IL SOTTOSCRITTO

Gianni Bonina

Giornalista e scrittore. Vive a Catania. Ha pubblicato saggi di critica letteraria, romanzi, inchieste giornalistiche e reportage. È anche autore teatrale. Scrive su la Repubblica-Palermo.

Viva i vignettisti blasfemi, abbasso il comico apologetico

L’arresto del comico di colore Dieudonné per apologia del terrorismo introduce un elemento di disturbo nella coscienza nata dopo i fatti di Parigi, quella che ha consentito di vendere cinque milioni di copie del Charlie Hebdo, visto come manifesto nazionale del no al terrorismo e del sì alla libertà di stampa senza limiti. Anche la Francia si chiede se esiste una libertà di stampa di categoria A e un’altra di serie B dal momento che i redattori cosiddetti “sopravvissuti” hanno licenza di raffigurare Maometto in copertina che rinnega se stesso, mentre non è possibile a un comico di professione esprimersi in una dichiarazione sul senso della cui apologia ci sarebbe molto da discutere. Postare su facebook la frase “Je suiis Charlie Coulibaly” integra davvero un’ipotesi di apologia del terrorismo? O piuttosto non coglie un aspetto che allinea sullo stesso piano vittime e carnefici vestendoli dei panni di capri espiatori di una sociologia della fede che ha assunto toni di inconciliabile contrapposizione? A ben riflettere, i vignettisti del Charlie uccisi, i fratelli Kouchi e il solitario Coulibaly non sono tutti vittime che dello stesso delirio i cui effetti li riscontriamo nelle lunghissime file di francesi in cerca di una copia di un giornale che fino a una settimana fa rimaneva praticamente invenduto. I francesi che si muniscono del Charlie ricordano i cinesi che si provvedono di una mascherina antigas, un mezzo di tutela ma anche un simbolo nel quale riconoscersi.

Accostare Coulibaly alle sue vittime è davvero più grave che reiterare la provocazione di una vignetta blasfema nella quale l’intero mondo islamico vede una dichiarazione di guerra? Se, come ha detto Holland, la libertà di stampa in Francia è sacra e non è sottoposta ad alcun limite, vuol dire che la libertà di espressione non lo è ed è sottoposta a condizioni? Ma la libertà di stampa non è un derivato della libertà di espressione o forse la prima è da considerare una licenza e la seconda una facoltà?

La questione si pone in realtà su un piano diverso. Quando diciamo apologia del terrorismo intendiamo l’esaltazione di un fenomeno che come tale non diventa istituzione come sarebbe nel caso dell’apologia del fascismo (ben identificabile persino nei suoi cimeli) ma che si mantiene sempre come potenzialità definendosi in base all’ordine politico contro cui si rivolge. I Greci e i Romani consideravano barbari tutti gli esseri umani che non fossero come loro e i musulmani continuano a chiamare infedeli e miscredenti quanti non adorano Allah. Anche Garibaldi fu considerato un terrorista così come Mao, Castro e persino Maometto e Gesù Cristo. Il terrorista che conquista il potere diventa ipso facto un liberatore ma se lascia uno solo in vita del regime al potere che punta ad abbattere è un pluriomicida terrorista che attenta all’ordine costituito. Tale fu Ducezio in Sicilia, al punto che né Erodoto né Tucidide ne fanno mai il nome trattandosi di un ribelle sedizioso. Terroristi sono rimasti Che Guevara, Toro Seduto, Renato Curcio, Carlo Pisacane e quanti hanno perso la loro guerra per l’affermazione di un nuovo ordine.

La Rivoluzione giacobina dovrebbe insegnare ai francesi che tra Stato e terrorismo corre una differenza molto sottile e precaria. La ghigliottina cala per chiunque la cui testa finisca sotto la sua lama manovrata da un boia di regime. L’illuminismo ha infiammato gli animi dei rivoluzionari che oggi chiamiamo terroristi fino al punto che ad una donna che giudicava vuote chiacchiere le opere di Voltaire e degli enciclopedisti, Carlyle disse: “Vede questi libri? La seconda edizione di ognuno di essi è rilegata con la pelle di quelli che si erano burlati della prima”.

Il terrorismo è visto come sovversione o eversione quando mira ad abbattere un regime ma non può più dirsi tale quando si prefigge di destabilizzare una civiltà in nome di una cultura e di una religione antitetica o comunque differenziata. E’ un’altra cosa, un’altra storia. Se in tutti i Paesi islamici le popolazioni si sollevano contro l’ultimo numero del Charlie e in molte parti di essi si è festeggiato alla strage di Parigi con l’elevare i suoi artefici a martiri cari ad Allah e ad eroi di Maometto, non basta ciò solo per capire che noi occidentali chiamiamo terroristi quelli che in un’altra latitudine sono celebrati come emissari di Dio, sia pure un altro Dio? Non veneriamo molti crociati come santi perché hanno menato strage in Terrasanta in nome del nostro Dio quando in terra islamica essi sono ricordati come spietati e barbari massacratori di innocenti? E come, mettendosi al loro posto, non vedere dei terroristi nei marines o nelle truppe speciali che uccidono donne e bambini nel nome di una lotta al terrorismo che esso stesso terrorismo?

La libertà di espressione non è divisibile o maneggiabile come la storia. In una democrazia che ponga il rispetto degli altri entro una visione cristiana, non si può ipocritamente accogliere i musulmani nelle nostre città e poi impedire a un comico di dare ad uno di essi, guerrigliero più che terrorista, la stessa dignità di martire che conferiamo ai nostri guerriglieri, sia pure con in mano matite e non mitra: dove peraltro si è dimostrato che la matita di un vignettista fa più danni di un fucile mitragliatore di un “terrorista”. Farne l’apologia alla fine non significa che assumere una posizione politica che come tale è sempre sbagliata. Nel Paese in cui fino a ieri abbiamo visto la libertà di parola farsi credo, a differenza che in Italia dove la stampa è oggetto di ricorrenti tentativi di assoggettamento, l’arresto di Dieudonné, dissacrante e offensivo quanto si vuole, ma non più dei vignettisti del Charlie, giunge a sconfessione di un valore etico e sociale che stavamo ammirando come una stella nuova, stupiti e invidiosi. La Francia alla fine non è molto diversa dall’Italia se arresta persone che professano idee cui è imputabile il solo torto di non poter essere condivise da noi. I francesi in questi giorni si stanno interrogando proprio su questi temi. Un po’ come Voltaire e Rousseau. nella sensazione che non si è fatto un solo passo avanti.

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