La Francia alla prova della “Loi travail”
Intervista a Michel Winock

PORTRAIT DE MICHEL WINOCK, HISTORIEN ET ECRIVAIN. CHEZ LUI A PARIS, 3 NOVEMBRE 2015.

Da Reset-Dialogues on Civilizations

«Non credo che vi sia oggi da noi più odio che ai bei tempi andati. La guerra civile è stata, a seconda delle epoche, fredda o calda, ma perpetua », osservò nel 1968, nel pieno dei moti studenteschi, lo scrittore francese François Mauriac. Esiste infatti da sempre in Francia un disordine endemico, un persistente odore di polvere da sparo nelle piazze. Sulle lacerazioni incessanti che hanno sconvolto la Francia si concentrò a suo tempo Michel Winock, fra i più noti storici della Francia contemporanea e autore di La febbre francese. Dalla Comune al maggio ’68 (tradotto da Laterza nel 1988), volume memorabile sulle grandi crisi politiche che hanno sconvolto il Paese fino a far vacillare il sistema di governo repubblicano: dalle fiamme della Comune del 1871 allo Stato gaullista messo alla prova dal movimento del 1968, passando per l’Affaire Dreyfus nel 1894 e lo sprofondamento del regime parlamentare sotto i colpi del problema algerino nel 1958. Winock ha concluso che «la vita politica francese ha assunto spesso l’aspetto, vero o finto, del “vincere o morire”: la formidabile drammaturgia della Rivoluzione del 1789 ha fornito ai francesi un repertorio unico di ruoli, scene, atteggiamenti magniloquenti, torce, picconi e barricate».

Oggi, ancora una volta, la Francia appare profondamente divisa: la promulgazione della “Loi travail”, ovvero la legge sul “Job’s Act alla francese” volta a rendere più flessibile il mercato del lavoro e promossa dalla ministra Myriam El Khomri, ha infiammato gli animi provocando proteste di piazza, scontri con la polizia, dibattiti accesi. Insomma, il Paese è tornato al conflitto.

Fondatore del mensile “L’Histoire”, Winock ha scritto fra gli altri Le siècle des intellectuels (1997), Nationalisme, antisémitisme et fascisme en France (2004), La gauche en France (2006), Madame de Staël, Premio Goncourt della Biografia 2010, La droite, hier et aujourd‘hui (2012), François Mitterrand (2015). Ha infine dedicato Le Front populaire en images (Seuil), alle riforme realizzate dal governo del Fronte popolare guidato da Léon Blum nel 1936. E a partire da La febbre francese, oggi più che mai attuale, ha inizio la nostra conversazione.

In conclusione del volume auspicava, e considerava possibile, «una vita politica pacificata». A distanza di trent’anni, ritiene ancora valida quest’affermazione?
«Dopo aver letto il libro, la parlamentare del centrodestra Simone Veil mi scrisse che le sembravo troppo ottimista, poiché lei non credeva in questa “pacificazione”, che io difendevo da quando la sinistra aveva accettato la Costituzione della V Repubblica in seguito alla politica di alternanza del 1981. François Mitterrand, seppure autore nel 1964 di Le coup d’État permanent, in cui fustigava le istituzioni e l’interpretazione di esse da parte ‘gaullista’, una volta giunto al potere nel 1981 non cambiò alcunché. Ma si poteva finalmente contare su un regime stabile, in cui la maggioranza doveva fare i conti con un’opposizione reale. La stretta di mano, all’ingresso dell’Eliseo nel momento del passaggio dei poteri, fra Giscard d’Estaing, presidente uscente, e Mitterrand, socialista nuovo eletto, sembrò consolidare questa “pacificazione”, favorita dal fatto che il Partito comunista era in declino e la sinistra si andava orientando verso il socialismo riformista».

Riguardo alla situazione attuale, intravede tre aspetti critici della politica francese: «la mancanza di rappresentatività dei cittadini da parte degli eletti, reclutati sempre nello stesso ambiente politico; la “iperpotenza” di un Presidente che non deve rispondere al Parlamento; il desiderio di democrazia partecipativa, di cui non possono farsi carico né i partiti né i sindacati. Si avverte pertanto un desiderio profondo di “rifare la democrazia”».

Sull’idea che il Paese si trovi attualmente in uno stato d’emergenza confrontabile con le grandi crisi che hanno investito la République, Winock non si sbilancia: «la Francia è un ammalato imprevedibile. Viviamo, come tutti i Paesi europei, una crisi dovuta alla globalizzazione. I populisti martellano sulla perdita della nostra “identità” e le tendenze reazionarie sono progredite in maniera considerevole da trent’anni a questa parte. La destra di governo, che spera di vincere le elezioni presidenziali del prossimo anno, sembra non avere idea alcuna. La sinistra è divisa, e l’estrema sinistra subisce la tentazione della violenza».

