Ecco come il Déjeuner sur l’herbe rovesciò il «campo» dell’arte

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Esce postuma la ricerca di Pierre Bourdieu, il grande sociologo francese scomparso nel 2002, su Edouard Manet (1832-1883): è un esempio di «socioanalisi» della traiettoria di un pittore rivoluzionario nella Parigi di metà Ottocento. La raccolta delle fonti è sterminata e riguarda tutto: le critiche d’arte e le alleanze di Manet contro e con i critici, la competizione con Courbet e il realismo, l’attacco all’art pompier e all’accademia, i suoi distinguo dagli impressionisti e il suo «fare scandalo» per conto proprio. Ma l’analisi di Bourdieu riguarda anche il «capitale» dell’artista e il suo «habitus». Manet è un figlio dell’élite parigina, è un erede che rifiuta l’eredità del padre magistrato, ma la tesaurizza per trasferirla in un altro spazio di valori. La sua fu vera, vincente, rivolta, contro il Salon, l’istituzione statale da cui fu inizialmente rifiutato, al Louvre, ma si impose poi nel nuovo corso che cambiò per sempre il Salon. Come fu possibile? Ci voleva più che il genio di un pittore.
manet bourdieu
Ora i corsi tenuti da Bourdieu tra il ‘98 e il 2000 al Collège de France sono finalmente a disposizione nelle quasi 800 pagine (Manet. Une révolution symbolique, Seuil) curate dal gruppo di Raison d’agir, fatte di trascrizioni vivaci, appunti e anche di un lungo manoscritto inedito. Bourdieu era enormemente attratto dalla svolta pittorica provocata dall’autore del Déjeuner sur l’herbe, come lo era stato dalla svolta letteraria di Gustave Flaubert. Per Bourdieu questi due grandi autori erano gli esempi più limpidi di una «rivoluzione simbolica» capace di generare (o rovesciare) un «campo», parola chiave del lessico bourdieusano. Il «campo» non designa solo l’area disciplinare in cui gli individui operano, esso è il terreno delle battaglie in cui si stabiliscono le gerarchie interne a una disciplina, a un ambiente culturale, a una professione, l’arena in cui si decide che cosa è rilevante e che cosa no. E il padre e la madre di tutti i «campi» è secondo Bourdieu, fin dalle origini, quello della religione, costituitosi nella competizione tra sciamani e profeti in lotta tra loro, per l’affermazione del primato nel potere simbolico, per decidere che cosa è ortodossia e che cosa eresia. Nelle battaglie culturali la somiglianza con la religione è molto più di una analogia. Chi vince è «consacrato» nei musei, anche se ha cominciato come «eretico» e ha battuto gli «integrati dominanti», chi perde è fuori, resta un «marginale escluso».

Niente è più come prima, dopo Manet. Se oggi ammiriamo il Déjeuner o il Bar aux Folies Bergères, più dei ritratti di Fantin-Latour o delle curatissime scene mitologiche di Bouguereau non è semplicemente perché Manet «è più bravo» di loro, ma perché ha trionfato nella sua arena, ha sconvolto la scena che ha trovato e ha costruito ex novo il «campo». Se oggi i quadri che scuotevano Parigi nel 1862, al salon alternativo dei «rifiutati», sono diventati «banali» fino ad essere riprodotti sulla carta delle pasticcerie, le pagine di Bourdieu fanno il percorso inverso e «debanalizzano» la rivoluzione di cui anche il nostro sguardo di oggi è il prodotto. E ricostruiscono le incertezze e la violenza della lotta di allora.

Quando nel 1863 esce il Déjeuner (l’opera più commentata nella storia della pittura dopo la Gioconda), le reazioni sono di violenza inaudita: Manet sfida regole considerate auto-evidenti, rompe un ordine simbolico, dedica un quadro di grandi dimensioni, adatte a fatti solenni o religiosi, a un soggetto di «genere», volgare: donne nude, ragazze di bassa condizione, amore mercenario (come anche nella successiva Olympia), accanto a studenti borghesi vestiti. Un cumulo di incongruenze: ambientazione pastorale per una scena salace; mancanza di prospettiva; le figure sembrano incollate; il personaggio sulla destra sembra parlare, ma nessuno lo ascolta; non c’è – dicevano i critici – un senso, una «gerarchia morale».
Edouard_Manet_Olympia
E invece il tema c’era: era la sfida all’accademia. Era una «pittura sulla pittura». Nell’insieme appare come un sacrilegio e Bourdieu legge in parallelo le critiche a Manet e quelle che si scatenarono, tra i cattolici conservatori, contro la riforma del catechismo e l’abolizione del latino. Stessa indignazione. Manet subì l’attacco feroce del «populismo estetico» – forma perenne di conservatorismo – che si scatenò contro di lui come cinquant’anni fa in Italia i cinegiornali e le riviste popolari deridevano l’arte astratta, Picasso, Fontana, Manzoni. L’opera di Manet sfida l’arte «consacrata» non solo per la gioia di provocarla, ma perché vuole a sua volta consacrarsi.

Ha potuto vincere anche grazie all’accumulazione del «capitale» sociale necessario per l’impresa: Manet era il migliore della scuola d’arte di Thomas Couture, l’equivalente delle Grandes Ecoles; frequenta l’elitario Collège Rollin dove conosce il suo futuro biografo Antonin Proust; entra nei salotti dove stringe rapporti con Nadar, Baudelaire, Monet (con cui detestava essere confuso), Gambetta, Delacroix, Théophile Gautier; sposa Berthe Morisot, una pianista di rango che suona Schumann e Wagner, e con lei trova un altro salotto fondamentale, dove passa il resto della Parigi che conta; si allea con l’influente Zola, che lo aiuterà a produrre una svolta tra i pesi massimi della critica: Thoré e Castagnary. Quell’accumulo di «capitale» gli ha dato la capacità di «mantenere la distanza dal ruolo», e di «tenere» (anche se non funziona mai, nota Bourdieu, senza vere sofferenze anche nei grandi e anche nel successo).

Si sa che Bourdieu si auto analizzava per evitare di cadere nell’illusione biografica: «Manet c’est moi?» come per Flaubert madame Bovary? Rischio sempre in agguato per tutti gli autori. Certo è difficile confondere due traiettorie così diverse: quella del sociologo di umili origini, figlio di un impiegato postale dei Pirenei, poi «consacrato» al Collège de France, e quella di un dandy che esce dalla «noblesse d’état» (guardare per capire il ritratto che gli fece Fantin-Latour) e che riesce a unire i due poli sociali dei ricchi banchieri e dei poveri bohémiens con il suo «habitus» divaricato, clivé, capace di imporre il suo carisma nell’elegante Cafè Tortoni, nelle brasserie dei pittori squattrinati e al Louvre. Ma certo le sofferenze e i «rimossi» sociali mettono in gioco tutti, a tutte le latitudini della mappa, non meno di quelli edipici di cui si è occupato Freud.

Articolo pubblicato su La Repubblica il 17 febbraio 2014

Immagine di copertina: Édouard Manet, Déjeuner sur l’herbe (1863, dettaglio), l’opera è esposta al Musée d’Orsay di Parigi

Il quadro nell’articolo: Edouard Manet, Olympia (1863)

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