Stampa racconta la nuova tempesta che ha investito l&#8217;Amministrazione Obama e che ha il sapore del Watergate, perché coinvolge funzionari del governo che hanno messo sotto controllo telefoni privati, venti linee della AP, relative alle redazioni e giornalisti di New York, Washington, Harford in Connecticut, e al desk dentro la Sala stampa della Camera dei Rappresentanti. Si tratta di oltre un centinaio tra reporter, caporedattori e direzione: l&#8217;intera struttura centrale della maggiore agenzia di stampa americana tra aprile e maggio 2012 è stata intercettata e sorvegliata per appurare come aveva potuto rivelare il 7 maggio l&#8217;esistenza di un piano di Al Qaeda in Yemen di far esplodere un aereo negli Usa nella primavera di quell&#8217;anno. Ad ammettere le intercettazioni è lo stesso Dipartimento di giustizia. Alla Casa Bianca il portavoce del Presidente, Jay Carney, affronta una sorta di processo nella sala stampa, e dice: “Nessuno qui era a conoscenza della sorveglianza della AP, né il presidente né i suoi consiglieri politici”. Poi ha aggiunto: “Serve un equilibrio tra il rispetto della libertà di stampa e la necessità di perseguire le fughe di notizie che ledono la sicurezza nazionale”. Il Foglio scrive che quando fa comodo, la Casa Bianca favorisce la fuga di notizie. Ci sono giornalisti del NYT che ormai sono specializzati e campano con gli scoop fatti grazie a “fonti anonime” interne all&#8217;Amministrazione Obama, e questi scoop curiosamente non scatenano persecuzioni giudiziarie e richieste di tabulati telefonici da parte del Dipartimento di giustizia. Il quotidiano cita due esempi: il 25 febbraio sul New York Times un articolo di Chivers e Schmitt spiega che dietro il gran traffico d&#8217;armi in corso tra Croazia, Arabia Saudita, Turchia, Giordania e Qatar a favore della opposizione siriana, ci sono gli Usa. In questo caso si trattava di provare che l&#8217;Amministrazione Obama era attivamente schierata a fianco della opposizione senza prendere esplicitamente posizione. Altrettanto è accaduto il 1 giugno 2012, sempre sul NYT, con uno scoop di David Sanger, relativo al sabotaggio del programma atomico iraniano fatto con il virus elettronico Stuxnet, senza assumersene la paternità, con citazioni del presidente Obama e del vicepresidente Biden.</p>
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<p>Su tutti i quotidiani anche le notizie relative al clima da guerra fredda che si è instaurato ieri, con l&#8217;arresto a Mosca del terzo consigliere dell&#8217;ambasciata Usa: si tratta di un agente della Cia che è stato arrestato l&#8217;altra notte in un parco di Mosca mentre cercava di reclutare un collega del FSB, erede del famigerato KGB sovietico, con il ragguardevole salario di 1 milione di dollari l&#8217;anno. Le immagini dell&#8217;arresto lo vedono atterrato e immobilizzato, con tanto di parrucca bionda in testa.</p>
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<p>L&#8217;Unità scrive che la Libia sprofonda sempre di più nell&#8217;insicurezza e che questo scenario ha indotto gli Usa a trasferire 500 marines da una base nel sud della Spagna a Sigonella, in Sicilia, dove sarebbero pronti ad intervenire in caso di necessità. La notizia è stata data dal Pentagono lunedì sera, dopo l&#8217;esplosione a Bengasi, che aveva fatto pensare ad un nuovo sanguinoso attentato. Ora il governo libico sostiene che potrebbe essersi trattato di un incidente. A saltare l&#8217;aria sarebbe stata l&#8217;auto di un pescatore, con a bordo esplosivi, e i morti sarebbero stati solo tre, e non una quindicina, come inizialmente ipotizzato. Va ricordato che da gennaio 50 marines proteggono l&#8217;ambasciata americana a Tripoli, dopo la morte dell&#8217;Ambasciatore Stevens al consolato di Bengasi l&#8217;11 settembre scorso. Umberto De Giovannangeli dedica una lunga analisi alla trasformazione della Libia in principale base della organizzazione terroristica Al Qaeda nella regione, citando anche l&#8217;opinione di un alto funzionario della intelligence libica, espressa al Daily Beast. La Libia del resto è in preda al caos: Cirenaica e Fezzan sono da tempo fuori controllo, e anche la Tripolitania è in mano a milizie tribali che per settimane hanno assediato il parlamento e i più importanti ministeri. La vicenda, si ricorda, era collegata alla approvazione della legge che sancisce l&#8217;esclusione dalla vita politica di dirigenti che abbiano avuto ruoli di responsabilità nel regime di Gheddafi.</p>
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		<title>La Boccassini chiede 6 anni e l&#8217;interdizione perpetua per il Cav.</title>
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		<pubDate>Tue, 14 May 2013 07:55:41 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[&#160; Il Corriere della Sera: “Chiesti 6 anni per Berlusconi”. “La requisitoria del pm Boccassini al processo Ruby: interdizione perpetua dai pubblici uffici”. “L&#8217;ira del Cavaliere: solo odio e bugie, <a href="http://www.reset.it/rassegna-stampa-italia/la-boccassini-chiede-6-anni-e-linterdizione-perpetua-per-il-cav">[…]<span class="meta-nav"></span></a>]]></description>
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<p>Il Corriere della Sera: “Chiesti 6 anni per Berlusconi”. “La requisitoria del pm Boccassini al processo Ruby: interdizione perpetua dai pubblici uffici”. “L&#8217;ira del Cavaliere: solo odio e bugie, povera Italia”. A centro pagina: “Il piano Letta per le riforme. Una leggina anti Porcellum prima delle nuove regole”.</p>
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<p>La Repubblica: “&#8217;Condannate Berlusconi a 6 anni&#8217;”. “Dura requisitoria del Pm, che chiede anche l&#8217;interdizione perpetua dai pubblici uffici per i reati di concussione e prostituzione minorile”. “Il Cavaliere: bugie e odio, povera Italia.” A centro pagina – la notizia con foto è anche su altri quotidiani: “Muore anche il ragazzo aggredito dal picconatore”. “Milano, Daniele aveva 21 anni. Il dolore del padre”.</p>
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<p>La Stampa: “&#8217;Sei anni per Berlusconi&#8217;”. Il quotidiano evidenzia anche la “polemica” per “una frase a sfondo &#8216;razzista&#8217;” della Boccassini, che ha definito “furba di quella furbizia orientale” la giovane Ruby.</p>
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<p>Il Fatto quotidiano: “&#8217;Berlusconi, sesso con Ruby, sei anni e interdetto a vita&#8217;”. A centro pagina il quotidiano ricorda l&#8217;attentato del 14 maggio 1993 a Roma contro Maurizio Costanzo_ “Via Fauro, 20 anni fa la bomba che preparò la trattativa”. Il quotidiano intervista Costanzo, che ricorda l&#8217;attentato. “Quando guardai i Graviano negli occhi con l&#8217;incubo del botto”.</p>
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<p>L&#8217;Unità: “&#8217;Sei anni di carcere al Cav&#8217;”. A centro pagina: “Grillo e gli altri. L&#8217;imbroglio dei follower. Tanti falsi seguaci su Twitter. Si comprano e si sbandierano come consensi. I leader sono tutti un po&#8217; falsari, il capo dei 5 Stelle molto di più”.</p>
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<p>Il Giornale: “Condannato a morte. La forca per Berlusconi. Caso Ruby, la Boccassini chiede 6 anni e l&#8217;interdizione perpetua dai pubblici uffici. Il teorema: due reati, ma senza le vittime. Il Cav :&#8217;Vogliono farmi fuori politicamente&#8217;”. A centro pagina: “Pisapia choc: &#8216;Le picconate? Colpa dei milanesi&#8217;”. Il sindaco ha accusato “chi non ha dato l&#8217;allarme”, dice il quotidiano.</p>
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<p>Libero: “Alla Boccassini manca il pistolino fumante. Nessuna prova decisiva, testimonianze contraddittorie, presunte vittime che negano di esserlo. Ma la pm tira dritto e chiede per Berlusconi sei anni di carcere e l&#8217;interdizione perpetua: colpevole a prescindere”.</p>
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<p>Il Foglio. “Tristizia della dottoressa Ilda”</p>
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<p><strong>Berlusconi-Ruby</strong></p>
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<p>Ilda Boccassini ieri, nelle sue quattro ore di requisitoria al processo Ruby, ha chiesto sei anni di reclusione e l&#8217;interdizione dai pubblici uffici a vita per Silvio Berlusconi. Berlusconi, per nascondere il suo rapporto con la giovane prostituta minorenne, avrebbe abusato delle sue funzioni di primo ministro, telefonando in questura. La pm – scrive Il Giornale – doveva dunque dimostrare che Berlusconi, “oltre a fare sesso con Ruby, era consapevole della sua età. Per raggiungere il primo obiettivo è necessario convincere il tribunale che i funzionari di polizia hanno mentito drante le indagini e poi in aula, sotto giuramento, soprattutto il commissario Giorgia Iafrate, che ordinò alla fine il rilascio di Ruby. Il secondo obiettivo, dimsotrare che il Cavaliere sapeva che quela stangona tirata a lustro aveva solo diciassette anni, è il passaggio su cui la procura sa di essere debole. E&#8217; vero che nelle intercettazioni Ruby dice che, dopo il secondo incontro, il pigmalione conosceva la verità, &#8216;perché glielo aveva detto Lele Mora&#8217;. Ma le intercettazioni e anche i verbali di Ruby sono un bailamme dove sta dentro di tutto e di più, e dove difficilmente si potrà convincere la corte a prendere per buono solo ciò che fa gioco all&#8217;accusa. Così Ilda punta soprattutto sulla prova logica: &#8216;Emilio Fede sapeva quanti anni aveva Ruby. E qualcuno può dubitare del rapporto di fedeltà assoluta di Emilio Fede nei confronti dell&#8217;allora presidente del Consiglio? Possiamo immaginare che una persona che ha la sua vita, il suo credo nel presidente del Consiglio, non lo abbia avvertito dall&#8217;inizio che stava introducendo nelle serate di Arcore anche una minorenne&#8217;?”.</p>
<p>Emilio Fede viene intervistato dal Corriere della Sera: “&#8217;Su di me bugie. E Silvio non mi invita più”. Fede nega di aver saputo che Ruby fosse minorenne: “La prima volta in cui l&#8217;ho incontrata ho chiesto: chi l&#8217;ha portata? E lei: ma come, non si ricorda di me? Ho partecipato al concorso a Letojanni. E allora mi sono ricordato vagamente che tra le ragazze dell&#8217;evento in cui ero in una giuria in Sicilia. Tutto qui&#8230; Io mi ricordo che ne dimostrava 28, di anni. Era corpulenta, alta. Cosa potevo pensare? Che Berlusconi chissà quali progetti sessuali avesse? Non era una ragazza che potesse interessarmi”.</p>
<p>La Stampa, in un “retroscena” dedicato alla “pignoleria della Boccassini”, si sofferma sui “pagamenti del contabile Spinelli, l&#8217;enorme somma uscita dai conti dell&#8217;imputato &#8216;per il suo piacere&#8217;: 7 milioni e 900 mila Euro nel 2009, 12 milioni nel 2010, di cui &#8217;5 milioni a Ruby&#8217;, &#8216;come risulta dopo gli appunti trovati a casa sua e dalle telefonate&#8217;. Soldi che corrispondono quasi alla virgola a quelli usciti dai conti di Berlusconi tra l&#8217;ottobre e il dicembre 2010, nel periodo cioè in cui esplose l&#8217;inchiesta. Documenti, testimonianze, prove per raccontare la storia di Karima El Megrough , la Ruby rubacuori che su Facebook mostrava le foto della sua principale attività: &#8216;Quella di prostituta&#8217;. E commette anche una mezza &#8216;gaffe&#8217; quando la descrive come &#8216;persona intelligente, furba, di quella furbizia orientale delle sue origini. Karima – dice – riesce a sfruttare il suo essere extracomunitaria musulmana, scappata da un padre padrone. Apriti cielo: razzista, ignorante, sessista”.</p>
<p>La Repubblica dà conto della rabbia della presidente dell&#8217;Associazione delle donne marocchine in Italia, “e non solo”, Suad Sbai, per quella frase della Boccassini sulla furbizia “orientale”.</p>
<p>La Stampa racconta anche la reazione di Berlusconi, che si trovava in famiglia ad Arcore durante le ore della requisitoria: “Ci provano in tutti i modi nelle urne e non ci riescono. Ci provano nelle aule dei tribunali, ma non avranno mai la mia testa sul patibolo”, “povera Italia, dove la magistratura formula teoremi, illazioni, forzature, falsità, ispirate dal pregiudizio e dall&#8217;odio, tutto contro l&#8217;evidenza, al di là dell&#8217;immaginabile e del ridicolo. Ma tutto è consentito sotto lo scudo di una toga”. Lo stesso quotidiano spiega però che Berlusconi continua a tenere distinte le sue vicende giudiziarie dalle sorti del governo: “Non ci sarà un fallo di reazione su Palazzo Chigi”, avrebbe detto. Si riferisce anche della reazione di Daniela Santanché: “Oggi si chiede l&#8217;ergastolo per Berlusconi, perché chiedere l&#8217;interdizione perpetua dai pubblici uffici per un politico equivale all&#8217;ergastolo”.</p>
<p>Su Il Giornale, in prima pagina, l&#8217;editoriale di Alessandro Sallusti: “Ergastolo: non potendo chiedere quello fisico, la Boccassini ci prova con quello politico. L&#8217;interdizione perpetua dai pubblici uffici, oltre alla condanna a sei anni. Secondo Sallusti c&#8217;è sproporzione tra la debolezza degli indizi raccolti a sostegno del teorema accusatorio e la pena richiesta, poiché si chiede l&#8217;ergastolo politico per due reati -concussione e sfruttamento della prostituzione – che ancora oggi restano senza vittime. Nega di esserlo Ruby (“Non ho mai avuto rapporti sessuali con Berlusconi”), negano i funzionari della questura di Milano (“Non siamo stati condizionati o intimiditi la sera della telefonata di Berlusconi”). La Boccassini, scrive Sallusti, ha definito Ruby “esempio di furbizia orientale”, concentrando in questa frase “l&#8217;essenza del processo: un pregiudizio geopolitico e un falso, essendo il Marocco, Paese d&#8217;origine della ragazza, a occidente”. Insiste sul tema anche Fiamma Nirenstein (“Quello stereotipo indegno dell &#8216;orientale&#8217;”).</p>
<p>Giuliano Ferrara scrive che “è più di una gaffe, è tristizia, nel senso di una malinconica propensione a vedere il lato malvagio delle cose, e a identificarsi con una antropologia negativa fino all&#8217;ossessione, frammista a una evidente misoginia”, “è una deviazione dalla giustizia penale. La giustizia, di per sé, non è mai moralista”. Il Fatto infierisce sul “flop di ascolti” del programma andato in onda su Canale 5 domenica sera. “La guerra dei vent&#8217;anni, Ruby ultimo atto”. Ha avuto soltanto il 5,88 per cento di share. E nota che dalla discoteca del “bunga bunga” è misteriosamente sparito da lap dance.</p>
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<p><strong>Riforme</strong></p>
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<p>Spiega Il Sole 24 Ore che il Presidente del Consiglio Letta ieri ha auspicato che per il governo “d&#8217;ora in poi valga lo spirito di Spineto”, ovvero che ci si scontri o, come ha detto, ci si “confronti con franchezza e lealtà nello spogliatoio, ma poi, una volta fuori, si torni ad essere &#8216;squadra&#8217;”. Tuttavia la convergenza all&#8217;interno del governo – spiega Il Sole – non si trova neppure sulle riforme a costo zero: il premier ieri, dopo aver rilanciato le riforme costituzionali, ha spiegato che serve fin d&#8217;ora mettere una “rete di protezione”, una sorta di clausola di salvaguardia anti-porcellum. “Con questa legge elettorale non si può andare a votare – ha detto Letta, che ritiene indispensabile procedere immediatamente ad “alcuni ritocchi” in modo che – scrive il quotidiano – qualora la situazione precipiti, gli italiani non siano costretti a tornare alle urne con l&#8217;attuale sistema. Del resto Letta lo aveva già detto in occasione del suo intervento programmatico alla Camera: allora, sia pure a titolo personale, si espresse a favore di un ritorno al Mattarellum. Ma dal Pdl è arrivata immediata la replica: la legge elettorale si farà solo dopo le riforme costituzionali. Renato Brunetta e Maurizio Gasparri rispondono all&#8217;unisono: prima non se ne parla, visto che dipende dalla forma di governo che adotteremo. Del resto, i sondaggi attuali danno il centrodestra in vantaggio e, se il governo dovesse naufragare, Berlusconi non vuole privarsi della possibilità di prendere il premio di maggioranza alla Camera che un domani gli consentirebbe di essere il principale azionista nella scelta del Presidente della Repubblica. Scrive Il Fatto che sullo “spirito di Spineto” si allunga sempre di più la sinistra ombra del Cavaliere, “il nuovo Ghino di Tacco che tiene in ostaggio il governo, con i suoi guai giudiziari e i suoi calcoli politici”.</p>
