Neuroeconomomia, “vogliamo un analista come Paul Krugman”

krugman

Florence Noiville, giornalista e critico letterario di Le Monde, ha partecipato, con la su a”lecture” , alla quinta e conclusiva giornata del trentesimo Seminario di perfezionamento della Scuola per Librai Umberto ed Elisabetta Mauri, che si è tenuto la settimana scorsa a Venezia presso la Fondazione Cini. Noiville è autrice di romanzi e saggi: in Itali sono usciti per Garzanti “La donazione”, per Longanesi “Isaac B. Singer. Una biografia” e per Bollati Boringhieri “Ho studiato economia e me ne pento”. Qui, ecco il testo del suo intervento.

Achille Mauri mi aveva chiesto un testo sull’Europa, sulla crisi e su Paul Krugman. Chi fra di voi ha letto i miei romanzi sa che la vita psichica mi interessa molto, e questo testo è diventato progressivamente «L’Europa, la crisi, Krugman e …la psicoanalisi». Ecco quindi un tentativo di lettura delle questioni economiche attuali sotto il prisma della psicoanalisi: è quello che altri chiamano la «neuroeconomia».

Su un numero recente della New Left Review, intitolato «Crisi finanziaria globale o trionfo del capitalismo?», la redattrice in capo della rivista notava che, nonostante «il dilagare di analisi sulla crisi del 2008, la portata storica di questo avvenimento rimaneva ancora oscura. A che cosa ha posto fine? A che cosa non ha posto fine?». Difficile dirlo con certezza. Ciò che sembra acquisito, comunque, in quasi tutte queste analisi, è che la crisi che tocca oggi l’Europa, non è solamente finanziaria, economica e sociale, ma è anche morale. Cosa s’intende esattamente con «crisi morale»? Mi sembra che, senza far giochi di parole, due accezioni siano possibili: una crisi della morale ed una crisi del morale. Vorrei tornare, questa mattina, su questi due aspetti, basandomi sui lavori dell’economista americano Paul Krugman e su qualche principio della psicoanalisi.

Crisi della morale innnanzitutto. Essa ricopre la questione dell’etica individuale e collettiva. Sul primo punto, si pensi alle derive numerose e scioccanti di certi comportamenti, alle remunerazioni eccessive, alle opzioni egoistiche di coloro che – come si è visto di recente in Francia con Bernard Arnault o Gérard Depardieu – preferiscono l’esilio in Belgio o in Russia, piuttosto che giocare secondo le regole, in un periodo così difficile, della ridistribuzione delle ricchezze. Il secondo punto, a livello collettivo, bisogna rileggere Max Weber e vedere quanto siamo lontani negli anni 2000 da quello che Max Weber definiva “un’etica del capitalismo”. Siamo entrati negli anni 1980 in un capitalismo a-morale ( è il “greed is good” del film Wall Street, di Oliver Stone) perchè è basato su ingiustizie sempre più opprimenti e ammesse. La povertà, la disoccupazione, sarrebbero danni collaterali inevitabili in un sistema del quale si continua a dire ipocritamente che è il migliore e l’unico possibile.

Da cui un sentimento profondo d’ingiustizia che provoca reazioni sempre più violente. A questo proposito vorrei sottolineare il tono stesso degli intellettuali e degli economisti. In Francia, dopo il best-seller dell’ex-membro della Resistenza Stephane Hessel, “Indignatevi!”, il sentimento d’indignazione si diffonde a macchia d’olio. Abbiamo ormai il movimento degli «Economisti costernati». Abbiamo persone diplomate nelle scuole più prestigiose che denunciano lo schematismo per formule fatte o la pigrizia d’immaginazione degli esponenti delle élites (è quello che ho fatto anch’io nel mio libro Ho studiato economia e me ne pento, pubblicato in Italia e appena ristampato in Francia). Perfino negli Stati Uniti, il tono degli economisti è cambiato. Nel suo ultimo libro, Paul Krugman, professore emerito di Princeton e premio Nobel di economia, lancia un appello: «Tirateci fuori da questa crisi…adesso!». E in questo imperativo, in questo punto esclamativo, in questo «adesso», si sente chiaramente il sentimento di urgenza e di esasperazione di un uomo che pensa che «l’orgoglio e i pregiudizi rendano i dirigenti incapaci di vedere ciò che dovrebbe essere limpido». Cioè che bisogna abbandonare la politica di austerità, tassare gli alti redditi – anche se vediamo quanto sia difficile -, lottare in priorità contro la disoccupazione e le disuguaglianze e aiutare le popolazioni in debito. In poche parole, riallacciarsi ad una strategia keynesiana che presuppone più inflazione.

