CROCE E DELIZIE

Una difesa filosofica del capitalismo

Per quanti sforzi faccia ogni volta che sento il termine capitalismo non riesco ad associarvi mai immagini negative. Anzi, alla mia mente balzano subito innanzi immagini di traffici, movimenti, fattiva operosità, agonistica ma anche cooperativa esperienza umana. Penso ad esempio ai cantieri che facevano sorgere nuove città e innalzavano grattacieli nelle grandi città americane a cavallo dei due secoli scorsi, a manodopera di varie razze che vi lavorava affratellata, sfruttata ma anche con una voglia di fare le cose per bene e riscattarsi. Forse qualcosa del genere capita anche oggi nei cosiddetti “paesi emergenti”. Ove purtroppo, ma per quanto ancora?, sembra mancare forze organizzate socialiste e sindacali. Poiché tuttavia, lo ammetto, in questa idea quasi eroica del capitalismo sono in minoranza e la maggioranza delle persone che conosco sono aspramente critiche, a sinistra come a destra, di un fenomeno che assume spesso nelle loro parole i tratti del mostruoso, credo che sia mio dovere rendere in concetti le immagini che mi si sono subito poste davanti. Certo, so bene che il capitalismo in economia rappresenta un preciso sistema di produzione della ricchezza: quello basato sulla proprietà privata dei mezzi dei mezzi stessi di produzione. Certo, so bene che il capitalismo odierno, basato sulla finanza piuttosto che sull’economia reale, è altra cosa da quello delle origini non solo, ma anche dei decenni scorsi. Eppure, se devo portare a consapevolezza filosofica il capitalismo non posso non far riferimento agli uomini concreti, alla sorgente ultima della loro attività, a quella fonte da cui spontaneamente sgorga ogni azione e che è la ragione che spiega ogni nostra realizzazione. In una parola: a quel sentimento vitale, o vitalità, che ogni ideale che tende a comprimere, e quindi anche un’economia di piano, mortificherebbe con grave danno. È un movimento, quello della vita nella sua dialettica tensione fra un polo positivo e uno negativo, che va quanto più assecondato. E in questo, mi sembra, il capitalismo sia maestro. Ciò, beninteso, non significa certamente spezzare il nesso che lega il positivo al negativo che gli fa resistenza (cosa che per certi versi si ripromettono di fare le astratte dottrine liberistiche, che elevano il Mercato a ideale fissistico ). Né perdere consapevolezza della precarietà e imperfezione della condizione umana. Significa più radicalmente ripetere quel si alla vita che il fatto stesso di esistere ci ha fatto già dire a priori e che è la fonte unica di ogni possibile felicità. Umana e non astratta, imperfetta e precaria, insediata nel momento stesso in cui è conquistata. Quella felicitá e quella gioia che, in fin dei conti, non sono che nella tensione, come aveva intuito un pensatore certamente non dialettico come John Stuart Mill (che nella Autobiografia aveva scritto: “Chiedetevi se siete felici e cesserete di esserlo”). Gli “spiriti vitali”, a cominciare da quelli dei capitalisti (i cosiddetti animal spirits), vanno addomesticati non estirpati.

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