IL SOTTOSCRITTO

Gianni Bonina

Giornalista e scrittore. Vive a Catania. Ha pubblicato saggi di critica letteraria, romanzi, inchieste giornalistiche e reportage. È anche autore teatrale. Scrive su la Repubblica-Palermo.

Una risata ci ha salvato contro la tecnica

Il pubblico che, vedendo in anteprima a Montelepre il film “Salvatore Giuliano” di Rosi, sbottò in una risata alla vista dei compaesani e di se stessi sul set, pur sapendo e ricordando bene di essersi prestati come comparse, non era diverso da quello che in una trasmissione televisiva si è dato alla stessa risata generale sentendo un giornalista raccontare che, avendo a Dubai filmato con lo smartphone il cognato dell’ex presidente della Camera Fini in aeroporto, nel timore che la polizia gli sequestrasse il cellulare, trasmise il video per whatsapp a un collega in Italia e si rasserenò poi circa il recapito quando vide la doppia spunta.
Ci sono comportamenti associati che rispondono a un segno di individuazione: a Montelepre la gente ride perché si riconosce in un modo d’essere comune; nello studio televisivo la gente ride perché si riconosce in un modo di fare collettivo. In altre parole, gli spettatori del film si identificano nelle figure che vedono e nei fatti che esse interpretano, così ritrovandosi aggregati in una condizione unitaria, mentre gli spettatori del programma si ritrovano nella rassicurazione che il giornalista prova vedendo la doppia spunta, perché essi stessi quel senso di rassicurazione conoscono sperimentandolo allo stesso modo.
Si potrebbe allora dire che questo è l’effetto della globalizzazione: nel 1962 ai primordi, comunque indotta anche allora da una tecnologia qual è il cinema, e oggi consolidata nella diffusione di altrettanti mezzi tecnologici che creano uniformità anche nei comportamenti sociali. Senonché non di globalizzazione quanto di accomunamento occorrerebbe piuttosto parlare: non dunque di prodotti di ogni tipo che conquistano consumatori di un mercato sempre più vasto, ma di consumatori sempre più omologhi che acquistano prodotti dello stesso tipo entro un rapporto che affina un modello di utente più si compie il perfezionamento del mezzo tecnologico. Non più tanti prodotti di vario genere che concorrono a plasmare il consumatore ideale mondializzato, ancora libero di fare le sue scelte nel mercato e perciò arbitro dei propri comportamenti, ma un utente educato a servirsi del prodotto secondo un uso standardizzato, dimodoché cittadini di ogni latitudine si confomano a un codice che impone un approccio unico e un unico pensiero. A Montelepre la gente rideva perché si vedeva replicata in una condotta collettiva teatrale e perciò non naturale, nello studio Tv il riso sorge spontaneo perché l’esperienza individuale cui assistono è la stessa che fanno tutti con naturalezza e seguendo istruzioni condivise.
Sono i comportamenti umani a unire e non, come si è creduto, le cose, le merci, i prodotti. Così, mentre era il film di Rosi a creare un pubblico univoco e quindi un prodotto, oggi è il pubblico a riunirsi attorno al totem che è lo smartphone e a celebrare riti di massa che integrano una religione laica, un credo nella tecnica come viatico al miglioramento della qualità della vita. Dalla risata sul film a quella per il giornalista passa quasi mezzo secolo. Il prorompimento è lo stesso, ma dal vedersi riprodotti dalla tecnica si è arrivati a vedere la tecnica riprodursi nel solco di un processo alla fine del quale, diversamente che nella teoria di Benjamin sulla riproducibilità di un’opera d’arte, dove arte è anche platonicamente artificio, non si ha una svalutazione del prodotto ma la sua elevazione a feticcio, ad appendice corporale e mentale, a parte di sé: nella supposizione che anche uno smartphone possa essere visto come un prodotto di tipo artistico quanto per esempio ad design e che la fidelizzazione ad esso risponda a una logica utilitaristica, proprio quell’utilitarismo quale concezione filosofica da Bentham a Stuart Mill che indicava il perseguimento della felicità nella massima utilità che fosse possibile mettere in conto nell’impiego dei mezzi della vita.
Il risultato ultimo, preconizzato da Heidegger, della tecnica che riproduce se stessa e che relega l’uomo in una posizione ancillare – lo spettro dell’egemonia della tecnologia, della robotica, dell’intelligenza artificiale, dell’insorgente postumanesimo – potrebbe essere fugato proprio da quella risata nello studio televisivo, dove l’uomo se l’è risa della tecnica di cui pure si serve: diversamente dal pubblico di Montelepre che sullo schermo si vedeva estranea e rideva di sé, quello in Tv ha riso del suo idolo, considerandolo non più che un oggetto e non un nume secondo le profezie.

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