<p>Il Corriere della Sera descrive ampiamente la mediazione di Letta e titola: “&#8217;Leggina&#8217; per cambiare il porcellum, il piano di emergenza del premier”. I ritocchi sarebbero in uno o due articoli, con una soglia del 35-40 per cento per il premio di maggioranza. Il ministro delle riforme Quagliariello ha detto che è sua intenzione sondare su questo tema anche i cittadini, con una grande consultazione pubblica: un sondaggio che si avvarrà anche del sostegno di università, fondazioni, web. Secondo il Corriere il presidente del Consiglio sarebbe orientato a procedere con una “manutenzione” del Porcellum nel solco tracciato dalla sentenza della Corte Costituzionale: ora per ottenere la maggioranza a Montecitorio basta un voto in più, mentre con la leggina che Letta immagina occorrerà il 35 o il 40 per cento dei consensi.</p>
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<p><strong>Economia</strong></p>
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<p>Nella agenda dei “primi cento giorni” del governo c&#8217;è innanzitutto l&#8217;economia, come scrive Europa: “Lavoro per i giovani, piano fiscale per la casa, pacchetto di agevolazioni per chi ha voglia di fare. A Spineto Letta annuncia: venerdì il decreto su Cig e Imu”.</p>
<p>La Repubblica: “Imu e riforme, il piano Letta in quattro mosse”. E nelle pagine interne si scrive che Letta “punta a nuove semplificazioni. Dossier Sviluppo-Antitrust sulla concorrenza”. Si prevedono anche tagli all&#8217;editoria, mentre non sarebbero previste tasse sulla sigaretta elettronica, di cui pure si era parlato qualche giorno fa.</p>
<p>L&#8217;Unità spiega che il ministro Saccomani ieri ha lasciato Spineto per Bruxelles, per un Eurogruppo e poi una riunione dell&#8217;Ecofin, con l&#8217;obiettivo di “rassicurare i partner sulla tenuta dei conti italiani”.</p>
<p>Anche sul Sole si legge: “Conti, Saccomanni rassicura la Ue. Il ministro: le misure non alterano i saldi. Dijsselbloem: piano ambizioso, l&#8217;Europa valuterà”. Il quotidiano di Confindustria spiega anche che i tecnici del ministero dell&#8217;Economia sarebbero al lavoro per intervenire sull&#8217;Imu per le imprese. “A confermare che si interverrà anche per sospendere il pagamento dell&#8217;Imu &#8216;sui capannoni&#8217; è stato il sottosegretario all&#8217;Economia Bareta, che ha precisato come &#8216;sia necessario che l&#8217;intervento di sospensione non sia solo sulla prima casa, ma anche sui beni strumentali&#8217;. I nodi da sciogliere, sia per l&#8217;Imu che per il rifanziamento della Cig restano le coperture. Anche se Baretta minimizza e precisa che per la sospensione non è necessaria la copertura. Il problema vero è a settembre-ottobre. Ora occorre concentrarsi sul superamento della procedura di infrazione della Ue che apre nuovi scenari a livello di margini, credibilità e autorevolezza dell&#8217;Italia in Europa”. Poi, in autunno, si farà la riforma della tassa sulla casa.</p>
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<p><strong>Internazionale</strong></p>
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<p>Su La Repubblica una intervista a Nawaz Sharif, il vincitore delle elezioni in Pakistan, che ieri ha incontrato la stampa internazionale. Sull&#8217;uso dei droni in Pakistan: “Gli Usa hanno sfidato la sovranità del Pakistan in molti modi, e i droni sono uno di questi. E&#8217; un argomento che prendiamo molto sul serio e ne abbiamo già parlato spesso con gli amici americani”. Sui taleban: “Tutti sanno che il Pakistan è fedele nella sua alleanza con gli Stati Uniti e ripeto che continueremo su questa strada. Vedremo che cosa fare caso per caso, ma prima dovremo approfondire l&#8217;argomento con le istituzioni interessate (l&#8217;esercito, ndr)”. Sull&#8217;esercito e la collaborazione con il governo: “Certo, lavoreremo insieme, è la Costituzione ad assegnare al primo ministro il compito di utilizzare tutte le forze del Paese. Se ci baseremo sulla Costituzione ogni cosa andrà al suo posto”. E&#8217; stato l&#8217;esercito a destituirla quando era premier&#8230; “E&#8217; stato il generale Musharraf: penso che il resto dell&#8217;esercito non condividesse la sua decisione, e dunque non ritengo l&#8217;esercito responsabile”.</p>
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<p>Su Il Foglio si torna sull&#8217;attentato di Reyhanli, la città di confine turca dove sabato scorso sono esplose due autobombe, che hanno provocato quasi 50 morti. Secondo le autorità turche gli autori sarebbero appartenenti a Muqawama Suriya, &#8216;resistenza siriana&#8217;, movimento turco di estrema sinistra che organizza parate a favore di Assad ella vicina Antiochia, a 40 chilometri dal confine, e i cui leader hanno spesso trovato rifugio in Siria.</p>
<p>Su La Repubblica si parla di un “video choc” la cui attendibilità è da verificare, di cui ha parlato l&#8217;organizzazione Human Rights Watch: si tratta di un video postato su alcuni siti tunisini in cui si vede un miliziano anti-Assad che sventra con il coltello un cadavere di un giovane militare siriano, ne strappa il cuore e lo addenta. Poi lo innalza e grida Allahu Akbar. Secondo HRW nel video sarebbe riconoscibile il comandante ribelle Abu Sakkar, uno dei fondatori della brigata Farouk di Homs. A confermare l&#8217;identità del comandante sarebbero stati anche alcuni abitanti Homs.</p>
<p>Di Siria hanno parlato ieri Cameron ed Obama. Scrive La Stampa: “Obama-Cameron: nuova Siria senza Assad. Da Mosca sì alla &#8216;soluzione politica&#8217;. L&#8217;Ue al centro del summit. Il premier inglese: sbagliato uscire ora”. Si sta lavorando alla preparazione di una conferenza in preparazione a Ginevra fra le forze dell&#8217;opposizione” siriano, conferenza definita “un momento di svolta”. Cameron ha detto che sull&#8217;uso di armi chimiche da parte del regime di Assad “abbiamo prove serie”, e Obama ha aggiunto: “dalle armi chimiche dipendono i nostri passi”. “Il messaggio a Mosca è chiaro: senza soluzione politica, Usa ed Europa seguirebbero altre strade”.</p>
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<p>Sul Corriere della Sera un articolo su quello che è apparso in Libia come il più grave attentato del dopo Gheddafi: a Bengasi, almeno 15 morti e 30 feriti, fra cui donne e bambini. Negli ultimi tempi, nella città, sono stati quasi quotidiani gli attacchi, ma avevano come oggetto sedi della polizia, rappresentanti delle forze dell&#8217;ordine o funzionari. Oppure, l&#8217;11 settembre 2012, il consolato Usa. Tra i sospettati dell&#8217;attentato di ieri ci sarebbero salafiti qaedisti vicini agli autori dell&#8217;attentato che costò la vita all&#8217;ambasciatore Usa Stevens. Sarebbe il loro segnale perché venga chiusa ogni inchiesta. Un altro filone delle indagini punta invece ai superstiti del regime di Gheddafi che ora, con l&#8217;indebolimento del governo di Ali Zeidan, alzano la testa. Il quotidiano dà conto di un braccio di ferro nella capitale tra le milizie vicine ai Fratelli Musulmani e il fronte laico di maggioranza, dopo l&#8217;imposizione di una legge destinata a vietare da giugno ogni carica politica e pubblica a chiunque abbia avuto contatti anche minimi con il vecchio regime. La misura riguarderebbe mezzo milione di persone e coinvolgerebbe anche politici laici che furono vicini a Gheddafi in parte, compreso l&#8217;ex premier del Consiglio transitorio Jibril, attuale capo della Alleanza delle forze nazionali, ovvero il primo partito libico.</p>
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<p>La Repubblica racconta che nel corso della conferenza stampa con il premier britannico Cameron, Obama è stato costretto sulla difensiva, perché sollecitato a parlare di politica interna, e in particolare di uno scandalo fiscale: all&#8217;origine delle polemiche c&#8217;è una ispezione interna dell&#8217;Internal Revenue Services (Irs) il settore del ministero del tesoro che gestisce le entrate fiscali. Avrebbe compiuto accertamenti fiscali mirati contro organizzazioni e movimenti di destra, e nel mirino degli ispettori del fisco sarebbero finiti diversi gruppi vicini al tea party. Una sorta di accanimenti fiscale rispetto al quale Obama ha promesso di reagire con severità: “Non tollero queste cose, e troveremo la verità su quel che è accaduto. Se funzionari dell&#8217;Irs sono coinvolti in comportamenti come quelli descritti, cioè prendevano di mira deliberatamente gruppi conservatori, è inaccettabile e dovranno risponderne”.</p>
<p>L&#8217;ufficio dell&#8217;Irs di Cincinnati, racconta La Repubblica, ha il compito di controllare quelle ong non profit che godono di un privilegio fiscale (le donazioni sono deducibili dall&#8217;imponibile). E secondo le rivelazioni di alcuni quotidiani, nel 2010 avrebbe iniziato a fare ricerche sistematiche su gruppi che avevano le parole “Tea Party” o “Patrioti” nelle loro ragioni sociali. Via via, la selezione si sarebbe allargata ad altri movimenti politici di destra, anti tasse, anti Stato, anche anti abortisti. Se ne occupa anche il Corriere della Sera , spiegando che la responsabile dell&#8217;ufficio di Cincinnati venerdì scorso si è scusata. Il Corriere spiega che i controlli sono difficili e delicati, anche perché comportano un notevole margine di discrezionalità. I funzionari devono tracciare una linea tra la diffusione di principi politici generali e il sostegno a un certo candidato. Durante la campagna di mid term del 2006, ad esempio, fece scalpore la sortita dell&#8217;Irs che prese di mira alcuni telepredicatori: oltre a fare i pastori di anime, nell&#8217;imminenza delle elezioni usavano le loro mega chiese per appoggiare qualche aspirante parlamentare. I depliants sparirono dai templi, i pastori si fecero più prudenti nei loro sermoni, e tutto finì lì. Le congregazioni restarono esentasse.</p>
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<p><strong>E poi</strong></p>
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<p>IL Corriere dedica due pagine alla Gran Bretagna: “Il dilemma di Londra, riformare l&#8217;Europa o avviarsi all&#8217;uscita. Cameron e il referendum nel 2017. Oggi la prima proposta di legge dopo le pressioni nel suo partito”. Una intervista a Brendan Donnelly, ex eurodeputato conservatore, dal 2003 direttore del Federal Trust, uno dei più autorevoli think tank britannici, che “monitora con acume e spirito critico il funzionamento della Ue e il rapporto tra le due sponde della Manica”. Sul referendum previsto nel 2017, dice che “è poco probabile” che si faccia, perché nel partito di Cameron “non esiste una maggioranza pro-referendum” e gli alleati liberaldemocratici non lo vogliono. “La partita di Cameron è soprattutto contro la paura dei Conservatori di perdere seggi nel 2015, non necessariamente a favore dell&#8217;estrema destra dell&#8217;Ukip, che resta un partito concentrato sulla protesta. Il pericolo viene da laburisti e lib-dem, ben radicati in precise, strategiche circoscrizioni”. “Se restiamo esclusi dal club dovremo subirne le regole”, il titolo dell&#8217;intervista.</p>
<p>Su L&#8217;Unità una pagina è dedicata ad un “dossier” sui neo-nazionalismi che “crescono nell&#8217;Europa della crisi”. “Un fenomeno in crescita. Nel 2014, nel Parlamento di Strasburgo, almeno un quarto dei deputati potrebbe essere &#8216;euroscettico&#8217;”.</p>
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		<title>Al Corriere pensano al futuro o a salvarsi?</title>
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		<pubDate>Mon, 13 May 2013 21:37:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Lanni</dc:creator>
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		<category><![CDATA[corriere della sera]]></category>
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		<description><![CDATA[Seconda puntata dell&#8217;inchiesta sul quotidiano di via Solferino. La prima qui. Non c’è solo l’affaire spagnolo di nome Recoletos a menar scandalo nella vicenda del “profondo rosso” della Rcs-Corriere della <a href="http://www.reset.it/caffe-europa/al-corriere-pensano-al-futuro-o-a-salvarsi">[…]<span class="meta-nav"></span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Seconda puntata dell&#8217;inchiesta sul quotidiano di via Solferino. La prima <a href="http://www.reset.it/caffe-europa/la-crisi-al-corriere-rcs-e-il-caso-recoletos">qui</a>.</em></p>
<p>Non c’è solo l’affaire spagnolo di nome Recoletos a menar scandalo nella vicenda del “profondo rosso” della Rcs-Corriere della Sera. Indice, quantomeno, a voler essere buoni, di pessima gestione amministrativa e di imperizia e superficialità imprenditoriale. C’è pure il “caso buonuscite”. Cioè liquidazioni o bonus, previsti per i manager che lasciano il gruppo editoriale anzitempo. Indipendentemente dalla durata o dalla conclusione del contratto. Ma anche di “buonentrate”, a dir la verità. Ovvero, incentivi per accettare di diventare un manager Rcs. Un bonus d’ingresso. Come una fiche.</p>
<p>È il caso di Antonello Perricone, per altro titolare, sponsor e certificatore dell’affaire Recoletos, che avrebbe incassato un superincentivo di un milione di euro solo per mettere piede in Rcs, prima ancora di doversi occupare dei suoi problemi e organizzazione. E dopo che, era già sfumata la sua nomina come direttore generale della Rai. E poi altri 3,4 milioni quando ha lasciato l’azienda, e proprio mentre si stavano creando le condizioni o i presupposti per avviare quel piano di ristrutturazione della Rcs che oggi prevede il taglio di 800 dipendenti tra Italia e Spagna e un netto ridimensionamento del “perimetro industriale” dell’azienda editoriale. E con già un primo “stato di crisi” aperto e anche consumato.</p>
<p>Nel 2007, per altro, c’era chi scriveva che via Solferino aveva speso negli ultimi quattro anni di riferimento – 2002-2006 – «quasi 30 milioni fra buonuscite e buonentrate per oliare il frenetico turn over dei suoi manager». Ma quello di Perricone, tuttavia, non è l’unico caso. Vittorio Colao, l’amministratore delegato durato in carica sì e no 24 mesi, se n’è uscito con 7,8 milioni di liquidazione (metà dei quali versati in beneficienza) come ben racconta una nota del Cdr dal titolo Buonuscite e posti di lavoro. Ma almeno lui al “piano Recoletos” s’era opposto strenuamente. E chissà se è proprio per questo contrasto all’operazione in sé che si è anche giocato il posto…</p>
<p>Ma non è finita: un altro ex Dg come Gaetano Mele ha ricevuto 9,6 milioni, un nonnulla dinanzi alla buonuscita ottenuta da Maurizio Romiti, figlio di Cesare, già a. d. Fiat: per lui 17 milioni dopo solo un paio d’anni al timone del gruppo. «Con 17 milioni – chiosa la nota del Comitato di redazione del Corsera – si sarebbero pagati per un anno 40 dipendenti della Rcs Quotidiani, molti dei quali venivano invece mandati in prepensionamento». Ci si giustifica: tutto era dovuto per contratto. Certo, ma chi ha fatto il contratto?</p>
