IL SOTTOSCRITTO

Gianni Bonina

Giornalista e scrittore. Vive a Catania. Ha pubblicato saggi di critica letteraria, romanzi, inchieste giornalistiche e reportage. È anche autore teatrale. Scrive su la Repubblica-Palermo.

“The Post”, fuoco sul governo e silenzio su Weinstein

“The Post”, il film di Spielberg sui documenti governativi Usa rivelati nel 1971 dal New York Times e dal Washigton Post, al pari di “The Spotlight”, intende premiare la libertà di stampa e prima ancora la libertà d’espressione.Che però, in America come in tutto l’Occidente, non appartengono ai giornalisti ma agli editori. Sono infatti gli editori a servirsene o meno in base ad aspettative che molte volte non coincidono con quelle professionali delle redazioni e delle direzioni dei giornali. In “The Post” è Katharine Graham, l’editrice del quotidiano della capitale, a prendere la decisione finale se pubblicare o no il Pentagon Papers. Ed è proprio a lei che la redazione, direttore in testa, si affida riconoscendole quale proprietaria la titolarità e il peso degli oneri e degli onori. La decisione che prende la Graham soddisfa la libertà di espressione, riafferma il principio sacrosanto che la stampa serve chi è governato e non chi governa, ma è diretta, nelle intenzioni della proprietaria, non tanto a fare valere la forza dell’opinione pubblica quanto a fare del Washington Post un giornale capace di competere con colossi come il New York Times e di guadagnare azionisti in Borsa. Tuttavia nelle intenzioni di Spielberg suona a maggiore gloria dello spirito nazionale, di un’America che al potere politico antepone il diritto all’informazione e alla verità e che ha un’altissima considerazione dei giornalisti al punto da vederli in una sfera di sacralità.
Tutto ciò è molto bello oltre che santo, ma viene fatto di pensare alla vocazione tutta americana di celebrare i miti a stelle e strisce, anche quelli falsi, com’è nel caso dei Pentagon Papers. E mentre ci si rende conto dell’impossibilità di tentare un benché minimo confronto con la situazione della stampa italiana, in modi diversi asservita al potere politico, anzi, peggio ancora, al potere dei partiti e agli interessi privati degli editori, per i quali i giornali sono strumenti di gestione dei propri affari, gli avvenimenti americani legati al caso Weinstein dimostrano che anche la stampa d’Oltreoceano ha pensato a se stessa più che ai suoi lettori tacendo per anni ogni cosa sul conto del magnate cinematografico così generoso nell’acquisto di spazi pubblicitari e in prebende. Il film di Spielberg è arrivato nel momento meno propizio per esaltare il credo nella libertà di stampa perché è servito a ricordare a tutti che Weinstein è stato considerato da tutti gli organi d’informazione americani meritevole di essere tutelato più che la sicurezza del Paese al tempo della guerra in Vietnam, il che fa pensare che anche per gli editori americani i propri affari valgono molto più di quelli degli altri e che se  segreti ci sono da difendere sono quanti riguardano i fornitori.
E così, mentre “The spotlight” prendeva di petto i preti pedofili e mirava al Vaticano con una forza che dopotutto nessun danno determinava se non nella sfera altrui, “The Post” sbugiarda il governo per un tornaconto, sia finanziario che politico. Quando si tratterà di denunciare i soprusi e gli abusi di un tycoon come Weinstein non scriverà un rigo, né lo farà l’altro eroico “The New York Times”. E’ la stampa, bellezza. Già: quella che non conosciamo.

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