Cosa propone Paul Krugman, concretamente? Lottare contro la “trappola della liquidità”, evitare il “credit crunch”, non dimenticare che una politica di uscita dalla crisi deve avere come primo obbiettivo quello di abbassare in un primo tempo il valore del debito anzichè rimborsarlo – è in sostanza quello che dice anche Joseph Stiglitz.

Tuttavia, mi sembra che oggi queste preconizzazioni non vadano abbastanza in profondità. Perchè curano i sintomi anzichè curare il male alla radice. Perchè questa «crisi morale» è anche una grave crisi «del» morale.

Torno all’ultimo libro di Paul Krugman. Il suo titolo in inglese è “End this depression now!”. E d’un tratto sono colpita. E se questa depressione collettiva risultasse dalla somma delle depressioni individuali? In Francia, siamo campioni nel consumo di psicofarmaci. I nostri amici Greci non sono in una forma olimpica. Gli Spagnoli si deprimono. I Britannici soffrono…E se la depressione economica che tocca l’Europa fosse il risultato della somma gigantesca di depressioni individuali? Se l’Europa fosse così depressa, da dover ricorrere, come per un individuo, anche a delle terapie non solo economiche, ma anche psichiche? Perché l’economia, come ben si sa, è anche governata dalle anticipazioni degli individui, dalle anticipazioni razionali ma anche molto irrazionali, la paura, lo scoraggiamento, l’immagine che si ha di sé. E tante altre emozioni…

Sono colpita dal numero di corrispondenze che esistono anche dal punto di vista del linguaggio. Un economista parlando dell’Europa e uno psicanalista del suo paziente depresso useranno oggi le stesse parole: depressione, crisi, crollo, frattura, shock (traumatico, petrolifero), senso di vuoto, di perdita, paura della decadenza (si parla del decadimento dell’Europa di fronte alle potenze emergenti, ecc).

Dove voglio arrivare? All’idea che forse bisognerebbe ispirarsi ai metodi di guarigione nella cura individuale per trasporli su scala collettiva. Mi spiego. Su cosa è fondata la relazione tra il terapeuta e il suo paziente? Su uno scambio tra due persone, il soggetto e l’oggetto. Il soggetto chiede aiuto all’oggetto (il terapeuta) perché lo aiuti a star meglio. Il soggetto sa che non può farcela da solo. Da una depressione che spinge in uno stato di inferiorità, di vulnerabilità e di dipendenza non si esce mai da soli. Ci vuole un interlocutore che 1) riconosca che la persona ha bisogno di aiuto 2) che ascolti e parli con lui, 3) che sia pronto ad adattare la sua remunerazione in funzione delle possibilità finanziarie del paziente. Perché c’è un’etica dell’analista. Di fronte ad un paziente povero, questa etica implica, per l’analista, di rinunciare a una parte dei suoi onorari. Queste tre condizioni sono dunque quelle di un «alleanza» tra il paziente e il terapeuta. Senza quest’alleanza, il paziente sarà nell’impossibilità di sormontare la depressione.

Consideriamo adesso che l’Europa che è nel bisogno – quella che è in stato di dipendenza, di vulnerabilità, di debolezza, insomma di depressione – sia il paziente. E la parte agiata dell’Europa è quella (l’unica) che può agire per aiutarla. Tra agiati e vulnerabili, tra quelli che hanno e quelli che non hanno, mi sembra che nessuna delle tre condizioni di uscita dalla depressione siano oggi riempite.