<p>Intanto dinanzi alla gravità della situazione, il direttore del Corriere, Ferruccio De Bortoli, in una “lettera aperta“ alla redazione di riflessione sui problemi del momento, ha fatto sapere d’aver deciso il taglio unilaterale del proprio stipendio di un 20% mentre l’a.d. Pietro Scott Jovane ha optato solo per il 10. Per questo secondo beau geste, il Cdr ha però voluto sottolineare che sarebbe bello che in generale fosse «accompagnato dall’applicazione di un criterio per la corresponsione dei vari bonus e della parte variabile dello stipendio, nonché dell’eventuale buonuscita di tutti i manager del gruppo, adeguato alla gravità del momento: stabilire quelle somme in rapporto non al numero dei posti di lavoro tagliati, ma di quelli salvati». Perché, di fatto, certi tipi di remunerazione «sono giustificabili solo in presenza di risultati estremamente positivi» aveva chiosato, in occasione della liquidazione di Maurizio Romiti, Guido Roberto Vitale, l’allora presidente Rcs, anch’egli in uscita dal gruppo in quel frangente. E forse quello di Romiti jr. non era proprio quello il caso. Ma i vizi sono duri a morire. Perché pochi giorni fa i giornalisti del Corsera sono venuti a sapere, grazie ad una rivelazione de Il Fatto, che l’attuale a.d. Pietro Scott Jovane, ha guadagnato 1 milione e sessantaseimila euro in appena se mesi di lavoro. Ovvero duemilionicentoventiduemila euro l’anno.</p>
<p>Come va letto questo importo? Come un incentivo a ottenere un risultato nel risanamento complessivo del gruppo, magari attraverso la politica dei tagli? Di personale e rami secchi? Lo stipendio di Scott Jovane comprenderebbe anch’esso un bonus, ma di appena 675mila euro, dei quali 300mila a titolo di ingresso «in funzione della opportunità di riduzione dei tempi di entrata in carica presso la Società», come spiega la relazione sulla remunerazione della società.</p>
<p>Su queste premesse e notizie, vecchie e nuove, è circolata e circola tuttora una gran brutta aria al Corriere. E un po’ anche in tutte le altre testate del gruppo, non appena i vertici aziendali Rcs hanno comunicato che il quotidiano di via Solferino doveva sacrificare 110 giornalisti per rimediare ad una crisi non propria e mettere nel conto anche di dover lasciare e vendere la storica sede nel cuore di Milano. E che poi dieci testate potevano esser chiuse o messe sul mercato per far cassa. Una crisi non voluta, non certo provocata dai giornalisti, come del resto ha messo nero su bianco lo stesso direttore nella lettera alla redazione del 6 aprile: il quotidiano «è al centro della vertenza aperta dalla crisi spagnola di Rcs MediaGroup. Pur non meritandolo. Il giornale è sano, lo è sempre stato, non ha mai perso nella sua storia, conserva la sua leadership. (…) Crea cassa, non la distrugge. Non gode di alcun contributo pubblico. (…) Il Corriere è l’unica parte, quella dei quotidiani, che guadagna» ha scritto De Bortoli.</p>
<p>Così il direttore, nell’appello lungo e articolato, invita tutti «a fare dei sacrifici, subito, in forma equa e solidale, per garantire l’occupazione e l’inserimento dei giovani, oltre che la stabilizzazione di alcuni contratti a tempo determinato». Propone perciò un contenimento di costi pari a 12 milioni di euro, spezza una lancia nei confronti di un contratto di solidarietà tra redattori che non incida sui conti economici dell’istituto di previdenza, l’Inpgi, suggerisce modalità per contenere la dinamica espansiva del costo del lavoro, indica tagli ai benefit aziendali, spingendosi persino nel sostenere al tempo stesso l‘idea di un «prestito infruttifero all’azienda» (idea che però è stata subito rigettata), un gesto «che dimostrerebbe l’attaccamento dei giornalisti alla testata e verrebbe restituito al raggiungimento di un certo livello di Ebitda o di un certo rapporto fra Ebitda e indebitamento netto. O, in alternativa, a fine contratto individuale». Perché, dice De Bortoli, «noi crediamo alla bontà del piano di ristrutturazione e investiamo nella nostra azienda. Senza pretendere interessi, ma nell’interesse generale del giornale e del gruppo. Speriamo che anche gli azionisti e le banche facciano altrettanto. Sono sicuro che il senso di responsabilità prevarrà e che usciremo, a testa alta tutti insieme, da questa crisi spagnola della Rcs MediaGroup, salvaguardando l’occupazione, le speranze dei giovani, ma soprattutto la qualità dell’informazione offerta ai lettori».</p>
<p>Trentadue milioni di tagli li chiede l’azienda, che tenta disperatamente di ricostruire un margine di guadagno che tra il 2011 e il 2012 è caduto verticalmente da quota 163 a quota 61 milioni. Un’operazione che si rende necessaria al fine di ristabilire una redditività aziendale sufficiente a ottenere il rifinanziamento del debito da parte delle banche. Il direttore indica la via per raschiarne altri 12 &#8211; e fa così 44 -, altri 12 ne propone in vario modo anche il Cdr &#8211; e fa in tutto 56. E non è certo poco, anche se pure gli azionisti dovrebbero fare il loro gioco, ma qui il campo – come visto – è minato.</p>
<p>Dodici milioni, fa i conti il Cdr, «è l’unica bolletta» che può essere imputata a noi del Corriere, perché è la somma che si può ricavare dalla differenza tra i ricavi del giornale e i costi legati alla redazione, mentre tutto il resto che manca è colpa dell’”operazione Recoletos”, «non spetta a noi ripianare», se ne occupino i vertici aziendali che di quell’operazione sono in qualche modo corresponsabili con chi l’ha gestita in prima persona. Anche il direttore è piuttosto duro con gli azionisti: «Si registra in alcuni soci e creditori un atteggiamento di durezza incomprensibile che stride con il comportamento, assai diverso, che i medesimi soggetti tennero in circostanze analoghe quando di tratto, per esempio, di rifinanziare una compagnia aerea o un gruppo assicurativo. E la sorpresa è ancora maggiore se si tiene conto che i rappresentanti ad alto livello delle stesse istituzioni non erano né assenti né irresponsabili quando si trattò di approvare le operazioni a debito che sono all’origine della crisi del gruppo».</p>
<p>Da dove partire, allora, per ricavare i 12 milioni indicati dal Cdr? Intanto incrementando i ricavi digitali, mettendo dei prodotti a pagamento sul modello Financial Time oppure New York Times o anche semplicemente su quello del Sole 24 Ore, che per altro è il giornale in assoluto sul piano nazionale più avanti di tutti. Insomma, «basta con internet tutto gratuito», anche se il sito www.corriere.it nella parte generalista lo dovrà restare. Quindi ridurre la spesa per i collaboratori portandola dai 12,6 milioni di fine 2012 a 10,7 nel 2013, cercando di arrivare nel triennio (entro il 2015) non oltre i 6 milioni.</p>
<p>Il vero nodo è quello dei ricavi pubblicitari, per altro scesi nel primo trimestre di quest’anno del 20% rispetto allo stesso periodo di un anno fa e crollati progressivamente – per avere un’idea generale del crollo nel corso del tempo – dai 221,9 milioni del 2007 ai 152,5 del 2012 e, nella previsione aziendale, non superiori ai 138/142 per l’anno 2013. Così nello stesso periodo i ricavi aziendali sono passati da 121,5 milioni a 116,5 e per il 2013 dovrebbero attestarsi tra i 112 e i 114 milioni (di cui 7/7,5 dal digitale).</p>
<p>Altra voce fortissimamente ridimensionata nel corso del tempo è quella dei “collaterali” – libri, cd, dvd e altri prodotti allegati al quotidiano – che passa dagli 83 milioni del 2007 ai 42 del 2010 fino ai 34 milioni del 2012, più che dimezzata dunque. E per il 2013 non si prevede che possa fruttare oltre i 34/35 milioni. Così anche la dinamica dei ricavi vede passare il volume dai 426,9 milioni del 2007 ai 302 del 2012, con previsioni per il 2013 che potrebbero oscillare tra 285/290 milioni.</p>
<p>Opponendo un fermo rifiuto al piano aziendale di 32 milioni di euro di risparmi proposto dall’azienda, in quanto scaricherebbero «sui giornalisti una quota del disastro Recoletos», il Cdr del offre il suo piano che ha come base due principi: contrarietà a «sfigurare l’organico» del Corriere e «indisponibilità» ad avallare il prepensionamento «di colleghi che abbiano maturato una dotazione esigua di contributi».</p>
<p>Riassumendo: la Rcs potrebbe «aprire uno stato di crisi in modo unilaterale» al ministero del Lavoro sulla base dei requisiti della legge 416 sull’editoria che prevede l’uscita di 78 giornalisti tra il 2014 e il 2015 e che abbiano 58 anni d’età e almeno 18 di contributi. Però al momento non si sa ancora se la 416 verrà rifinanziata e se ci saranno i soldi per garantire i prepensionamenti. Allo stato attuale, di certo, c’è solo una lunga lista d’attesa di testate o gruppi che richiedono di accedere allo “stato di crisi” non appena il Parlamento dovesse riassegnare i fondi.</p>
<p>Dunque, cosa propone il Cdr? Una volta avviato lo “stato di crisi”, in applicazione dell’articolo 33 del contratto, l’azienda può avviare il pensionamento di coloro i quali abbiano maturato 35 anni di contributi e compiuto i 62 anni a partire dal 2014. In tutto si tratta di 20 giornalisti nel biennio, vicini al massimo delle tutele previdenziali (90 sono però quelli che rischiano il posto nei dieci periodici del gruppo, da vendere o chiudere in mancanza di offerte d’acquisto, e 20 i prepensionati alla Gazzetta dello Sport).</p>
<p>Mentre per l’intero 2013 il Cdr avvia intanto una fase di raccolta di disponibilità di quanti sono gli interessati al piano su base volontaria e incentivata. Sulla base di quest’elenco verrebbe favorita nel biennio l’uscita di altri 45-50 elementi «per un controvalore che può arrivare fino a 8,5 milioni di euro» tra gli anni ‘14-’15. «Non ci saranno esodati» garantisce il Cdr. Di pari passo l’intenzione è di avviare un piano di “smaltimento ferie” accumulate, pregresse, «che pesano per 20 milioni di euro» complessivi (valore biennale 1,5 milioni di euro) e facendo in contemporanea anche alcuni seri interventi su altre voci della retribuzione, come sospendere gli stage di aggiornamento per il 2013-2014 (valore di risparmio: 1,5 milioni) «negoziando interventi temporanei su corso di lingua e buoni libro» (risparmio 1 milione di euro). Ed ecco così raggiunto il tetto dei 12,5 milioni di risparmi complessivi.</p>
<p>Però su tutto aleggia sempre un dubbio, il solito: ma davvero l’azienda sta pensando e preparando il futuro, la trasformazione tecnologica, la dimensione digitale e, dunque, anche l’uscita dalla crisi e con essa il rilancio del Corriere della Sera e delle testate collegate, oppure si sta solo procedendo al taglio di un po’ di teste considerate solamente come zavorra sul semplice dato anagrafico?</p>
<p>Il tarlo scava perché già ai tempi del primo biennio di “stato di crisi” – 2009-2011 – vennero pensionati e prepensionati 44 giornalisti, ma nel biennio successivo (2011-2012) ne vennero assunti altrettanti per lanciare l’inserto culturale della domenica, la Lettura, unitamente alle redazioni di Bergamo e Brescia. Cioè si manda a casa personale “anziano”, che costa, per riassumerne altro, giovane, che costa meno, più flessibile e senza benefit. «Un’operazione di sostituzione a costo zero» o comunque sottocosto.<br />
Potrebbe essere anche questa volta così?</p>
<p><em>2. continua</em></p>
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		<title>La regola dell&#8217;abbazia: per i ministri niente piazza o tv</title>
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		<pubDate>Mon, 13 May 2013 07:57:22 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><br />
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<p>Il Corriere della Sera: “Letta: basta o il governo rischia. Tensione sulla manifestazione di Brescia. Poi la scelta: niente ministri ai comizi e in tv”. In evidenza anche una intervista al capogruppo del Pdl al Senato Renato Schifani: “Schifani: l&#8217;esecutivo non cadrà sulla giustizia”.</p>
<p>A centro pagina: “Ipotesi di Saccomanni: sospendere l&#8217;Imu anche per le imprese”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La Repubblica: “Stop a ministri in piazza e in tv. Letta: inaccettabile il comizio di Brescia. Il Colle al Pdl: rispettate i giudici. La prima decisione del governo in conclave: &#8216;Silenzio&#8217; fino alle amministrative. Una commissione dell&#8217;esecutivo preparerà le riforme”. A centro pagina: “lavori ai giovni, pressing sulla Ue. Il piano del governo: investimenti per l&#8217;occupazione fuori dal deficit. Oggi Saccomanni all&#8217;Eurogruppo”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La Stampa: “Letta: basta ministri in piazza. Duro confronto con Alfano: inaccettabili i fatti di Brescia, tenuta del governo a rischio. Il Quirinale: rispetto per le toghe. Oggi la requisitoria della Boccassini sul caso Ruby”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il Giornale: “Le sette bugie su Ruby. Dagli interrogatori mancati alle vittime che non ci sono: tutte le incongruenze di un processo che non sta in piedi”. “La Boldrini solidale con le donne del Pdl aggredite. Ma solo per finta”. A centro pagina, sul ritiro in abbazia: “Letta-Alfano, lite in ritiro”, “stop ai ministri in piazza e in tv”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L&#8217;Unità: “Ultimatum di Letta al Pdl”, “duro scontro con Alfano sui ministri in piazza: &#8216;un&#8217;altra Brescia e tutti a casa&#8217;”. A centro pagina: “La sfida di Epifani: ascoltiamo la rabbia”. E poi: “E intanto al Cavaliere pensa solo ai processi”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il Fatto quotidiano: “I padroni della politica”, “vent&#8217;anni di finanziamenti privati: miliardi di lire prima, centinaia di migliaia di euro poi. Sempre gli stessi nomi pronti a intervenire trasversalmente con la destra e la sinistra: Della Valle, Benetton, Caltagirone, Romeo e tanti altri ancora”. Sotto la testata: “Governo Letta in convento, ma l&#8217;inciucio è senza pace”. E un richiamo all&#8217;intervento di Aldo Busi: “Volevo manifestare contro B. e gli squadristi”.</p>
<p>&nbsp;</p>
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<p><strong>Politica</strong></p>
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<p>I quotidiani danno conto del tempestoso viaggio in pullman che ha portato i ministri del governo Letta all&#8217;abbazia di Sarteano, in cui il governo ha tenuto il suo “ritiro”. Come scrive La Stampa, nel viaggio tra Roma e l&#8217;abbazia di Spineto, sul pullman in cui viaggiavano presidente del Consiglio, il vice Alfano , i ministri Maurizio Lupi e Dario Franceschini, si è consumato un duro confronto, durato ben due ore, tra Letta e Alfano, per via della manifestazione tenuta dal Pdl a Brescia. Alla manifestazione Pdl in solidarietà a Berlusconi aveva infatti preso parte lo stesso Alfano insieme a Maurizio Lupi e a Gaetano Quagliariello. Si sono fronteggiate quindi le due parti: per il capo del governo, ministri ed esponenti avrebbero dovuto evitare di andare in piazza o in tv, a meno che l&#8217;evento non appartenga alla loro sfera di lavoro istituzionale. Ma, come racconta il Corriere, durante l tragitto “Alfano e Lupi non ci stanno: la linea del Pdl resta quella che è sempre stata: ci sono due piani politici, uno di governo e l&#8217;altro, quello di un partito che difenderà sempre e comunque Berlusconi dal presunto attacco dei magistrati come da qualunque altra cosa. Lo scontro è così acceso, a un certo punto, che Letta è costretto ad alzare il registro, sino ad avvertire che non si farà logorare, ed è sempre pronto alle dimissioni”. E secondo il quotidiano, il premier e il suo vice “sono privi di accordo ancora pochi chilometri prima di arrivare”. Alla fine arriva il compromesso sulla presenza di minisri in piazza e in tv, Alfano “concede qualcosa, ma solo fino alla fine del periodo elettorale, cioè sino alla data delle prossime amministrative”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La Repubblica intervista il segretario Pd Guglielmo Epifani e riassume così nel titolo le sue parole: “&#8217;Il Pd ha arrestato la caduta, ma il correntismo va fermato, abolirò i caminetti dei big&#8217;”, “Epifani: traghettatore sì, ma senza limiti&#8217;”. Dice Epifani: “Il mio orizzonte è il congresso per ora. Ma nessuno mi ha posto limiti. La parola &#8216;traghettatore&#8217; non mi offende, lo è chi aiuta a superare un ostacolo, una difficoltà. E il problema del Pd è superare la logica dello sconfittismo, uscire da questa sindrome: ci vuole coraggio per riprendersi un ruolo, ma i Democratici hanno tante risorse”.</p>
