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Massimo Rosati

Docente sociologia generale Università di Roma Tor Vergata

Una ‘sala di meditazione’ a Montecitorio: idea da riprendere?

Spazi.

Chissà se la prossima legislatura vorrà riprendere un progetto datato dicembre 2006, quando l’allora Presidente della Camera Fausto Bertinotti propose all’Ufficio di Presidenza di aprire una sala di meditazione all’interno di Palazzo Montecitorio. L’idea non andò in porto a causa della caduta della XV legislatura, che si trascinò dietro la fine di una iniziativa che, apparentemente, non trovava opposizioni. Il Presidente Bertinotti aveva affidato all’architetto Paolo Portoghesi il compito di pensare uno spazio che fosse aperto ai parlamentari di ogni orientamento culturale e religioso. Nelle intenzioni di Bertinotti non una sala multi-fede, ma una sala di meditazione in cui la politica potesse fermarsi a riflettere sul destino dell’umanità, sui grandi temi della pace e della guerra (la proposta cadeva nel mezzo della seconda guerra in Iraq), su quelle questioni da cui una politica intesa come amministrazione o lotta per il potere si disconnette, perdendo così presa sulla società, facendosi autoreferenziale questione di ‘palazzo’. Non a caso, la proposta messa a punto da Portoghesi e Bertinotti prevedeva la costruzione di uno spazio all’interno del perimetro delle mura di Palazzo Montecitorio, a ridosso dell’Aula, cui si doveva accedere dal corridoio Corea, che a sua volta culmina nella monumentale porta disegnata da Ernesto Basile che dovrebbe permettere l’ingresso a Palazzo Montecitorio da Piazza del Parlamento, ma che è invece chiusa quasi a testimoniare simbolicamente la separatezza del Palazzo dalla società. Nelle intenzioni di Bertinotti, aprire una sala di meditazione in quel punto avrebbe significato simbolicamente riaprire la politica alla società, alle grandi questioni che dovrebbero preoccupare una politica capace di guardare al di là dell’utile e del potere.

Il progetto predisposto dell’Architetto Portoghesi richiamava, in una certa misura, la sala di raccoglimento e preghiera del Bundestag tedesco, cui lo stesso Bertinotti guardava come principale fonte di ispirazione. Nel caso del disegno di Portoghesi, ancor più che nel caso della sala di raccoglimento e preghiera del Bundestag, nessun simbolo religioso particolare, ossia proprio di specifiche tradizioni, ma una simbologia capace di invitare al raccoglimento, alla meditazione appunto, alla preghiera per chi volesse, una simbologia fatta di forme quadrate e sferiche, di luce bianca e soffusa, a evocare una grammatica del sacro precedente alla differenziazione tra singole confessioni, a evocare una dimensione ontologica comune; un armadio posto all’ingresso della sala doveva ospitare testi che hanno rappresentato tappe irrinunciabili nella civiltà umana: certo la Bibbia, certo il Corano, ma non solo testi sacri e religiosi. Su queste basi, apparentemente, l’iniziativa del Presidente Bertinotti non trovava opposizioni e resistenze. L’allora Rabbino capo di Roma, l’allora Segretario del centro culturale islamico italiano, l’allora Presidente della federazione delle chiese evangeliche in Italia, espressero il loro apprezzamento per un piano che metteva a disposizione uno spazio di raccoglimento anche per deputati non cattolici, registrando così la pluralizzazione culturale e religiosa dello spazio politico nazionale; tra le forze politiche si registravano solo sporadiche reazioni scettiche (ad esempio l’on. Valdo Spini, che faceva osservare come la realizzazione del progetto avrebbe comportato l’esistenza di due spazi separati, la Chiesa per i cattolici – esterna al perimetro di Montecitorio – e la sala ‘per tutti gli altri’, e che si domandava inoltre se sia proprio compito dello Stato ‘procurare luoghi di culto’) ma non apertamente contrarie. E tuttavia, una volta caduta la legislatura, il progetto non è mai più stato ripreso in quella successiva. Lo stesso Bertinotti sa che la sua idea veniva vissuta dall’Aula come iniziativa del Presidente, non osteggiata ma non genuinamente generata dall’Aula stessa. Inoltre, malgrado l’intenzione di Bertinotti fosse chiarissima – creare una sala di meditazione, ‘un luogo di ispirazione ecumenica in cui tutti possano interrogarsi sul senso dell’esistenza tanto più di fronte al precipitare della barbarie, ai segni delle guerre e dei terrorismi che lacerano la comunità umana’ – non solo le dichiarazioni di Valdo Spini ma anche il modo in cui la stampa riportò il progetto lascia trasparire alcuni dubbi sulla percezione del suo status: la stampa riportava denominazioni come luogo destinato ‘alla contemplazione e alla meditazione religiosa’, luogo ‘adatto per il culto e la meditazione’, ‘luogo per tutti i culti’, ‘spazio interconfessionale’, accordando così implicitamente alla dimensione religiosa un primo piano che essa non aveva nelle intenzioni di Bertinotti, il quale non prevedeva alcuno spazio per il culto e faceva rifluire il momento della preghiera in quello della meditazione e del raccoglimento. Il progetto di Portoghesi esprimeva del resto esattamente questa priorità di una dimensione del sacro ontologicamente comune e antecedente rispetto ai particolarismi delle fedi e dei culti. E tuttavia, nella percezione che dell’iniziativa si aveva, si registrava una certa oscillazione tra ‘sala meditazione’ e sala ‘multi-fede’.

Il proponimento di Bertinotti e Portoghesi presentava a mio avviso molte ragioni d’interesse. L’idea di uno spazio ecumenico all’interno del perimetro di Montecitorio preposto alla meditazione, sia essa laica che religiosa, esprimeva simbolicamente una certa ridefinizione del rapporto tra spazio politico e immagine di una politica che accoglie un momento di pensiero ‘meditante’ e non solo ‘calcolante’, nel linguaggio heideggeriano di Portoghesi, o che accoglie un momento extra-utilitaristico in cui si avverte una eco del sacro, la cui grammatica risultava evidente nel progetto di Portoghesi; ed era comunque significativo che, a torto o a ragione, esso venisse subito letto anche come espressione di una apertura non solo alla dimensione contemplativa, ma anche a quella delle fedi e dei culti in chiave pluri-religiosa (e forse non è privo di significati che in quei giorni fosse in discussione la legge sulla libertà religiosa). In tempi in cui la riflessione sociologica si concentra non poco sul significato e i diversi modelli di spazi multi-fede, interconfessionali, di meditazione, intesi quali espressioni e agenti al tempo stesso del cambiamento religioso e culturale, il progetto di Bertinotti e Portoghesi rappresenta per lo studioso un caso quanto mai stimolante. Ma al di là di questo, si può concordare, senza riserve, con il punto di vista dell’architetto Portoghesi: verrà un giorno forse in cui la politica saprà pensarsi come qualcosa di più di mero calcolo per il potere o l’utile, e allora uno spazio così sarà una necessità, non un di più. Verrà un giorno in cui la porta di Ernesto Basile si riaprirà alla società e alle sue forze, religiose incluse, capaci di concorrere alla definizione di un progetto di convivenza tra diversi, e allora uno spazio in cui chi non parla la lingua del cattolicesimo romano possa comunque fermarsi e nella cesura rispetto al tempo ordinario possa incontrare un tempo ‘altro’ nel proprio linguaggio si imporrà come un segno di civiltà. Non sarà una priorità nell’agenda della prossima legislatura, ma sarebbe molto bello se l’idea potesse essere ripresa.

 

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