Riconosce che dell’era di de Gaulle [al potere dal 1958 al 1969 e che istituì nel 1958 la V Repubblica] rimane la solidità delle istituzioni: «Sotto la III o la IV Repubblica mai un governo impopolare come quello attuale avrebbe potuto restare al potere. Prendiamo l’esempio del disegno di legge sul lavoro, votato all’Assemblea nazionale  utilizzando un articolo della Costituzione che permette di saltare il voto dei deputati. La mozione di sfiducia presentata dall’opposizione per bloccare il progetto è stata respinta Esistono dunque nelle nostre istituzioni – e ne è un esempio il suddetto articolo – dei vincoli, una rete di sicurezza volti a preservare il governo».

Detto questo,  «la Francia si trova in una grave crisi. Mai un Presidente è stato poco amato come Hollande. Va riconosciuto che manca di autorevolezza, è tutt’altro che un capo carismatico. Il Partito socialista viene criticato e diffamato, mentre il populismo del Fronte nazionale è in rapida ascesa. La disoccupazione, la paura degli immigrati, il timore degli attentati islamici hanno creato un clima d’inquietudine e il rifiuto di una classe politica ritenuta lassista e incapace. Quando Hollande annuncia che “va meglio”, la destra lo sbeffeggia e la sinistra non gli crede». Posizioni queste che Winock ritiene «piuttosto ingiuste, poiché alcune riforme sono state realizzate e iniziano, pare, a dare i loro frutti. Ma la “politica dell’offerta”, voluta dai socialisti e volta ad accrescere la competitività delle imprese per rilanciare la produzione, viene considerata da non pochi elettori della gauche come un “tradimento” di impronta “neo-liberista”».

Nel 2002, in seguito alla disfatta del Partito socialista guidato da Lionel Jospin sconfitto alle elezioni presidenziali, si accusò la sinistra di avere “perduto il popolo”: «Intanto, chiediamoci “cos’è il popolo?” – constata scettico Winock – Le classi medie – laureati, funzionari – sono ormai da tempo gli elettori del Partito, assai più delle classi “popolari”, che invece optano per l’astensione, o addirittura per il Front National, che potremmo definire “il primo Partito operaio di Francia”. I socialisti devono prepararsi a una pesante sconfitta nelle elezioni presidenziale del 2017, perché hanno promesso quanto non si poteva realizzare».

Dopo le manifestazione del 23 giugno alla Bastiglia, indetta dai sindacati e secondo alcuni non riuscita, e quella del 28, possono le organizzazioni sindacali continuare a fare appello alla mobilitazione? Quali sono gli scenari possibili fino all’adozione definitiva della Loi Travail prevista per il 5 luglio?
«Purtroppo in Francia, come sempre, i sindacati sono spaccati. Alcuni, con pochissimi iscritti – quali la CGT [vicina al Partito comunista che chiede il ritiro della legge] e Force Ouvrière – pretendono di imporsi. Con tali organizzazioni di “lotta di classe”, lo scontro si fa inevitabile, secondo la tradizione francese della “lotta” e delle “barricate”. La legge sarà quasi certamente adottata, ma alla fine di questa crisi politica e sociale avremo soltanto sconfitti: un governo ormai senza fiato e sindacati screditati. Un altro scenario possibile sarebbe il ritiro del progetto da parte del governo, e in questo caso non vedo come potrebbe restare Premier Manuel Valls. Comunque evolva la situazione, le prospettive non sono rosee».

Nei giorni scorsi la Francia sembrava nel caos, nonostante lo stato di emergenza: ancora attentati per mano dei terroristi, fucilate e regolamenti di conti in crescita, manifestazioni contro la polizia. Ma Winock non crede nell’incapacità dello Stato di far fronte alla violenza: «in linea di massima, sarebbe in grado di farlo. L’apparato statale – esercito, polizia, giustizia – è solido, da sempre. Negli ultimi decenni abbiamo conosciuto crisi molto più gravi di quella attuale. A seguito degli scioperi “insurrezionali” proclamati dai comunisti nei primi anni della guerra fredda, furono create le CRS [Compagnies Républicaines de Sécurité], specializzate nella repressione delle manifestazioni violente. Ma ora le CRS, insieme a poliziotti, gendarmi e soldati, devono presenziare troppi fronti: gli “jihadisti” che minacciano, gli hooligans del campionato europeo, i “casseurs” infiltrati nelle manifestazioni della CGT…Il nostro ministro dell’Interno, Bernard Cazeneuve , sembra riuscire a gestire la situazione. Anche nel 1968 le forze di polizia non cedettero, ma lo fecero i ministri di De Gaulle, e poi De Gaulle stesso».