<p>Delle contestazioni della base per l&#8217;alleanza di governo con il Pdl (che Epifani definisce &#8216;governo di servizio&#8217;), il segretario dice: “C&#8217;è un disorientamento. E&#8217; vero che si poteva puntare a un governo di profilo più istituzionale, che avrebbe messo noi democratici più al riparo. Ma per una forza politica al &#8216;dunque&#8217;, in una crisi così profonda della rappresentanza, passare dal governo tecnico di Monti a un governo istituzionale, avrebbe significato stare in seconda fila, avendone però le responsabilità dirette. E&#8217; il momento in cui la politica, anche rischiando, deve metterci la faccia”. Sul prossimo congresso: “deve essere un congresso di discussione impietosa, coraggiosa, esplicita. Sulla divisione tra leadership e premiership ogni soluzione ha pro e contro”. Dove ha sbagliato Bersani? “Il punto di partenza delle nostre difficoltà è riconducibile alla campagna elettorale: abbiamo dato l&#8217;immagine di una forza rassicurante, perché un Paese in crisi va rassicurato. Però il Paese chiede anche una radicalità di cambiamento, e lì pur avendo le proposte, non le abbiamo fatte vivere con la forza necessaria”. Sui 101 franchi tiratori che hanno affossato la candidatura di Prodi alla Presidenza della Repubblica: “Il punto vero è che mancano le sedi del confronto. Più che i &#8216;caminetti&#8217; ci vuole una direzione più snella e ristretta che sia un luogo politico di scelte”.</p>
<p>Su Il Giornale: “Pd già commissariato. Da Napolitano”. Si ricorda che oggi Epifani incontrerà il capo dello Stato, “suo grande elettore e sponsor dentro il partito”: “dovrà garantire lealtà al governo”, secondo il quotidiano. Per Il Giornale “non sarebbe bastato un nome qualunque a rassicurare Napolitano, ormai involontario commissario prefettizio del partito più sbandato della compagnia di Palazzo Chigi. Fondamentale una figura di pacificazione, ma soprattutto in grado di prendere in mano saldamente la guida del Pd”. Ma il suo compito “è talmente gravoso” che non potrà esaurirsi nei tre mesi che porteranno il Pd al congresso: del resto, lo stesso Epifani -si ricorda- aveva detto “per tre mesi non c&#8217;è bisogno che si rivolgano a me”. Dunque, secondo il quotidiano, Epifani sarà “il candidato da battere” al congresso di ottobre. Il quotidiano dà conto delle preoccupazioni al Colle per la situazione economica: perché se precipitasse, travolgerebbe il governo Letta. E in questo caso, non ci sono dubbi che gran parte del Pd, anche quanti all&#8217;assemblea sono rimasti freddi, guarderebbero a Renzi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Diversa la lettura de La Stampa, che riprende le parole di Epifani: “La mia forza, che userò, è che mi sono dato un mandato a scadenza precisa di cinque mesi, portare il partito al Congresso”. Facendo così capire, secondo La Stampa, di non esser intenzionato a ricandidarsi perché – dice &#8211; “se pure darò il massimo, la mia forza sarà che non sto cercando altro. Non volevo questa nomina e l&#8217;ho accettata per questo periodo transitorio”. Ancora Epifani: “Noi dobbiamo sostenere il governo e intestarci la politica economica e sociale. Questa deve diventare la nostra forza. E quindi intestarci tutto ciò che riguarda il lavoro, dagli investimenti per l&#8217;occupazione ai fondi per le aziende, dal rifinanziamento della Cig agli integrati, fino alla detassazione delle nuove assunzioni”. Secondo La Stampa in pubblico Epifani attacca il nemico numero 1, accusandolo di indebolire l&#8217;azione dell&#8217;esecutivo, ma in privato parla dell&#8217;atteggiamento del suo partito che “invece di vivere questo governo in modo imbarazzato e passivo – parole di Epifani – deve impegnarsi a fondo a lavorare affinché l&#8217;agenda economica e sociale si veda e porti dei risultati tangibili”. Poi il quotidiano raccoglie l&#8217;opinione di “un renziano”: “E&#8217; chiaro che se il governo marcia bene, lo sfidante naturale di Matteo alle primarie per la premiership sarà Letta”.</p>
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<p>Sulla stessa pagina, il “retroscena” spiega che da Renzi a Veltroni, la rete di Sergio Chiamparino è pronta alle primarie, cui l&#8217;ex sindaco di Torino starebbe seriamente pensando in una ottica da protagonista. Questo intendeva quando spiegava di non essere interessato a traghettamenti: del resto, secondo il quotidiano, era insensato che Chiamparino potesse essere il reggente-liquidatore della gestione Bersani. Tra i due era sceso il gelo un anno fa: l&#8217;ex sindaco era stato appena designato dal suo successore Fassino alla guida della Compagnia di San Paolo. Prima di accettare aveva chiesto un appuntamento a Bersani, per spiegargli che avrebbe preferito continuare a fare politica, magari collaborando con Enrico Letta nella cabina di regia. Secondo La Stampa Bersani non corrispose a quell&#8217;incontro, lo fece chiamare da Migliavacca, latore di un messaggio inequivocabile: &#8216;Possiamo fare qualcosa per aiutarti a diventare presidente della Compagnia?&#8217;. Ora lo scenario è cambiato, e soprattutto Chiamparino non è più isolato ai piani alti del partito. Si ricorda che i contatti con Renzi non sono mai venuti meno, che i renziani hanno votato proprio per Chiamparino nei giorni della elezione del Presidente della Repubblica. E per il quotidiano le consonanze non sono mai sfiorite anche con Veltroni. Un altro sponsor di Chiamparino come leader sarebbe Goffredo Bettini, braccio destro di Veltroni ai primordi del Pd.</p>
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<p>Infine, segnaliamo ancora da La Stampa l&#8217;intervista con Stefano Rodotà. Ad Epifani, neosegretario, consiglia: “Deve essere capace di rispondere alla profonda esigenza di cambiamento che c&#8217;è nel Pd, sia tra molti parlamentari che tra migliaia di militanti, e penso ad OccupyPd, altrimenti, se dovesse accompagnare l&#8217;ennesimo regolamento di conti tra i leader storici che vogliono controllare il partito con correnti e correntine, sarebbe destinato al fallimento”, si arriverebbe alla catastrofe della dissoluzione del Pd e “a quel punto si aprirebbe una voragine politica, e si arriverebbe alla polarizzazione tra Berlusconi e Grillo”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sul governo Letta: “E&#8217; ovvio che ci sono emergenze drammatiche, ma la mia impressione è che questo governo abbia cominciato male, andando nella direzione sbagliata, ovvero il blocco dell&#8217;Imu quando invece la priorità è l&#8217;occupazione. Chi può pensare che questa maggioranza possa fare cose decenti sul conflitto di interessi, la corruzione e i diritti, a cominciare da quelli dei figli degli immigrati? E&#8217; evidente che si tratta di un governo che rafforzerà enormemente Berlusconi, erodendo il consenso per il Pd, e l&#8217;unico modo per togliere al Cavaliere il potere di vita e di morte sul governo è cambiare immediatamente la legge elettorale”.</p>
<p>Il Corriere della Sera intervista Renato Schifani, capogruppo dei senatori Pdl. E&#8217; il giorno in cui il Procuratore aggiunto di Milano Ilda Boccassini inizierà la sua requisitoria nel processo Ruby, in cui il Cavaliere è imputato di prostituzione minorile e concussione. L&#8217;intervista a Schifani inizia con una domanda sulla opportunità che un partito a governo tenesse una manifestazione di piazza contro i magistrati: “Noi non abbiamo tenuto riunioni sediziose – dice Schifani – ma una manifestazione pacifica, elettorale, per toccare i temi più attuali del dibattito: l&#8217;emergenza economica, politica e sociale. Tra questi c&#8217;è anche la giustizia, che va riformata”. Si contesta la presenza dei ministri in piazza a contestare i magistrati, e Schifani ricorda che la libertà di manifestare è un diritto costituzionale, e che nel governo Prodi c&#8217;era un partito, quello della Rifondazione comunista, i cui ministri marciavano contro le decisioni del loro stesso esecutivo. Davvero, chiede il cronista, un eventuale condanna di Berlusconi al processo Ruby non avrebbe contraccolpi sul governo. Schifani :”Il governo non cadrà per responsabilità del Pdl. Non daremo pretesti a nessuno per dire che l&#8217;esecutivo cade per colpa dei processi Berlusconi. Scinderemo i temi della giustizia dal sostegno all&#8217;esecutivo. Come ha detto con chiarezza il presidente Berlusconi, dimostrando di essere un uomo di stato e smentendo la menzogna che sia entrato in politica per difendere i suoi interessi”.</p>
<p>Su Il Giornale, grande evidenza ai “sette punti che non tornano nel processo Ruby”: “Dagli interrogatori mai messi a verbale alle competenze della inchiesta: ecco le incongruenze di un caso in cui neanche le presunte vittime si sono costituite parte civile”.</p>
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<p>“Perché la legge sulla cittadinanza serve all&#8217;Italia” è il titolo di un intervento del ministro agli Affari Regionali Graziano Delrio, già presidente della campagna &#8216;L&#8217;Italia sono anch&#8217;io&#8217;, che i lettori de L&#8217;Unità troveranno in prima pagina. Il quotidiano ha infatti lanciato sul proprio sito la campagna sulla cittadinanza.</p>
<p>La Repubblica intervista il Presidente della Regione Lombardia e segretario della Lega Maroni che, sul killer col piccone a Milano, il trentunenne ghanese che ha aggredito sei uomini sabato scorso, dice: “Io non faccio alcun collegamento tra le proposte della ministra Kyenge e l&#8217;incredibile episodio di Milano: quell&#8217;immigrato è un pazzo”. Tuttavia, dice che “parlare di ius soli non porta alcun vantaggio, neppure per gli immigrati. La ministra ha solo dato voce ai propri pensieri, non tenendo conto che noi siamo un Paese di confine, e quindi il messaggio della ministra è “devastante”.</p>
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<p><strong>Internazionale</strong></p>
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<p>Su Il Giornale si racconta la protesta in Israele del ceto medio, in piazza a Tel Aviv contro l&#8217;austerity e contro il piano di bilancio presentato la scorsa settimana dal governo Netanyahu. Il ministro delle finanze Lapid ha proposto tagli alla spesa pubblica da 538 milioni di euro e aumenti delle tasse.</p>
<p>Sul Corriere della Sera il corrispondente da Gerusalemme si occupa della vittoria delle donne di Gerusalemme, che hanno ottenuto di poter pregare davanti al Muro del Pianto come gli uomini: vuole dire indossare lo scialle della preghiera e recitare la Torah ad alta voce, sidando gli ultraortodossi haredim, che considerano tutto ciò un tradimento dell&#8217;ortodossia. Venerdì scorso le “Donne del Muro” sono arrivate in almeno cinquecento per la cerimonia, e questa volta la polizia le ha scortate e protette, anziché arrestarle.</p>
<p>Su La Repubblica attenzione per il Pakistan, dopo la vitttoria del partito della Lega Musulmana di Nawaz Sharif. L&#8217;inviato scrive che la prima sfida del vincente per far ripartire il Pakistan sarà quella con il nemico storico, ovvero l&#8217;India: “Verrò in India anche se non sarò invitato”, ha detto ai giornalisti, aggiungendo che la soluzione del problema del Kashmir è una delle sue priorità. Il quotidiano scrive che le sue simpatie per le formazioni religiose e la sua vena spirituale lo rendono il candidato ideale per guidare una trattativa mai sperimentata finora con i taliban, buoni e cattivi. Si sottolinea anche che il Paese è sull&#8217;orlo di una catastrofe finanziaria.</p>
<p>Su L&#8217;Unità: “Ankara accusa la Siria”, dopo l&#8217;attentato nelal città di Reyanli, a otto chilometri dal confine siriano, uno dei luoghi più importanti di confluenza per i rifugiati in fuga dal regime di Assad. Ankara non ha dubbi: il duplice attentato che ha provocato almeno 46 morti e 155 feriti è opera di uomini legati al regime di Assad e si riserva il diritto di prendere “ogni tipo di misura”, come detto dal ministro degli esteri Davutoglu. Il capo della diplomazia di Ankara ha peraltro precisato di non ritenere necessario un incontro di emergenza con la Nato. Le prime pagine dei giornali turchi, scrive L&#8217;Unità, al pari dei telegiornali, danno conto di un Paese che si prepara alla guerra. Le autorità militari turche hanno inviato un gran numero di rinforzi sul confine con la Siria.</p>
<p>Anche su La Repubblica: “Erdogan accusa Assad per la strage delle autobombe”. E si riferiscono le parole del Premier turco: “Damasco cerca di trascinarci verso uno scenario catastrofico”. Le autorità hanno arrestato nove cittadini turchi, accusati di aver organizzato gli attentati in collegamento con i servizi di sicurezza siriani. Secondo il ministro degli esteri gli arrestati farebbero parte di una vecchia organizzazione terroristica di ispirazione marxista legata al regime di Assad.</p>
<p>Ancora su La Repubblica, segnaliamo un reportage da Ryad, per raccontare “la sfida dei principi per il regno del petrolio”. L&#8217;Arabia Saudita, si legge, è una delle poche nazioni del mondo arabo dove la primavera non è arrivata. Ma è una tranquillità solo apparente, perché dietro le quinte è in scena uno scontro per succedere all&#8217;anziano re Abdallah, che ha novanta anni ed è malato, come il suo erede. Ma sulla successione non ci sono regole chiare, e la gente ha paura.</p>
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		<title>Cittadinanza in Europa, una Babele di leggi</title>
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		<pubDate>Fri, 10 May 2013 08:39:29 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Caffè Europa]]></category>

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		<description><![CDATA[Assumere una piccola distanza dal dibattito politico interno potrebbe aiutare a comprendere meglio quali siano le principali criticità della legislazione vigente, e a incanalare il confronto su toni più pragmatici <a href="http://www.reset.it/caffe-europa/cittadinanza-in-europa-una-babele-di-leggi">[…]<span class="meta-nav"></span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Assumere una piccola distanza dal dibattito politico interno potrebbe aiutare a comprendere meglio quali siano le principali criticità della legislazione vigente, e a incanalare il confronto su toni più pragmatici e meno ideologici. Allarghiamo dunque lo sguardo a ciò che avviene in Europa nelle politiche di accesso alla cittadinanza, in particolare per gli stranieri. Grazie al team di ricercatori di <a href="http://eudo-citizenship.eu/">Eudo Citizenship</a>, l’osservatorio sulla cittadinanza in Europa dell’Istituto universitario europeo di Fiesole, coordinato da Rainer Bauböck, è possibile fornire un giudizio di insieme in merito all’evoluzione dei differenti quadri legislativi in oltre 40 paesi europei, e sottolineare, là dove è possibile, alcune tendenze generali. Pur limitando la nostra analisi agli attuali Stati membri dell’Unione per il periodo dal 1989 a oggi, il compito non sarà affatto semplice.</p>
<p>Il primo aspetto da rilevare, infatti, è che la normativa varia considerevolmente e non è possibile parlare di processi di reale convergenza. Il processo di integrazione europea non si è esteso a un’armonizzazione delle norme che disciplinano accesso, trasmissione e perdita della cittadinanza, ritenute prerogative inalienabili delle singole sovranità nazionali. Ciò può destare sorpresa, dato che tali norme danno accesso alla cittadinanza europea e ai diritti a essa connessi. Con cautela, dunque, possiamo avanzare alcune considerazioni generali.</p>