1) Riconoscere che l’altro ha bisogno di me? Nel mio libro mostro al contrario che per le élites uscite dalle business schools ciò che prevale è l’Ego. “Forse la nave affonda ma la mia cabina non è inondata”, mi dice un avvocato d’affari che intervisto nel libro. Le élites economiche sono educate nell’idea che le crisi fanno parte integrante del capitalismo. Bisogna aspettare che passi. Nessuno è responsabile, è colpa del sistema.

2) Ascoltare e parlare. I nostri dirigenti non spiegano nulla. Un po’ come un medico che dice, «prenda questa medicina e non mi chieda di spiegarle, tra l’altro ho fretta, non ho tempo». È cosi che in Francia, François Hollande ha detto: aumenteremo le tasse del 75% per i più ricchi. Ha imposto questa misura, che è senz’altro buona, ma lo ha fatto su un terreno non preparato, e senza un minimo di pedagogia sulle poste in gioco. Ora, ricordiamoci che è sul linguaggio che è fondata tutta la relazione tra il paziente e l’analista.

3) Essere pronti ad adattare gli onorari, cioè guadagnare di meno perchè altri sono nel bisogno. Non tornero’ sugli esempi di Depardieu, Jean-Michel Jarre, Brigitte Bardot o Bernard Arnault. Sono sufficientemente eloquenti.

 Insomma, ciò che manca forse nell’Europa di oggi, è quello che Freud chiamava la «mutua comprensione». Prendeva l’esempio della madre e del bèbè, il bèbè che è assolutamente impotente e dipendente e che non ha il linguaggio. La madre, se vuole che il suo bèbè possa svilupparsi armoniosamente – e dunque che la specie soppravviva – deve potersi mettere al suo posto. Identificarsi a lui per interpretare i suoi segnali e capire i suoi bisogni. Se la madre non capisce e non soddisfa i bisogni del bambino, se è autistica, narcisista o perversa, il bèbè soffrirà e si ammalerà psichicamente. Come se un terapeuta non ascoltasse o non capisse il suo paziente depresso…

Si dice oggi che il capitalismo si è pervertito. Che è diventato narcisista nel senso che gira a vuoto su se stesso. Nella mitologia, Narciso finisce col morire a forza di ammirarsi vanamente nell’acqua, senza preoccuparsi di cio’ che lo circonda. Nello stesso modo in cui una madre narcisista, che non è in grado di ascoltare il suo bèbè, non puo’ che aggravare ancora di più il suo stesso isolamento e la patologia sua e del bambino.

Insomma, non si vede nessuna via d’uscita senza una nuova «alleanza». Perchè si possono certo amministrare dei farmaci – come preconizzano oggi gli economisti – ma ci vogliono allo stesso tempo le medicine E la cura. L’alleanza è la condizione sine qua non – per riprendere il titolo del libro di Paul Krugman -, per uscire dalla depressione, adesso. E quest’alleanza non necessita nessun investimento, nessun budget. Piuttosto una presa di coscienza e uno sforzo di volontà. Depressione psichica, depressione economica: e se fosse nelle menti che si gioca innanzitutto la nostra capacità di sormontarle?

Nella mente dei nostri dirigenti, per il momento – che si tratti di dirigenti politici o di dirigenti economici – sono i vecchi schemi che prevalgono. È per questo che fingono di non sentire i consigli di Krugman, di Stiglitz e di tanti altri. Pensano che la psicologia dei loro popoli sia sotto il loro controllo – il che è vero nella maggior parte dei paesi d’Europa, ad eccezione forse della Grecia. È vero che in questo momento, i cittadini europei trovano il calice amaro – parlo dei rimedi alla crisi e della cura di austerità imposta nella maggior parte dei paesi. Ma non vedono quale altro rimedio potrebbe essere efficace. Perciò, nessun sussulto, nessuna «alleanza» vera tra i diversi strati della società, tra quelli che hanno il potere e quelli che non lo hanno, può essere stipulata. È per questo che gli economisti, gli intellettuali, gli scrittori e gli psicoanalisti hanno un bell’analizzare i sintomi, senza che niente cambi veramente. In ultima istanza però, è il paziente che decide. Spetta solo a lui decidere quanto tempo è ancora disposto a sopportare la cura.

 

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