Si ha la sensazione, anche dall’estero, che i valori della Francia non siano più riconosciuti e riconoscibili da tutti i francesi, anche perché lo Stato non riesce a garantire condizioni di vita accettabili agli indigenti, agli immigrati, ai disoccupati, ai lavoratori precari, insomma a tutti coloro che non si sentono più né protetti né rappresentati. Di questo Winock non è sicuro, «perché il Paese vanta una protezione sociale ampia ed efficiente, tanto che riesce a far fronte a quasi il 10% della popolazione attiva di disoccupati. La Francia vive alla sua maniera, convulsa come sempre, il grande mutamento planetario: globalizzazione, rivoluzione digitale, automatizzazione e robotizzazione delle incombenze industriali…Tutto ciò mette in discussione la sicurezza del posto di lavoro fisso: il lavoro non sarà mi più lo stesso. Non è facile adattarsi. Alcuni riescono a cogliere al volo le occasioni offerte dal grande stravolgimento, mentre altri, più numerosi, si chiedono cosa accadrà, si preoccupano per il futuro dei figli». A questa crisi globale è venuta ad aggiungersi l’angoscia del terrorismo, con i due gravi attentati che hanno colpito Parigi nel 2015, e «di qui la paura e la diffidenza nei confronti della minoranza musulmana, anche se abbiamo constatato all’indomani degli attentati che esisteva un attaccamento profondo della maggioranza dei francesi ai loro valori, specie alla libertà d’espressione. Tuttavia non possiamo negare l’ascesa del razzismo».

Si evidenzia da più parti la non riuscita dell’integrazione alla francese che, seppure indiscutibile sul piano socioculturale per la prima generazione, per la seconda la disoccupazione e il ‘declassamento’ sembrano più marcati, e si rileva un forte concentramento di persone di origine maghrebina o di Africa sub sahariana nei quartieri più popolari. «Sì – concorda lo storico – i meccanismi che hanno permesso l’integrazione alla francese sembrano bloccati. Ma al tempo stesso l’opinione, specie i mass-media, tendono a dare risalto a ciò che non funziona, dimenticando il successo dei francesi nati dall’immigrazione, di cui alcune e alcuni anche diventati ministri. Va anche riconosciuto però che la disoccupazione colpisce in particolare i giovani delle periferie e dei quartieri ‘difficili’ in cui è più diffuso l’abbandono, o l’insuccesso, scolastico, fra le prime cause dell’ineguaglianza, poiché il mercato del lavoro richiede prevalentemente laureati, ingegneri, tecnici. La questione – nonostante migliaia di discorsi, articoli, libri – appare insolubile».

Il demografo Patrick Simon ha affermato, in “Le Monde” del 14 aprile, che «i discorsi xenofobi sono, paradossalmente, il segnale di una società consapevole del proprio carattere multiculturale, anche perché quando la diversità era marginale, non esistevano dibattiti xenofobi». Winock condivide, ma invita a diffidare del termine multiculturalismo’: «è una trappola – avverte – perlomeno in Francia: assai più che la diversità religiosa, filosofica, ideologica, i francesi temono e combattono il comunitarismo, ovvero la chiusura dei gruppi etnico-religiosi nei ghetti, la priorità attribuita agli interessi, alle credenze e ai riti della comunità religiosa rispetto all’interesse generale». Non può esistere comunità di cittadini senza l’adesione a valori comuni che vanno al di là dei particolarismi, «in ciò consiste la “laicità alla francese: la libertà di pensare, credere, seguire la morale che più gli aggrada, a condizione di rispettare uno spirito e dei legami comuni».

Pochi giorni fa il Regno Unito ha votato in favore del Brexit e in Francia hanno esultato il Front national di Marine Le Pen e le forze politiche pro-referendum e anti-europee. Questo non sembra preoccupare Winock:  «non giurerei sulla preoccupazione dei francesi pro-europei, ben consapevoli del fatto che il Regno Unito, fin dalla sua entrata in Europa, ha cercato in tutti modi di ostacolare la costruzione di una vera e propria Unione europea, politica, economica, militare…» Ciò non toglie che «non c’è da essere ottimisti per l’immediato. Ma il Brexit potrebbe anche rivelarsi un’occasione, per gli europeisti convinti, per coloro che non ascoltano le sirene del nazionalismo, di rilanciare il patto europeo. Occorrerebbero però grandi voci forti da tutti i Paesi. Io non ne sento alcuna».

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