<p>Nel periodo considerato, nel resto d’Europa si è intervenuti a riformare la legislazione sulla cittadinanza, o a correggerne singoli aspetti, in misura più frequente che in Italia. Ciò potrebbe essere indice di una propensione a concepirla altrove in termini meno identitari e «reverenziali» e più funzionali, di strumento normativo che regola i rapporti tra le diverse componenti della società e lo Stato.</p>
<p>Gli Stati europei accettano o tollerano in modo crescente la doppia cittadinanza e si riduce il numero di quanti chiedono di rinunciare alla nazionalità precedente, come condizione per naturalizzarsi. Tale sviluppo rimuove una richiesta particolarmente onerosa, che agisce spesso da forte deterrente contro la naturalizzazione. Se si esclude la Spagna, che non accetta formalmente la doppia cittadinanza, ma non implementa poi la normativa, sono 12 gli Stati membri che mantengono il dogma dell’unicità, anche se con modalità molto diverse tra loro e applicando talvolta eccezioni generose: Austria, Bulgaria, Danimarca, Estonia, Germania, Irlanda, Lettonia, Lituania, Paesi Bassi, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia.</p>
<p>Quando si sono riformati i tempi di residenza necessari a richiedere la naturalizzazione, lo si è fatto in termini di una loro diminuzione. È il caso della riforma tedesca del 2000, con riduzione da 15 a 8 anni, portoghese del 2006, da 10 a 6, e greca del 2010, da 10 a 7. Eccezione eccellente, proprio la legge italiana del 1992, che ha raddoppiato gli anni di residenza necessari da 5 a 10.</p>
<p>La legislazione sulla cittadinanza della maggior parte degli Stati Ue si basa su una combinazione di ius sanguinis e ius soli, ai quali si associano sempre più spesso forme di verifica della presenza di un legame effettivo (genuine link) con la nazione. La verifica di tale connessione può essere declinata in termini più liberali, come quando si assume che nascita, scolarizzazione, presenza prolungata nel paese siano indicatori di socializzazione e appartenenza sufficienti, oppure in termini più etnici e securitari, come nel caso dei test di conoscenza della lingua o di integrazione civica e norme rigide in materia di «buona condotta».</p>
<p>Ius sanguinis e ius soli sono preminentemente strumenti giuridici. Acquisiscono connotati ideologici e «di principi» a seconda del clima politico e del regime istituzionale di un dato momento storico. Una normativa basata unicamente sullo ius sanguinis può veicolare un’idea di nazione etnica ed esclusiva, ma non necessariamente la presenza di ius soli corrisponde a un’idea civica e liberale della cittadinanza. In un regime misto, a determinare la maggiore o minore liberalità di una legislazione sono le diverse articolazioni, le condizioni e i requisiti che si associano all’applicazione dei due diritti, insieme al tipo di procedura di accesso alla cittadinanza – se sia automatica, per dichiarazione o discrezionale. Vediamo come.</p>
<p><strong>Ius sanguinis</strong></p>
<p>Tutte le nazioni Ue adottano lo ius sanguinis, vale a dire la trasmissione della cittadinanza per discendenza diretta dai genitori ai figli, se nati in patria, e hanno equiparato entrambi i generi in tale capacità.</p>
<p>L’applicazione dello ius sanguinis varia, però, quando riguarda residenti e nati all’estero, e per il numero di generazioni alle quali si consente di trasmettere la cittadinanza per discendenza. L’Italia ha optato per una trasmissione automatica iure sanguinis all’estero, in assenza di rinuncia esplicita, senza limiti generazionali. Come conseguenza, nel periodo tra il 1998 e il 2011, poco meno di un milione di individui ha ottenuto il passaporto italiano – sarebbe più veritiero dire europeo – presso i consolati all’estero, attraverso una procedura di riconoscimento di cittadinanza, senza alcuna verifica di una presenza di un legame effettivo con il paese.</p>
<p>Altri Stati si comportano in modo simile all’Italia, mentre Belgio, Cipro, Danimarca, Germania, Irlanda, Malta, Portogallo, Regno Unito, Slovenia, Spagna pongono condizioni, sotto forma di un limite generazionale – si varia dalla prima alla terza – o di un tempo massimo dalla nascita entro il quale si può registrare il nuovo nato presso i consolati. Una modalità alternativa, adottata da Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Paesi Bassi e Svezia, per contenere la trasmissione automatica e indefinita della nazionalità fuori dai confini, è la perdita della cittadinanza per l’espatriato, già dopo un periodo più o meno lungo di residenza continuativa all’estero. Il provvedimento può essere evitato mediante una dichiarazione alle autorità nazionali prima della scadenza dei termini e, in alcuni casi, dovendo dimostrare di avere conservato legami significativi con il paese di origine.</p>
<p><strong>Ius domicilii </strong></p>
<p>La naturalizzazione per residenza stabile nel paese I requisiti di residenza necessari agli stranieri residenti per accedere alla cittadinanza variano sensibilmente all’interno dell’Ue. Si passa dal minimo di 3 anni del Belgio, dove dal 2010 si sta discutendo un innalzamento a 5, al massimo di 10 di Austria, Italia, Lituania, Slovenia e Spagna. Il requisito più ricorrente è di 5 anni, presente in 9 Stati membri.</p>
<p>Spesso, agli anni di presenza sono associati anche altri requisiti restrittivi, quali la rinuncia alla cittadinanza precedente (negli Stati già menzionati), la titolarità di un permesso di soggiorno permanente (Austria, Germania, Danimarca, Polonia, Repubblica ceca, Svezia), la residenza ininterrotta (numerosi paesi, tra cui Olanda, Slovacchia, Spagna), una buona condotta morale e un reddito sufficiente a mantenersi (più o meno esplicitamente, tutti i paesi).</p>
<p>La procedura di naturalizzazione è discrezionale nella maggioranza degli Stati. Fanno eccezione Germania, Olanda, Portogallo e Spagna, dove diviene un diritto acquisito, una volta maturati i requisiti necessari, e il Belgio, dove è possibile naturalizzarsi per dichiarazione, ma con un incremento da 3 a 7 anni di residenza. I tempi di attesa per le procedure di naturalizzazione variano dai circa 3 mesi di Estonia, Germania e Repubblica Ceca, ai 18-24 mesi di Francia, Italia, Slovacchia e Ungheria.</p>
<p>Una tendenza comune (tra gli altri, possiamo citare Danimarca, Francia, Grecia, Spagna, Portogallo, Ungheria e Italia) è quella di accordare accessi privilegiati alla cittadinanza nei confronti di stranieri di origine etnica o ritenuti culturalmente, linguisticamente e storicamente affini. Tale preferenza si traduce in una riduzione, spesso sensibile, degli anni di residenza o in una procedura automatica o per dichiarazione, anziché discrezionale. Solo Austria, Grecia e Italia, finora, prevedono requisiti di naturalizzazione facilitati per cittadini di altri Stati membri.</p>
<p>In decisa espansione è l’introduzione di test linguistici e di integrazione civica, come requisito per la naturalizzazione. Tra il 1998 e il 2010, il numero di Stati (attualmente) membri che si è dotato di tali provvedimenti è salito da 6 a 16. L’Italia non è tra questi, ma ha optato per una decisione ancora più rigida, dato che dal 2010 richiede un test di lingua e cultura italiana non per accedere alla cittadinanza, ma per ottenere il rinnovo del permesso di soggiorno di lungo periodo. Un’altra tendenza in netta affermazione è l’aumento dei costi amministrativi, che i richiedenti devono affrontare per avviare le procedure di naturalizzazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Ius soli</strong></p>
<p>Lo ius soli è lo strumento giuridico per cui, se si nasce su un determinato territorio, si acquisisce il diritto di assumerne la cittadinanza. Una minoranza di Stati membri non contempla norme basate sullo ius soli: Cipro, Danimarca, Estonia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Slovacchia, e Svezia. Quest’ultima, però, consente la naturalizzazione, per semplice dichiarazione, ai minori che abbiano vissuto nel paese per 5 anni. Una forma intermedia tra ius soli e ius domicilii che molti utilizzano (Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Grecia, Lettonia, Portogallo, Regno Unito, Slovacchia, Slovenia e Svezia), per consentire un accesso rapido alla cittadinanza agli stranieri che entrano nel paese da minori e vi risiedono per un certo numero di anni (la cosiddetta generazione 1,5). Modalità e requisiti variano, ma quasi sempre contemplano un periodo di scolarizzazione.</p>
<p>Insieme a quella appena descritta, lo ius soli rappresenta la via principale all’integrazione dei figli degli immigrati. Nella Ue, la sua applicazione si presenta estremamente complessa e articolata, più o meno liberale e inclusiva. Semplificando molto, offriamo comunque un quadro d’insieme.</p>
<p>Una prima significativa differenza la si ha a seconda che lo ius soli venga applicato alla nascita o dopo la nascita. Il più generoso e inclusivo è senz’altro il cosiddetto ius soli puro: chiunque nasca sul territorio nazionale, senza ulteriori condizioni, è automaticamente cittadino. Dopo che l’Irlanda lo ha abolito nel 2004, nessuno degli Stati membri adotta questa modalità. In tutta la Ue, infatti, lo ius soli alla nascita si applica automaticamente o per dichiarazione, ma dipende da condizioni che riguardano i genitori immigrati o il periodo di residenza del nucleo familiare.</p>
<p>Un criterio, previsto da Belgio, Germania, Grecia, Irlanda, Portogallo e Regno Unito, è la richiesta che i genitori dello straniero nato nel paese vi abbiano risieduto stabilmente per un certo numero di anni (con grandi differenze: 3 anni in Irlanda, a 5 in Portogallo, 8 in Germania, 10 in Belgio) e/o siano provvisti di permesso di soggiorno permanente (Belgio, Grecia, Regno Unito). Un’altra variante è il cosiddetto doppio ius soli, per cui si «salta» una o più generazioni e si assegna automaticamente alla nascita la cittadinanza al figlio di stranieri già nati nel paese (Belgio, Francia, Grecia, Lussemburgo, Portogallo, Spagna) o al nipote di stranieri residenti nel paese (Paesi Bassi).</p>
<p>Le norme che regolano l’applicazione del cosiddetto ius soli dopo la nascita o differito variano ancora maggiormente. Alcuni Stati, prevedono un accesso alla cittadinanza in età minore, dopo un certo periodo di residenza; altri al compimento della maggiore età; altri ancora concedono condizioni facilitate di accesso alla cittadinanza, con una riduzione dei requisiti di residenza rispetto allo ius domicilii. In alcuni casi, la procedura è automatica, in altri è per dichiarazione, in altri ancora discrezionale. La tabella sottostante rappresenta il compromesso migliore per ridurre a sintesi tanta complessità.</p>
<p>Guardando alle tendenze, nel periodo considerato, in 13 occasioni lo ius soli è stato introdotto per la prima volta nella legislazione (Austria 1999, Finlandia 2003, Germania 2000, Lussemburgo 2009, Slovenia 2002, Svezia 2001) o significativamente rafforzato (Austria 2006, Belgio 1992 e 2000, Francia 1998, Grecia 2010, Irlanda 1998, Portogallo 2006); mentre in 6 casi si è intervenuti in termini restrittivi (Belgio 2006, Francia 1994, Germania 2005, Irlanda 2004, Italia 1992, Paesi Bassi 2003) ed è stato rimosso solamente in due paesi (Danimarca 2004, Malta 1989).</p>
<p>Non esistono statistiche affidabili sugli accessi alla cittadinanza per ius soli. È pertanto difficile valutare quanto siano inclusive le politiche dei singoli paesi, se non giudicandole «qualitativamente», con una inevitabile dose di arbitrarietà nella selezione dei criteri. Tuttavia, gli esperti di Eudo Citizenship hanno potuto stilare una classifica indicativa, che vede Finlandia, Francia, Grecia, Irlanda, Portogallo e Regno Unito, come gli Stati membri con provvedimenti di ius soli maggiormente inclusivi. L’Italia è inserita nel gruppo di paesi a ius soli debolmente inclusivo, insieme a Belgio, Germania, Paesi Bassi e Spagna. Il giudizio sulla Germania non deve sorprendere. Se è vero che, nel 2000, l’adozione dello ius soli automatico, ancorché soggetto a condizioni, rappresentò una svolta epocale per la cultura della cittadinanza di quella nazione, a rendere meno positivo il giudizio sulla riforma tedesca pesano le norme restrittive del 2005, ma soprattutto l’altrettanto automatica revoca della cittadinanza tedesca, nel caso in cui il naturalizzato per ius soli non rinunci alla cittadinanza di provenienza tra i 18 e 23 anni.</p>
<p>Lo sguardo all’Europa dal 1989 a oggi ci dice che la risposta alla presenza stabile di più generazioni di immigrati nella società ha conosciuto due fasi. La prima, fino ai primi anni 2000, è stata di una liberalizzazione delle leggi sulla cittadinanza, con aperture significative per quanto concerne i diritti di naturalizzazione e inclusione degli immigrati residenti e dei loro figli. La seconda, influenzata da istanze securitarie sollevate da partiti populisti e xenofobi in seguito alla stagione del terrorismo internazionale del 2001-2005, segna una svolta verso riforme di carattere restrittivo ed etnico-identitario, con una decisa tendenza a vincolare la legislazione sulla cittadinanza a norme in materia di immigrazione sempre più rigide. Tuttavia, nemmeno quest’ultima fase è riuscita a segnare un arretramento del diritto alla naturalizzazione degli stranieri e dei loro figli, considerato ormai un principio di equità tipico delle società democratiche.</p>
<p>L’Italia non ha partecipato alla prima fase, andando in controtendenza con una legge estremamente generosa verso i discendenti degli emigrati e poco inclusiva nei confronti delle diverse generazioni di immigrati residenti. E tuttavia ha preso parte alla seconda, soprattutto mediante l’irrigidimento delle norme sull’immigrazione. L’asimmetria di trattamento tra emigrati e immigrati, ma ancora di più tra le generazioni successive di entrambi, è divenuta nel tempo più ampia, con un alto rischio di escludere dalla cittadinanza settori sempre più larghi e cruciali della società.</p>
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		<title>Imu, il governo prende tempo</title>
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		<pubDate>Fri, 10 May 2013 07:42:16 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p>IL Corriere della Sera: “Il governo prende tempo sull&#8217;Imu. Saccomanni: l&#8217;acconto di giugno sarà sospeso. Ma il decreto slitta”. Nell&#8217;occhiello si parla di “tensioni sulla giustizia, da Napoli la richiesta di processo per Berlusconi. Il Pdl va in piazza: vogliono azzerarci”.</p>
<p>A centro pagina: “La Convenzione non si farà. Percorso in Parlamento per decidere le riforme”. In evidenza a centro pagina: “Grillo sferza i suoi sulla diaria: lista nera. Ma poi frena”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La Repubblica apre sintetizzando le parole di Berlusconi: “&#8217;I giudici vogliono eliminarmi&#8217;”, “Berlusconi va in piazza. I pm di Napoli: a processo per i senatori comprati”. Sul Pd: “Pd, battaglia di veti, caos sul segretario”. E poi una intervista a Franco Marini: “Non è solo colpa di Renzi”.</p>
