«La salvezza è di tutti, non sono eretico» Attacco a Dupuis, per colpire Wojtyla

Numquid Deus indiget vestro mendacio, un antico adagio che ricorda a tutti come il Padreterno non abbia bisogno di frottole è patrimonio sia della storiografia sia della disciplina dentro il cattolicesimo romano (Leone XIII, 8 settembre 1899, lettera enciclica all’episcopato francese). Anche se spesso si applica in prevalenza a vicende lontane, che il rigore del racconto storico oggettiva e distanzia. Ma l’adagio vale anche quando la storia narra il nostro presente, incide su questioni apertissime e chiama in causa persone tutte vive, tranne una: il protagonista. Si tratta dell’atroce storia della condanna di Jacques Dupuis, gesuita belga, missionario in India, voluto sessantenne alla Università Gregoriana dal generale Arrupe e travolto da un processo costruito per condannarlo al filo della pensione, per motivi che o sono oscuri o abietti o tutt’e due. Di Dupuis è ricorso nei giorni scorsi il decennale della morte (Huppaye, Belgio, 5 dicembre 1923 – Roma, 28 dicembre 2004). Sui fatti alza il velo un piccolo libro, intitolato Perché non sono eretico, che esce ora postumo per i tipi di Emi a cura di William R. Burrows. Un mite j’accuse di questo teologo moderato, contro cui si era scatenata una persecuzione, al centro della quale stavano cose assai più grandi, ma anche assai più piccole, di quelle che egli voleva denunciare nelle due dichiarazioni che gli fu proibito di pubblicare dopo la condanna e che smontavano la Dominus Iesus, la notificazione pubblicata dalla Congregazione per la dottrina della fede nel 2000 e non recepita dai teologi cattolici. La triste storia del «caso Dupuis» era iniziata assai prima — come in tutti i grandi casi da Galileo a Teilhard de Chardin, da Rosmini a De Lubac, da Chenu a Congar — da casi piccoli piccoli.

Ad aprile del 1998 dalle colonne di «Avvenire», Inos Biffi, teologo milanese in polemica con il priore di Bose, attaccò l’opera di Dupuis uscita da poco in italiano con il titolo Verso una teologia cristiana del pluralismo religioso, con parole durissime: «Le affermazioni fondamentali del volume ci sembrano inaccettabili non solo dal punto di vista teologico, ma anche del profilo della fede cristiana». Due mesi dopo, il 10 giugno 1998, la Congregazione per dottrina della fede metteva sotto processo il libro e ne informava a settembre il generale dei gesuiti Kolvenbach. A giugno 1999 avrebbe notificato un «giudizio dottrinale» fatto di estrapolazioni arbitrarie, affermazioni generiche, manipolazioni di testi dottrinali. Dupuis rispose con due memorie monstre (180 e 60 pagine) a obiezioni che lui credeva avessero di mira davvero la sua opera. D’altronde chi aveva insegnato che il famoso adagio extra ecclesiam nulla salus veniva da una omelia di Origene che serviva al grande padre per includere tutti nella Chiesa dei salvati; chi aveva studiato il modo in cui quella frase s’era rovesciata nel Medioevo in una norma per escludere chi non apparteneva alla Chiesa militante; chi aveva mostrato come quella interpretazione dell’«infame assioma» (pagina 100) fosse stata revocata solennemente da Pio XII, che aveva scomunicato l’estremismo cattolico americano di padre Feeney negli anni Cinquanta — chi insomma era uno specialista non temeva, sbagliando, la superficialità di atti prodotti da un entourage che nei colloqui diretti il cardinale Joseph Ratzinger mostrava di non apprezzare e di non conoscere.

In realtà il bersaglio della manovra in cui il gesuita era rimasto impigliato trascendeva la sua opera: e riguardava il papato di Wojtyla e la sua peculiare fedeltà al Vaticano II. La preghiera di Assisi da un lato e il mea culpa del Giubileo, il suo atteggiamento ecumenico, le sue tesi sul Dio del Corano e sulla eternità dell’alleanza di Israele, costituivano punti che allertavano ambienti di cui Dupuis non individua i contorni. Quando lui dice agli amici: «Se condannano me devono condannare anche Wojtyla» (la stessa tesi di Jean-Marie Tillard, ad esempio), non si accorge che il problema è l’opposto. Chi tollera qualche «mattìa» del Papa non può accettare che i gesti si saldino al fondamento teologico a cui fanno appello. Contro Dupuis viene dunque predisposta una notificazione da sottoscrivere, che egli confuta il 16 giugno 2000; gliene viene mostrata un’altra rifatta il 4 settembre 2000. Dupuis non firma. E due giorni dopo, ma con una data di agosto, esce la Dominus Iesus, il documento più fragile del pontificato wojtyliano, di cui in pagine dure e pignole Dupuis denuncia le aporie teologiche, intellettuali e morali. Pagine che il gesuita avrebbe voluto aggiungere come postfazione al suo successivo libro (che non sarà condannato), ma che non gli fu permesso di pubblicare. Uscita la Dominus Iesus, Dupuis su richiesta della Compagnia firmò una nuova notificazione a dicembre, resa nota in modo ambiguo a febbraio 2001 su «L’Osservatore Romano» insieme a un articolo (era stata l’autodifesa di De Lubac a suo tempo) «senza firma e dunque senza autorità». Giovanni Paolo II, vuoi per la consapevolezza della posta in gioco vuoi per la sua incipiente debolezza, non reagì.

Ratzinger si mostrò ignaro dell’incompetenza dei collaboratori della Congregazione. Dominus Iesus rimase lì, come una specie di nuovo Sillabo fatto di «mezze verità» (pagina 119) difficili da gestire per chi ne colga le sfumature. Dupuis fu umiliato e le sue postfazioni rimasero ignote fino ad oggi, depositate presso il suo editore americano, Bill Burrows, curatore dell’attuale edizione. E i problemi che Dupuis studiava rimasero intatti.

Con un atto solenne il Vaticano II professò la sua ignoranza sul modo in cui Dio salva chi non condivide la fede e non appartiene alla Chiesa, ma disse che tutto questo avviene modo Deo cognito, in un modo che sa lui: una affermazione che oggi, nell’imminenza del secondo viaggio di Papa Francesco in Asia, ritrova tutto il sapore di un’adesione fiduciosa a un bene che si spera; le «distinzioni e qualificazioni» (pagina 72) volutamente trascurate da quell’atto ruvido, tornano ad essere la chiave di un linguaggio teologico, perfino della Ostpolitik vaticana, rivolta in questo caso all’Estremo Oriente, del cardinale Parolin; nuovi semi cadono in solchi aperti, anche usando la vita e la reputazione di un gesuita mite come fosse un aratro che si è piegato, modo Deo cognito.

Questo articolo è apparso sul Corriere della Sera del 4 gennaio 2015.


Leggi anche la recensione di Giancarlo Bosetti,
La difesa postuma di Dupuis che sbaraglia la coppia Ratzinger Bertone.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *