IL SOTTOSCRITTO

Gianni Bonina

Giornalista e scrittore. Vive a Catania. Ha pubblicato saggi di critica letteraria, romanzi, inchieste giornalistiche e reportage. È anche autore teatrale. Scrive su la Repubblica-Palermo.

Vittorio Sgarbi soffre di ebefrenia?

L’ultima esaltata aggressione verbale da parte di Vittorio Sgarbi, stavolta contro un’anonima signora, si è avuta ieri sera nella trasmissione di Massimo Giletti quando ha protestato per l’uso di un linguaggio che, secondo lui, umilia la lingua italiana e non è sinonimo di bellezza. La signora si è servita di una locuzione entrata nel lessico comune, “Il tavolo si è riunito”, per riferirsi a una riunione, e l’assessore siciliano alla cultura ha inveito contro queste forme che di per se stesse non hanno alcun significato. Al che si è capito che Sgarbi soffre di ebefrenia, che è l’incapacità di cogliere il senso metaforico delle costruzioni semantiche ma solo quello letterale. E’ una malattia seria che impedisce di capire, per esempio, che dire “facciamoci un bicchierino” significa bere un sorsetto in compagnia, così come dire che il tavolo si è riunito vuol dire che le parti si sono trovate a discutere di un tema per il quale sono state convocate. Ne soffrono soprattutto i sordi dalla nascita, perché non sono stati in grado di entrare in contatto con la realtà e con i suoi molteplici piani di interpretazione.
Sgarbi sublima la bellezza a ogni piè sospinto (toh, una metafora!) dalla quale però esclude il suo principio letterario attivo che è appunto la metafora, il gradiente della poesia come dell’arte. E fa specie che uno studioso, forse sopravvalutato come riteneva Zeri, quale lui è abbia una concezione della vita di relazione nella quale si debba parlare solo letteralmente, cioè secondo il significato proprio e primo delle parole. Se così fosse bisognerebbe cominciare a cambiare il nome dell’assessorato che presiede dal momento che il termine “beni culturali” non indica cespiti patrimoniali e bisognerebbe anche cambiare il titolo della sua collana di libri sull’arte, perché “il tesoro d’Italia” potrebbe far pensare all’erario statale. Come nota in uno suo libro Maurizio Bettini, nel campo culturale invalgono oggi definizioni mutuate interamente dal linguaggio economico-finanziario (crediti universitari, giacimenti culturali, prodotti, spendibilità, valorizzazione, valutazione…) ma non per questo la cultura è ancella dell’economia: anzi, senza la cultura, l’economia non servirebbe nemmeno all’incremento del Pil nelle cui dinamiche agiscono anche spinte e motivazioni di tipo culturale.
Che Sgarbi viva fuor di metafora è dimostrato da quanto sta facendo in campagna elettorale. scatenando contro il suo rivale di collegio Luigi Maio un’accanita battaglia personale nel tentativo di additarlo al pubblico disprezzo perché ignorante e privo di titoli di studio: al punto da aver commissionato ricerche sul suo percorso scolastico. Così facendo, non riesce a capire che sta assicurando a Di Maio migliaia di voti in più perché sono centinaia di migliaia i giovani che in Campania, come in tutta Italia, si riconoscono lo stesso deficit del leader grillino e come lui sognano di farsi da soli e avere successo senza titoli di studio e senza raccomandazioni. Pensando di far valere la propria superiorità erudizionale Sgarbi, appunto perché vede solo l’aspetto superficiale delle cose, vorrebbe imporre il primato della cultura come requisito per essere legittimati a ricoprire cariche istituzionali, non diversamente del tempo in cui il suffragio era riservato per censo e per ceto, ma quel che ottiene è di spingere la maggioranza delle persone non a seguire lui, che appare loro un estraneo farneticante, ma chi come Di Maio sbaglia i congiuntivi e parla la stessa lingua, però magari capisce e ama le metafore.

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