<p>In taglio basso: “Niente Imu a giugno, slitta il decreto”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La Stampa: “Casa, a settembre la nuova tassa. Si cercano i fondi per il decreto”, “Berlusconi, chiesto il rinvio a giudizio a Napoli: &#8216;Vogliono farmi fuori”. Sotto la testata, la visita del segretario di Stato Usa in Italia: “Kerry: no ai missili russi a Damasco”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il Foglio: “Conferenza di pace sulla Siria what? Putin vende missili ad Assad”, “tanto entusiasmo per nulla”. A centro pagina, i titoli rossi sono per la decisione di Enrico Mentana di abbandonare Twitter. E il richiamo ad un lungo articolo di Matt Labash pubblicato dal Weekly Standard, dedicato a Twitter: “Il declino della civiltà occidentale 140 caratteri per volta”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il Giornale: “Le mani dei Pm sul Parlamento”. E poi “Sull&#8217;Imu Letta parte male: il Pdl blocca la porcata”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Libero: “Ci prendono per l&#8217;Imu”, “fumata nera al primo consiglio dei Ministri. E il prossimo rischia di approvare solo il rinvio del pagamento da giugno a settembre, e nessun intervento per le imprese schiacciate dalla tassa”. A centro pagina, con vignetta di Benny: “Grillo dà ai grillini la tv in cambio della diaria”. In taglio basso: “Pdl in piazza contro i giudici anti-Cav”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il Fatto: “Berlusconi assale i giudici, il Colle e il Pd tacciono”. A centro pagina: “Riina elogia Schifani, &#8216;lui? Una mente è&#8217;”. Ci si riferisce ad una intercettazione dei colloqui del capo di Cosa Nostra nel penitenziario di Opera nel 2008. In taglio basso: “Indennità a 5 Stelle. Grillo: &#8216;Chi si tiene i soldi è un pezzo di merda&#8217;”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L&#8217;Unità: “Giudici, il Cav torna in piazza”, “Berlusconi di nuovo scatenato sulla giustizia: i magistrati mi vogliono far fuori”. A centro pagina foto dall&#8217;assemblea dei parlamentari M5S, con il titolo: “Diaria, M5S contro Grillo: abbiamo famiglie bisognose”. Sull&#8217;assemblea Pd: “Ipotesi Speranza, ma nel Pd non c&#8217;è l&#8217;accordo”. In taglio basso, “Cig e Imu, tensione nel governo sul decreto”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il Sole 24 Ore: “Altolà a sorpresa su Imu e Cig”. Di spalla: “Napolitano: va fermata la violenza anche verbale, può diventare eversione”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Imu</strong></p>
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<p>Scrive Il Sole 24 Ore che per la sospensione del pagamento dell&#8217;Imu di giugno sulla abitazione principale e il rifinanziamento della Cassa integrazione in deroga occorrerà attendere il prossimo Consiglio dei ministri. Quello riunitosi ieri avrebbe dovuto dare l&#8217;ok al decreto legge, ma la riunione si è incagliata su due scogli: la sospensione del pagamento dell&#8217;Imu anche per una parte dei capannoni industriali, e la copertura “ballerina” per la nuova dote da garantire alla Cig. Probabilmente il dossier verrà esaminato nel corso del “ritiro” della squadra di governo in una abbazia toscana, nel fine settimana, anche se il varo vero e proprio dovrebbe avvenire la prossima settimana al ritorno del ministro dell&#8217;Economia Saccomanni da un minitour europeo.</p>
<p>L&#8217;ipotesi più probabile è uno slittamento al 16 settembre dei pagamenti dell&#8217;Imu sulla abitazione principale.</p>
<p>Secondo Il Giornale, è stata raggiunta una intesa per approvare il pacchetto che comprende l&#8217;imposta sulla prima casa e i sussidi per i cassintegrati, con un rinvio all&#8217;inizio della prossima settimana. Saccomanni ha spiegato che è stato preso l&#8217;impegno di ridefinire l&#8217;imposta “entro cento giorni dalla data di scadenza della prima rata”: quindi, scrive Il Giornale, entro settembre ci sarà la riforma definitiva.</p>
<p>La decisione – scrive Il Sole 24 Ore – per il governo va calibrata in modo da non modificare i saldi di finanza pubblica, e va letta alla luce delle prossime scadenza europee, prima tra tutte l&#8217;uscita dalla procedura per disavanzo eccessivo, attesa per il prossimo 29 maggio. Se l&#8217;esito sarà positivo si apriranno nuovi e più incoraggianti scenari, ma fino ad allora i dati trasmessi dall&#8217;Italia a Bruxelles vanno confermati. Saccomanni, proprio lunedì a Bruxelles, all&#8217;Eurogruppo, confermerà sia i dati attuali sui conti pubblici che le prospettive a medio periodo.</p>
<p>Il Corriere sottolinea anche come il ministro dell&#8217;Economia abbia confermato che per le seconde case, così come per negozi e capannoni industriali, resta la scadenza del 17 giugno.</p>
<p>Intanto, scrive Il Sole 24 Ore, un terzo dei Comuni rivede l&#8217;aliquota Imu, e il 20 per cento l&#8217;ha alzata” per quel che riguarda negozi, affitti e seconde case.</p>
<p>La Repubblica intervista il sindaco di Milano Giuliano Pisapia: “Con la sospensione dell&#8217;Imu ci vengono detratti altri 70 milioni, dimenticando che in Italia il 60 per cento degli investimenti viene dai Comuni. Motivo in più per la necessità di una deroga al patto di stabilità per gli investimenti”. Come faranno, sindaco, i comuni? Per Pisapia “quelle somme devono essere restituite in qualche modo ai comuni, altrimenti vuol dire strangolarli e cancellare la possibilità di un rilancio della economia e della occupazione”. Aggiungo: “Legittima la scelta del governo Letta, ma si potrebbe pensare a un punto di equilibrio. Non tutti hanno la stessa condizione economico-sociale, la Costituzione dice che chi ha di più deve pagare di più”.</p>
<p>Il quotidiano intervista anche il sindaco leghista di Verona, Tosi. In questa città hanno appena portato l&#8217;aliquota Imu sulla prima casa dal 4 al 5 per mille. E&#8217; stato necessario, spiega Tosi, “per far quadrare i conti del Comune”. Ma a giugno quei soldi non arriveranno più, e Tosi tuona: “Hanno fatto un pasticcio solo per accontentare Berlusconi”. Tosi conferma che anche la Lega è stata e resta per l&#8217;abolizione dell&#8217;Imu, e dice che il fatto che si sia trattato di un rinvio “è l&#8217;aspetto più preoccupante, perché si dice ai cittadini di non pagarla, ma senza stabilire, almeno per il momento, come si compensano le mancate entrate dei Comuni”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Pd</strong></p>
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<p>Si è riunita anche ieri la Commissione di garanzia del Pd, formata da Marina Sereni, Ivan Scalfarotto, Luigi Zanda, Roberto Speranza, David Sassoli ed Enzo Amendola, per arrivare all&#8217;assemblea di sabato con una proposta in grado di unire il partito, per eleggere il segretario reggente che dovrà portare al Congresso d&#8217;autunno. L&#8217;Unità scrive che Pierluigi Bersani ha incontrato i suoi, una cinquantina, ed ha spiegato che sul nome del capogruppo Roberto Speranza può esserci convergenza. Il giovane turco Matteo Orfini boccia la candidatura di Speranza che, dice, nasce come una operazione di corrente. E&#8217; l&#8217;annuncio di una battaglia che i giovani turchi, secondo L&#8217;Unità, sono intenzionati di portare fino in fondo, e che probabilmente vedrà al loro fianco parecchi dalemiani. Il quotidiano riferisce anche le parole di D&#8217;Alema: “Io voto sempre a favore. Ho sempre votato i candidati proposti. Sono disciplinato”.</p>
<p>La Repubblica titola: “Pd, tra i veti incrociati di corrente riprende quota il reggente esperto”. Il quotidiano parla di un “caos totale”, di possibile “tutti contro tutti” alla assemblea. E racconta anche di un gruppo di misteriosi militanti che starebbe lavorando “sulla black list dei manovratori anti Prodi. Sembra siano pronti a mettere l&#8217;elenco (molto presunto) dei 101 parlamentari che non hanno votato il professore presidente della Repubblica su internet. Se dovesse succedere domani “sarebbe una bomba”, chiosa La Repubblica. Il quotidiano intervista peraltro proprio lo stesso Roberto Speranza, il possibile “traghettatore”, che però sembra tirarsi fuori. “Io sono innamorato del mio lavoro di capogruppo. La mia ambizione oggi è guidare il gruppo, non il partito”. Speranza peraltro sottolinea che “la personalizzazione della politica è uno dei limiti di questa fase, perché non basta una persona, non servono demiurghi, serve uno sforzo collettivo di ricostruzione”. Sullo stesso quotidiano, anche una intervista a Franco Marini, sul cui nome per il Quirinale i Democratici si sono spaccati. Presidente Marini, si sente rottamato? “Se do uno schiaffo a uno, prima o poi quello me lo ridà. Però- questo è il punto, è la teoria della politica – le cose vanno fatte quando è giusto farle. La &#8216;rottamazione&#8217; non è colpa di Renzi, che pure di colpe e di superficialità ne ha un quintale, ma del partito. Doveva tappare la bocca a chi diceva a personalità che avevano ancora da dare, di accomodarsi alla porta. Alle primarie io sostenni Bersani. Che Renzi si vendicasse nei miei confronti è nelle cose”.</p>
<p>Sulla contestazione dei militanti ad un governo con Berlusconi, Marini dice: “Trovo che sia al di sotto delle nostre capacità di intelligenza lasciare che Berlusconi diventi il difensore di questo governo. L&#8217;Esecutivo lo guida Enrico Letta, il vicesegretario del Pd, forse la migliore scelta per il Paese, perché ha esperienza e la grande scuola di Andreatta alle spalle. Il Pd è per l&#8217;alternanza, non per le larghe intese, e quello resta l&#8217;obiettivo. Ma dopo 50 giorni dalle elezioni e un Paese in ginocchio su occupazione, sviluppo e tenuta sociale, quindi democratica, formare un governo era indispensabile. Il Presidente Napolitano ha giustamente richiamato il principio di realtà”. Ma le larghe intese rischiano di portarvi ai minimi termini di consenso, obietta il cronista. Marini risponde: “Bisogna dire la verità chiara e dura. Bersani in assemblea deve fare il discorso introduttivo, non affidarlo a chissà chi. E&#8217; un dovere per il segretario dimissionario, non può arretrare”. Un nome per il successore di Bersani? “Ci vuole un segretario che abbia un peso per andare a un congresso rifondativo del Pd. I &#8216;curatori fallimentari&#8217; si facciano da parte”. Lei si candida? “Io? Non mi votano, sarei molto bravo. Epifani lo vedrei bene, ma ce ne sono altri”.</p>
<p>La Stampa intervista Rosy Bindi, presidente dimissionaria dell&#8217;Assemblea Pd.: “E&#8217; l&#8217;anniversario dell&#8217;assassinio di Aldo Moro – dice – e io non accetto paragoni tra allora e oggi. Nel 1976 si affrontò l&#8217;emergenza cercando di costruire il futuro, adesso tentiamo – malamente – di chiudere con il passato. E&#8217; per questo che noi dobbiamo sostenere con lealtà il governo, ma sapendo che non è il governo del Pd; io, personalmente, farò quanto possibile, ma avendo chiaro che il Pd che ho in testa – e non credo di esser la sola – è un partito alternativo alla destra. L&#8217;idea che è giunto il tempo di una pacificazione con il berlusconismo è irricevibile. 20 anni di storia non si cancellano così”. Per la Bindi serve un segretario che non venga dal gruppo dirigente, che ha fatto tanti errori. Altrimenti tanto vale chiedere a Bersani di restare fino al Congresso”; un segretario che gestisca al partito fino al congresso con collegialità.</p>
<p>Sullo stesso quotidiano, intervista a Goffredo Bettini, che si dichiara pronto a fare il segretario di un nuovo partito a sinistra: “La mia idea è che si debba creare un nuovo soggetto politico di tutta la sinistra e di tutti i moderati che guardano a sinistra. Non solo una semplice sommatoria tra Pd e Sel, per capirci. Ma molto di più. Una casa comune, nella quale possano trovare posto tutti coloro che in questi anni ci hanno consentito di vincere le ultime elezioni amministrative”. Il partito potrebbe anche cambiare nome, per segnalare la novità politica, e Bettini propone “Il Campo”, “proprio per dare l&#8217;idea di una cosa nuova e aperta”.</p>
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<p><strong>Berlusconi</strong></p>
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<p>La Repubblica scrive che Berlusconi non rischia solo a Milano, ma anche a Napoli, dove la Procura chiede il rinvio a giudizio nell&#8217;inchiesta sulla compravendita dei senatori per “sabotare” il governo Prodi. L&#8217;ex premier è imputato di corruzione con l&#8217;ex parlamentare Sergio De Gregorio e l&#8217;ex direttore de L&#8217;Avanti Walter Lavitola. De Gregorio, eletto nel 2006 a Palazzo Madama con l&#8217;Idv, ha raccontato ai pm di aver ricevuto tre milioni per passare al centrodestra. Un milione arrivò con bonifico alla associazione “Italiani nel mondo”, altri due in nero attraverso Lavitola. Sarà il Gip di Napoli a dover decidere se mandare a processo Berlusconi per corruzione. La Procura di Napoli, con i pm Woodcock e Piscitelli, avevano chiesto il giudizio immediato dei tre indagati: saltando la fase dell&#8217;udienza preliminare, sarebbe iniziato subito il dibattimento. Ma la richiesta, il 18 marzo è stata respinta. Il Gip Marina Cimma, ricorda La Repubblica, ritenne “tutt&#8217;altro che evidente” la prova del “patto corruttivo” e sarà quindi necessaria l&#8217;udienza preliminare, che secondo il quotidiano sarà fissata a breve. Scriveva ancora il Gip, come riferisce La Stampa, che essendo la prova tutt&#8217;altro che evidente, all&#8217;esito di una attenta ed approfondita disamina delle dichiarazioni rese da Di Gregorio “deve pertanto concludersi nel senso che le indagini svolte, non consentono di ritenere allo stato superflua la celebrazione dell&#8217;udienza preliminare in vista delle celebrazioni del dibattimento”. Per la celebrazione del processo immediato – scrive ancora La Stampa – la prova deve risultare univoca, e “insuscettibile di particolare sviluppi in virtù degli apporti argomentativi consentiti alle parti nella udienza preliminare”. E questo per il gip è un punto dolente, secondo La Stampa: perché Berlusconi non si era reso disponibile nelle tre date indicate dalla Procura di Napoli per essere interrogato prima della decisione del processo immediato. E i pm avevano bocciato l&#8217;indicazione di data alternativa per l&#8217;interrogatorio. Ha scritto il Gip motivando la bocciatura della richiesta di processo immediato: “Gli accertamenti bancari risultano tuttora in corso, sicché ai fini della dimostrazione dell&#8217;esistenza dei flussi di denaro provenienti da Silvio Berlusconi, si deve necessariamente ricorrere alla prova testimoniale”.</p>
<p>Su Il Giornale: “La Procura di Napoli ci riprova dopo il flop. Vuole il Cav alla sbarra. Chiesto il processo per la presunta compravendita dei senatori, eppure a marzo il Gip aveva negato il giudfizio immediato”.</p>
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<p><strong>Internazionale </strong></p>
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<p>Ampio spazio sui quotidiani per la visita del Segretario di Stato Usa iKerry in Italia. Sul Corriere: “Kerry ringrazia Roma, &#8216;ruolo fondamentale nella crisi siriana&#8217;. Bonino: i nostri rapporti tornano utili”. Kerry ha risposto anche ad una domanda relativa ai 144 missili russi che, secondo le anticipazioni del Wall Street Journal, sarebbero in arrivo per potenziare gli arsenali militari del presidente siriano Assad, rendendolo in grado di contrastare con efficacia un eventuale blocco del suo spazio aereo da parte di una coalizione internazionale. Kerry ha premesso di essere “grato” alla “buona volontà” del Presidente russo Putin nel “provare” ad adottare nuovi criteri per spingere Assd e i suoi oppositori ad un negoziato. Sulla questione dei missili, che preoccupano Israele, poiché hanno una gittata di 125 miglia, “abbiamo già dichiarato”, ha detto Kerry, che i missili sono potenzialmente destabilizzanti riguardo allo Stato di Israele. Abbiamo reso cristallino di preferire che la Russia non fornisca loro assistenza”.</p>
<p>La Stampa: “Kerry: no ai missili russi ad Assad”, “&#8217;Fornire gli S-300 è potenzialmente destabilizante&#8217;”. Intanto il movimento sciita libanese Hezbollah, per bocca del suo leader Nasrallah, ha ribadito ieri il sostegno alla Siria, e ha rivelato che Damasco gli fornirà “armi che faranno la differenza”. E gli insediamenti dei coloni israeliani nei territori palestinesi, informalmente sospesi proprio nel corso dell&#8217;incontro tra la ministra Livni e Kerry a Roma, sono ripresi.</p>
<p>Il Foglio si occupa estesamente del sistema dei missili terra-aria S-300: ieri Israele ha chiesto alla Russia di non vendere al governo di Al Assad questo sofisticato sistema di difesa aerea, che renderebbe la Siria “impermeabile” agli attacchi dall&#8217;esterno. L&#8217;S-300 è un missile terra-aria capace di intercettare e abbattere aerei e anche missili in un raggio di circa 230 km. Secondo il WSJ il pagamento di 900 milioni di dollari da parte di Damasco è già cominciato, e la prima consegna avverrà entro tre mesi. In totale arriveranno 144 missili, divisi in sei batterie, e anche due squadre di consiglieri militari russi per addestrare i isiriani. E&#8217; un missile – scrive il Foglio – capace di cambiare i rapporti di forza nell&#8217;area, e negli ultimi anni anche l&#8217;Iran ha molto insistito, senza successo, per averli dalla Russia, e rafforzare così le sue difese contro gli strike aerei dall&#8217;esterno, come quelli che potrebbero arrivare contro i siti del suo programma atomico-militare. Il Presidente russo Putin sta concedendo ad Assad un grande favore, ovvero l&#8217;immunità aerea, e la notizia arriva proprio mentre alcuni senatori americani chiedono all&#8217;Amministrazione Obama di colpire l&#8217;esercito siriano, come Israele ha fatto già 4 volte a partire da gennaio. Secondo il WSJ Putin potrebbe anche fare di più, trasferendo alla Siria gli ancora più temuti missili Sa-5, che per la loro gittata possono colpire gli aerei americani mentre partono dalla base di Cipro, la più avanzata nel caso alla Casa Bianca decidessero di agire.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>E poi</strong></p>
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<p>Alle pagine R2 de La Repubblica si parla di Katy Osborn Russel, moglie di Tamerlan Tsarnaev, che “adorava Sex and the city” e si è convertita all&#8217;islam dopo aver conosciuto, all&#8217;università di Boston, il terrorista. Gli investigatori l&#8217;hanno scagionata dai sospetti di complicità con il martito, e oggi ha ripudiato la vita con Tamerlan.</p>
<p>Su Il Foglio si torna a parlare del “boicottaggio” deciso dai ministri francesi che ieri erano invitati alle celebrazioni dell&#8217;Unione Europea a Firenze. I ministri Valls e Vallaud-Belkacem hanno disdetto la loro partecipazione quando hanno appreso che nel panel era previsto anche l&#8217;intervento di Tariq Ramadan, “il pericoloso dissimulatore”, come lo chiama Il Foglio. Inaccettabile che chi “come Ramadan sostiene una &#8216;moratoria&#8217; delle lapidazioni femminili sia invitato a Firenze”, ha detto la Vallaud-Belkacem. Inoltre “Ramadan è uno dei predicatori che ha fatto di più per moltiplicare il numero dei veli in Francia, in nome di una lettura letteralista del Corano”, dice la ministra.</p>
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		<title>Shirin Ebadi: una lezione di diritti umani</title>
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		<pubDate>Thu, 09 May 2013 22:02:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Lanni</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Da <a href="http://resetdoc.org/EN/index">Reset-Dialogues on Civilizations</a></p>
<p>Nel 2003 ha vinto il premio Nobel per la Pace per il suo strenuo lavoro alla difesa dei diritti umani, una scelta che però le è costata una vita complicata e la lontananza da parte della sua famiglia.</p>
<p>Shirin Ebadi, dieci anni dopo l&#8217;importante riconoscimento internazionale e quattro dopo le controverse elezioni presidenziali iraniane, vive a Londra in una condizione di esilio forzato, senza possibilità di vedere il marito e la sorella che sono a Teheran, liberi su cauzione. Le sue due figlie, invece, studiano in Europa; i suoi beni sono stati prima confiscati e poi messi all&#8217;asta. “Hanno provato a intimidirmi. Io ho risposto che amo la mia famiglia, ma la giustizia di più”.</p>
<p>Così a Roma, per una <a href="http://www.reset.it/reset-doc/shirin-ebadi-a-roma-diritti-e-societa-civile-nel-mondo-islamico">lectio magistralis</a> all&#8217;università Luiss Guido Carli sul tema “Rights and Civil Society in the Islamic World”, parla l&#8217;avvocato iraniano che sta segnando una parte importante della storia del suo Paese. La sua è una vita tutta dedicata alla giustizia, prima come giudice e come presidente del Tribunale di Teheran, poi, dopo il 1979 (da quando con la rivoluzione islamica il ruolo delle donne nella vita istituzionale del Paese è mutato sensibilmente) come avvocato con una particolare attenzione alla condizione dei bambini e delle donne: i soggetti più deboli nelle società islamiche. Anche se, ci tiene a ribadire: “non esiste un&#8217;equazione Islam uguale violazione dei diritti. Il problema del rispetto dei diritti umani c&#8217;è anche nei Paesi non islamici, mentre ce ne sono altri musulmani dove la condizione delle donne e delle istituzioni democratiche è migliore”.</p>
<p>Piuttosto esiste un modo strumentale di usare l&#8217;Islam e di applicare la Sharia. La soluzione politica è quella di separare lo Stato dalla Religione: “Il secolarismo è il primo passo per la democrazia”, spiega. E si capisce bene come le sue posizioni si pongano in uno scontro frontale con la Repubblica Islamica che Shirin Ebadi non teme a tratteggiare come una <em>dittatura religiosa</em>. Ciò che si comprende meno è, invece, come riesca a essere così determinata, nonostante le pressioni che lei e i familiari devono subire.</p>
<p>“Nel 2009, alla vigilia delle elezioni – ci spiega – ho lasciato l&#8217;Iran per tre giorni per partecipare a un convegno in Spagna. Il quarto giorno, quando era previsto il mio rientro, il mio Paese non era più quello di prima: molte persone erano state imprigionate, altre uccise; alcuni colleghi erano stati arrestati. Quelli di loro ancora liberi mi consigliarono di non rientrare, ma di andare alle Nazioni Unite per spiegare quello che stava accadendo. E il regime, che non poteva fare nulla a me, ha arrestato mia sorella e mio marito per spingermi a non parlare. Da quella data io faccio regolarmente relazioni all&#8217;Onu sulla situazione iraniana”.</p>
<p>“Anche oggi continuano a intimidirmi per voce di mio marito. Io ricevo minacce di continuo. Ma la mia risposta – prosegue – è che la morte è l&#8217;unica realtà garantita a tutti, quindi perché dovrei preoccuparmi? Difenderò i diritti umani finché sarò viva”.</p>
<p>La presenza in Italia di Shirin Ebadi è legata anche alla partecipazione al Festival d’Europa a Firenze, in cui interverrà oggi, ed è ancora più significativa perché arriva a un mese dalle elezioni presidenziali in Iran, su cui sono puntati gli occhi della platea internazionale. Dopo quanto accaduto nel 2009 e, soprattutto, dopo le rivolte che hanno sconvolto il Nord Africa e il Medio Oriente, si attende con ansia ciò che avverrà il prossimo 14 giugno. Ma, alla domanda se i giovani riempiranno di nuovo le strade, il Premio Nobel risponde che: “il governo è stato molto duro e ha oppresso molto violentemente la gente che scendeva in piazza. Per questo le persone oggi hanno paura. Inoltre, il regime ha già provveduto a fare controlli molti severi, anche sulla rete. Solo nei prossimi giorni riusciremo a capire se le autorità sono riuscite in questo modo a impedire raduni e manifestazioni di piazza”.</p>
<p><strong>Quale quadro politico potrebbe uscire dalle urne?</strong></p>
<p>Le elezioni in Iran non sono mai state libere. Il Consiglio dei Guardiani (che è formato dai dodici giureconsulti, sei decisi direttamente dalla Guida Suprema, sei indirettamente, <em>ndr</em>) è chiamato a decidere sulla legittimità dei candidati. Questo vuol dire che non è il popolo a scegliere. In ogni caso, adesso è presto per parlare. La registrazione dei candidati è cominciata ieri e durerà cinque giorni. E dopo cinque giorni il Consiglio dei Guardiani inizierà a valutare i nominativi. Fino a che non si annuncerà chi è stato legittimato è difficile farsi un&#8217;idea. Non sappiamo nemmeno se Hashemi Rafsanjani, che ormai rappresenta il fronte riformista, si registrerà o no.</p>
<p><strong>Crede che ci sarà affluenza?</strong></p>
<p>Nel 2009 si erano iscritte trecento persone e solo quattro sono state ritenute eleggibili. Di queste, una era il presidente e le altre tre (Mir Hossein Mousavi, Mohammad Karroubi, Mohsen Rezaee, ndr) facevano già parte dell&#8217;establishment. Nonostante ciò la gente ha scelto di votare il meno peggio, e il risultato è stato falsificato.</p>
<p>Il 14 giugno prossimo si tornerà alle urne con Mousavi e Karroubi ancora in carcere, senza aver subito alcun processo né essere stati condannati: ecco perché molti iraniani non andranno a votare.</p>
<p>Io personalmente, senza dare alcun consiglio, dico che non andrò a votare perché non voglio essere la marionetta del teatrino democratico del governo.</p>
<p><strong>Non crede che col tempo, al di là dei controlli governativi, avrà la meglio la forza dei numeri: una popolazione che per il 70% è nata dopo il 1979 e che quindi non ha nel Dna la Rivoluzione Islamica?</strong></p>
<p>Io so che lo scontento aumenta ogni giorno, perché oltre alle violazioni dei diritti umani c&#8217;è una situazione economica molto grave a causa delle sanzioni. So che le persone non hanno più neanche le medicine. E so che alla fine vince il popolo, ma quando e come non posso dirlo.</p>
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		<title>La storia di Napolitano: l&#8217;ultimo di una serie, ma lui funziona</title>
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		<pubDate>Thu, 09 May 2013 10:19:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Lanni</dc:creator>
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		<category><![CDATA[comunismo]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Napolitano]]></category>
		<category><![CDATA[Pci]]></category>
		<category><![CDATA[Politica italiana]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Un testo singolare, quello di Pasquale Chessa. E non tanto per quello che dice e che spiega. Ma piuttosto per quello che lascia capire senza spiegarlo. E per quello che non dice. Per inciso, l’Autore sarebbe perfettamente attrezzato alla bisogna. Osservatore attento della vita politica come è; e, in particolare, in grado di seguire il percorso intrecciato del partito comunista e dello stesso Napolitano “dall’interno”: che si tratti dei fatti di via Medina, delle tensioni, personali e politiche, che percorrono, nel corso del tempo, la federazione napoletana e della vera e propria guerra di successione degli anni ottanta e novanta, all’indomani della morte di Berlinguer.</p>
<p>Pure il suo testo è pieno di assenze; di false piste e di allusioni. A cominciare dalla scelta, incomprensibile anche perché non motivata, di passare sotto silenzio gli anni della presidenza – un passaggio conclusivo che sarebbe di per sé in grado di illuminare le tappe precedenti del percorso politico del leader napoletano. E questo, si badi, in un volume edito nella primavera del 2013.</p>
<p>In questa assenza voluta, l’indicazione contenuta nel titolo sembra buttata lì per portarci fuori strada. Perché, per un lettore superficiale e disattento, <em>L’ultimo dei comunisti</em>, con l’aggiunta del sottotitolo “la presa del potere,” hanno un significato preciso; e guarda caso in totale contrasto con la realtà delle cose.</p>
<p>Così “l’ultimo dei” suggerisce irresistibilmente razze in via d’estinzione (“i mohicani”) o combattenti irriducibili, e un po’ ottusi, di cause e di guerre già irrimediabilmente perse (“l’ultima raffica di Salò”; i soldati giapponesi abbandonati in una giungla fuori dal mondo). Mentre la presa del potere ha a che fare, da Luigi XIV a Napoleone a Lenin, con una iniziativa personale, volontaria e premeditata di rottura dell’ordine costituito, con annesso uso della forza.</p>
<p>Fantasmagorie. Pure e semplici fantasmagorie che sembrano alimentate da un illusionista o, più esattamente, da uno scrittore di romanzi gialli classici che semina il suo racconto di falsi indizi pur inserendo, qua e là, degli elementi suscettibili di guidare il nostro percorso verso la verità.</p>
<p>In realtà, Chessa questi elementi ce li fornisce in abbondanza. Ma senza mai illuminare il percorso con qualche analisi complessiva. Dal suo punto di vista, una rinuncia; che evidentemente non ha a che fare con i suoi rapporti con suoi potenziali lettori, ma piuttosto con le persone e le cose che sono la materia concreta della sua trattazione.</p>
<p>Avanziamo, a questo riguardo, una ipotesi; interamente frutto della nostra sensazione. Ci sembra di avvertire nel nostro Autore una totale mancanza di empatia nei confronti di un mondo che pure conosce assai bene; mancanza di empatia o antipatia preconcetta che dal soggetto collettivo – il Pci – si estende, per proprietà transitiva, al suo esponente; fosse pure, come nel nostro caso, il più qualificato. Napolitano, insomma, sarà anche il primo della classe (per inciso, con tutte le antipatie che alimenta questa categoria…); ma è la classe che, in qualche modo, non va; e quindi anche il suo migliore rappresentante.<br />
Tutto ciò premesso sarà ora il caso di lavorare sugli indizi che pure Chessa ci offre; assumendoci, come si dice, l’intera paternità dei nostri ragionamenti e delle nostre conclusioni.</p>
<p>Primo indizio e punto di partenza, un nome. Che non appartiene, così ci suggerisce l’A., alla sequenza Marx-Engels-Lenin-Stalin, perché è quello di Machiavelli. Insomma, del cultore appassionato dell’autonomia e della razionalità della politica. E’ in nome di tali principi che Napolitano aderisce ad un partito che rappresenta sé stesso come moderno principe e che basa la sua diversità proprio sulla capacità di interpretare razionalmente il mondo in cui vive.</p>
<p>Ma Chessa ci dà anche un altro importante suggerimento. Ricordandoci che il partito cui Napolitano aderisce, nella stesso orizzonte di razionalità, è il partito nuovo di Togliatti. Un partito che, come quello francese, viene da lontano e vuole andare lontano. Insomma, dove i riferimenti ai percorsi del passato contengono in sé quelli di là da venire.<br />
Si tratta però di riferimenti diversi. Perché, se i comunisti francesi sono eredi e, insieme, punto d’arrivo della tradizione rivoluzionaria, compito dei comunisti italiani è semmai la sostituzione della borghesia nella prospettiva di costruzione della nazione. Al di là delle Alpi, una vocazione classista e agitatoria (nel senso più neutro e pieno del termine); al di qua una vocazione unificante e, per certi versi, pedagogica. E, continuando a sintetizzare e a radicalizzare al massimo i fattori di diversità, a Parigi, il mito di Robespierre, della Comune e del popolo in armi; a Roma, quello di De Sanctis e di Gramsci.</p>
<p>C’è, in tutto questo, una evidente forzatura; che serve però a definire, e costantemente, nel tempo, l’approccio di Napolitano. Perché il suo orizzonte culturale e politico sarà, appunto, dal dopoguerra sino ad oggi, quello di un partito costruito nella prospettiva del razionale e del possibile (e dunque sicuramente un partito gradualista, anche se non necessariamente socialdemocratico; ci torneremo); ma anche caratterizzato da un fortissimo richiamo alla responsabilità nazionale, con le conseguenze che ne deriveranno, nel corso del tempo.</p>
<p>Una linea, e un atteggiamento, che saranno alla base delle diverse e contraddittorie fortune del leader napoletano e dei suoi amici: punto di riferimento naturale nei rapporti con il mondo esterno, con le responsabilità istituzionali che di volta in volta ne deriveranno e, al tempo stesso, considerati “altra cosa” nell’immaginario collettivo del popolo comunista; in auge fino a quando permarrà vivo l’insegnamento di Togliatti (e quindi anche all’epoca dell’allineamento con Mosca), fortemente emarginati in epoche successive quando, dopo la caduta del muro di Berlino i comunisti cercheranno in maniera affannosa nuovi elementi su cui costruire la propria diversità.</p>
<p>In questo quadro, il punto di svolta è agli inizi degli anni ottanta. Prima di allora il leader del gruppo (poi bollato come migliorista), Giorgio Amendola, conciliava in sé il richiamo disciplinare e identitario all’Unione sovietica con un forte impulso riformista e revisionista a livello nazionale. Era la famosa doppiezza che rappresentava però, in sé, un elemento di forza; perché, in definitiva, era proprio la sicurezza sulla propria identità e sul proprio futuro (l’Urss, il socialismo, la rivoluzione) che consentiva ai comunisti italiani la massima duttilità e apertura nella gestione del proprio presente. Era, insomma, la teoria staliniana che garantiva la pratica socialdemocratica; era la via italiana, anzi emiliana, al socialismo.<br />
Dopo le cose si complicheranno. Per le ragioni e attraverso le vicende della “guerra di successione”che abbiamo già citata e che l’A. descrive alla perfezione. Una guerra, per il potere ma, ancora di più, per l’anima del partito che i miglioristi perderanno nettamente e definitivamente.</p>
<p>E per il combinato disposto di una serie di motivi.</p>
<p>In primo luogo perché i loro avversari si collocano su posizioni inattaccabili. Nella gestione di un partito che ha ricostruito la sua identità su di un nuovo tipo di doppiezza: la questione morale come garanzia della propria diversità di ultima istanza; a coprire una disponibilità senza limiti sul terreno del confronto economico-sociale. In soldoni, era l’asse Scalfari/Berlinguer; ma senza Berlinguer. Un asse che garantiva al Pci/Pds un salvacondotto di superiorità etica, di valore inestimabile nel clima dell’epoca; a vantaggio di chi e di che cosa essendo questione controversa ma tutto sommato irrilevante.<br />
Un’identità sostitutiva, quella proposta dal nuovo gruppo dirigente; al posto della razionalità storica la sensibilità contingente. Pure, la loro scommessa risulterà vincente; per mancanza di alternative credibili.</p>
<p>Si dirà, nelle polemiche successive degli amici di Napolitano, che la linea alternativa, e abbandonata dal gruppo dirigente, era stata quella della socialdemocrazia. Una verità parziale; e auto consolatoria la loro. Perché se era vero che la nuova leadership si era costruita sul rifiuto della socialdemocrazia come retaggio del passato, era anche vero che questa prospettiva non fu affatto proposta. Né allora né dopo.</p>
<p>Attenzione: dicendo socialdemocrazia ci riferiamo non alla parola ma alla cosa. Insomma alla trasformazione del Pci in un vero e proprio partito del lavoro, capace di mediare costruttivamente tra Lama e Cofferati, aggiornando i propri strumenti di intervento ( a partire dallo stato) per garantire la conservazione delle proprie conquiste. Una socialdemocrazia riformista, insomma; se vogliamo l’unica possibile traduzione concreta del “migliorismo”.</p>
<p>Ma, come ci suggerisce, ancora, Chessa, i miglioristi, quelli in cane e ossa, alla socialdemocrazia non pensano affatto. Così da sbagliare, nel momento decisivo, insieme, avversari ed alleati.<br />
In realtà il loro orizzonte vero non sta nel consolidamento socialdemocratico, ma piuttosto nel revisionismo socialista. Quello incarnato da Craxi (il cui governo, sia detto per inciso, di riforme ne farà assai poche…). Nell’immediato, una scelta suicida, perché coraggiosa fino alla temerità. In prospettiva, una scelta perdente perché organicamente subalterna.</p>
<p>Pochi cenni sul primo punto; anche perché oggetto di continue rivisitazioni. Per ricordare che qualsiasi ipotesi di intesa con Craxi e i socialisti era, per il suo proponente, un vero e proprio bacio della morte. L’uomo era odiato per quello che era e per quello che diceva; e i postcomunisti su questo avevano costruito la loro identità; essendo alla vigilia di riscuoterne i vantaggi con la caduta del loro nemico/concorrente. E senza pagare alcun dazio.</p>
<p>Il fatto è che, con il crollo del Psi, è la trincea socialdemocratica ad essere precipitosamente, e definitivamente, abbandonata; all’interno del Pds/Pd, come altrove; se mai fosse stata veramente eretta. A prevalere sarà invece la logica revisionista; incerta sui suoi obbiettivi quanto precisa sulle posizioni che intendeva emarginare. Tra queste, in primo piano, quelle appartenenti alla tradizione comunista; ivi comprese quelle riformiste. Così, dopo il decesso (per abbandono dei suoi stessi proponenti) della cosa 2, i rappresentanti di quella tradizione si ritireranno dal confronto politico interno: Macaluso e Cervetti per affidare a una rivista le “ragioni del socialismo”; Napolitano per diventare non già “l’ultimo comunista” ma piuttosto il primo, o comunque il più importante tra “papi esterni” cui il Pd ha delegato la gestione delle proprie fortune se non la rappresentanza della propria identità. Sempre con il consenso, più o meno passivo, degli ex miglioristi che degli interventi dei sullodati “papi esterni”sembrano avere costante bisogno.<br />
Ma, tornando a Napolitano, forse Chessa ha ragione. Nel senso che le vicende, passate e attuali della sua presidenza appartengono a un’altra storia e a un altro libro; fatto salvo il suo diritto di prelazione nella trattazione della vicenda.</p>
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		<title>Al Jazeera? Agli ultimi posti nei paesi della primavera araba</title>
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		<pubDate>Thu, 09 May 2013 09:40:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Lanni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Da Reset-Dialogues on Civilizations Al Jazeera comincia a dare segni di debolezza e lo fa proprio nella sua patria, mostrandosi mortalmente offesa e indignata verso un giornale di Doha, The <a href="http://www.reset.it/reset-doc/al-jazeera-agli-ultimi-posti-nei-paesi-della-primavera-araba">[…]<span class="meta-nav"></span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Da <a href="http://www.resetdoc.org/EN/index">Reset-Dialogues on Civilizations</a></p>
<p>Al Jazeera comincia a dare segni di debolezza e lo fa proprio nella sua patria, mostrandosi mortalmente offesa e indignata verso un giornale di Doha, The Peninsula, che ha avuto l’audacia di pubblicare dei dati <a href="http://thepeninsulaqatar.com/qatar/234986-al-jazeera-should-accept-bitter-facts.html">sconvenienti</a> per il network dell’emiro. Secondo l’ultimo rapporto “<a href="http://menamediasurvey.northwestern.edu/">Media use in the Middle East</a>” della Northwestern University in Qatar (NU-Q) ripreso dal quotidiano, nei paesi travolti dalla primavera araba sono in pochi a considerare Al Jazeera come una vera e propria fonte di informazioni.</p>
<p>Nonostante Al Jazeera abbia dato ampia copertura mediatica alle rivolte in Bahrein, rivolte scomode per il Qatar che vedono una popolazione a maggioranza sciita mettere in discussione i regnanti sunniti, solo il 4% dei bahreiniti intervistati dalla NU-Q hanno dichiarato di considerare Al Jazeera come una fonte di news. Alcuni hanno preferito i media locali come Al Watan (10%), media stranieri come la BBC (8%), altri hanno lasciato i media per i social network come Facebook (11%), e alla fine di questo elenco si  trova Al Jazeera con solo il 4%. Dati crudeli per un network che ha ricevuto riconoscimenti internazionali per il suo documentario “<a href="http://www.aljazeera.com/programmes/2011/08/201184144547798162.html">Bahrain: shouting in the dark</a>” in cui si denunciavano le violenze nell’isola.</p>
<p>L’Amnesty International Media Award e il premio per la miglior televisione internazionale al Robert Kennedy Journalism Award non sono bastati a convincere i bahreiniti a guardare Al Jazeera. Per molti di loro Al Jazeera rimane infatti il network di quell’emiro che due anni fa inviò forze armate e militari nell’isola <a href="http://dohanews.co/post/3957394943/its-official-qatar-has-sent-troops-to-bahrain">per soffocare le proteste</a>.</p>
<p>In Tunisia si ha uno scenario simile: solo il 9% della popolazione considera Al Jazeera una fonte di notizie, ultima in classifica a pari merito con Al Arabiya. Primo fra tutti si afferma Facebook con il 52% seguito dai media locali. Anche in Tunisia la politica del Qatar ha <a href="http://www.tunisia-live.net/2012/01/15/visit-of-qatari-emir-divides-tunisian-political-society/">sconcertato</a> il paese. I tunisini hanno assistito alla scena più paradossale della loro storia recente quando hanno dovuto festeggiare il primo anniversario dalla liberazione del loro Paese da un dittatore con la visita dell’emiro del Qatar, un regnante non democratico.</p>
<p>Altro paese nello studio della Northwestern University in Qatar a creare qualche imbarazzo ad Al Jazeera è l’Egitto, dove il network di Doha compare come fonte di notizie solo dopo media locali come Al Hayat e media stranieri come CBC.  Eppure, anche in Egitto la politica del Qatar è stata piuttosto invasiva. I finanziamenti concessi dal Qatar all’Egitto post-Mubarak sono stati paragonati al Piano Marshall: una generosità nel momento del bisogno a cui, <a href="http://www.arabnews.com/columns/referendum-and-20-bn-qatar">secondo molti</a>, dovrà corrispondere una riconoscenza di lunga durata con pesanti ripercussioni politiche.</p>
<p>Al Jazeera è quindi indignata per questi insuccessi nell’ingrata regione e per l’audacia con cui un giornale locale ha mostrato pubblicamente questi dati dolorosi. Molti infatti ritengono che anche <a href="http://www.resetdoc.org/story/00000022179">l’avventura statunitense di Al Jazeera America</a> abbia delle finalità più regionali. La CNN infatti rimane il primo network in Medio Oriente secondo il sondaggio della <a href="http://cnnpressroom.blogs.cnn.com/2011/03/14/cnn-leads-across-emea-says-synovates-inaugural-multi-regional-data-release/">Synovate’s EMS Survey</a>.</p>
<p>Colpire la CNN al cuore in America e indebolirla in patria potrebbe portare a un successo di riflesso nel mondo arabo. Chissà, si attende il lancio di Al Jazeera America previsto per luglio per capire se questo network dal nome esotico uscirà vittorioso dalla conquista più difficile, quella degli americani.</p>
<p><em><a href="http://arabmediareport.it/">Per scoprire di più sui media nel mondo arabo, visita il nostro sito Arabmediareport.it</a></em></p>
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		<title>Cos&#8217;è il potere? Lo spiega Shakespeare</title>
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		<pubDate>Thu, 09 May 2013 08:27:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Lanni</dc:creator>
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		<category><![CDATA[filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Shakespeare]]></category>

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		<description><![CDATA[Cosa è il potere, la forza su cui si reggono le società e gli Stati? La scienza politica si è prodigata nel dare risposte, da sempre, a questa domanda. E <a href="http://www.reset.it/libri/cose-il-potere-lo-spiega-shakespeare">[…]<span class="meta-nav"></span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Cosa è il potere, la forza su cui si reggono le società e gli Stati? La scienza politica si è prodigata nel dare risposte, da sempre, a questa domanda. E ha costruito modelli e teorie spesso molto sofisticate. Dalla teoria si è poi passati alla prassi con estrema facilità. E’ così che sono nate le dottrine “normative”, come si dice, della democrazia, della giustizia, del “vero liberalismo” (sic!). Ma in tutto questo indaffararsi c’è un fondo di non detto, di inesplicito, che andrebbe portato alla coscienza per definire in profondità il potere, guardandolo in faccia senza stratagemmi intellettuali. E, a questo scopo, forse un’opera letteraria o teatrale può servire meglio che un trattato di teoria politica. Che è quanto pensa uno studioso colto e raffinato quale Francescomaria Tedesco, che in <em>Eccedenza sovrana</em>  dipana il suo discorso prendendo spunto e tenendo sempre presente una tragicommedia del grande Shakespeare: <em>Misura per misura</em> (venne rappresentata per la prima volta davanti a Giacomo I il giorno di santo Stefano del 1604).</p>
<p>In verità, l’attenzione di Tedesco si concentra su un personaggio minore: quel Barnardine che è un assassino e ubriacone boemo detenuto nelle carceri viennesi e che Angelo, governatore pro tempore, vuole mandare a morte al posto di un altro per soddisfare la sete di giustizia del popolo.</p>
<p>Lo Stato per autopreservarsi non esita a mettere a morte qualcuno a scopo simbolico. A prima vista, non dovrebbero esserci problemi: Barnardine è quella figura che si definisce una “canaglia”, un individuo ai margini della società, un nulla di buono che non ha nulla a che vedere con la mitica immagine del “povero ma bello”. La sua inaspettata resistenza, il rifiuto di soggiacere a quella che è a tutti gli effetti una profonda ingiustizia, mette però in crisi il dispositivo che mantiene in piedi il potere. Mostrando, in ultima analisi, come l’ordine costituito, persino lo Stato forte e compatto dell’età moderna, si fondi su un elemento labile e immateriale quale l’assenso che diamo ad esso implicitamente in ogni momento.</p>
<p>Con un richiamo in negativo a La Boétie de <em>La servitù volontaria</em>, l’autore di questo libro ci dice che il potere trova la propria “legittimazione non nel comando del sovrano ma nell’obbedienza del suddito”. Lo Stato, perciò è un colosso coi piedi di argilla, come mostrano ad esempio tante e inaspettate cadute (si pensi alla rapida implosione, per deficit di consenso, dell’ex Unione Sovietica). Spostato il discorso sul lato  dell’obbligazione politica, sulla sua natura, Tedesco incontra autori anomali o eccentrici rispetto al filone dominante della modernità, quello cartesiano delle idee chiare e distinte: da Rabelais, che col <em>Gargantua e Pantagruel</em> mette al centro della scena personaggi stravaganti e crudeli, fino a Raymond Queneau de<em> I romanzi della saggezza</em> ispirati alla filosofia del suo maestro Kojéve, passando per Sade e Bataille.</p>
<p>“Insomma, nel momento in cui si cristallizza, nelle opere di autori come Bodin e Hobbes ma anche in vicende storiche come la pace di Westfalia, la sovranità moderna come noi la conosciamo, si può – scavando nella storia e nella letteratura – rintracciare un antico filone: quello del potere come male, e della resistenza al potere da parte degli ‘scarti’ della società”. E’ il momento machiavellico della politica, che, al di là di ogni corretta interpretazione del pensiero del segretario fiorentino, ne segna la prima ricezione europea, di cui il teatro elisabettiano è esempio.</p>
<p>Quella che però emerge da questo libro è “l’idea di un potere che, pretendendo di fare il bene, conserva i germi del male”. Un male “rattenuto”, ma pur sempre pronto a manifestarsi in momenti eccezionali, quelli che l’autore definisce di “eccedenza sovrana”. Il libro di Tedesco è un lungo richiamo al realismo politico: una critica, ad esempio, all’ideologia dei diritti umani, che maschera con i buoni sentimenti l’affermarsi di concreti rapporti di forza (è il caso della dottrina dell’interventismo democratico messa in campo da Bush).<br />
Rammarica che l’autore abbia un concetto un po’ limitato, anche storicamente, di liberalismo. Una dottrina che, se nella sua prima versione giusnaturalistica, anestetizzava la conflittualità, almeno da Tocqueville ad oggi ha saputo fare i conti con essa. Esaltando se non la “canaglia” in senso stretto, certamente il momento dell’eresia, dell’anticonformismo e persino dell’eccentricità.</p>
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