IL SOTTOSCRITTO

Gianni Bonina

Giornalista e scrittore. Vive a Catania. Ha pubblicato saggi di critica letteraria, romanzi, inchieste giornalistiche e reportage. È anche autore teatrale. Scrive su la Repubblica-Palermo.

Sollevazione per Foscolo, non è mai troppo tardi

Può non aver letto Foscolo, ma certamente Natalia Aspesi è stata decisiva nel farne parlare e magari indurre a rileggerlo. La sua sincerità, più ingenua che ostentata, è stata vista come un outing sgradito benché politically correct ed è servita a definire meglio il lettore tipo di Repubblica: colto, intransigente ma certamente imprevedibile nella reazione collettiva che ha avuto insorgendo contro il leso disumanesimo della giornalista che si è difesa accampando l’orgoglio di possedere diecimila libri. Agli occhi dei suoi lettori, poteva averne anche centomila, ma questo non avrebbe giustificato la rimozione di Foscolo che ha confessato.

Ma tanto strepito e sconcerto per Foscolo avrebbe sortito uguale indignazione se si fosse trattato di un altro padre delle nostre lettere? Certamente no, a memoria di liceale medio che ricorda Foscolo al fianco di Alfieri e l’impazienza che passassero presto, loro e le loro tragedie, con i sonetti irti come baionette, perché si schiudesse il più suggestivo mondo dei romantici, dei loro romanzi e delle poesie senza più cadenze di Lumi, per arrivare in fretta massimamente a Leopardi, suppergiù coevo ma tanto più moderno e prossimo. Per Leopardi l’indignazione generale sarebbe stata invero di gran lunga più sentita e diffusa, sempreché le pulsioni romantiche ancora oggi continuino a prevalere sulle ragioni illuministiche o non sia, dopo la sollevazione popolare per Foscolo, il contrario nel gusto di una platea, quella di Repubblica, che è il migliore campione di quello nazionale. Gusto che si è espresso con forza, quasi con violenza, come in una tifoseria rabbiosa per un’offesa rivolta a un proprio idolo.

Questo è il fatto nuovo e inatteso: la protesta di un pubblico di lettori che spontaneamente e in ogni regione si ribella a un uso neghittoso, quasi di sprezzo come è stato inteso, della letteratura italiana. Che non può essere ignorata e soprattutto negletta. Salutare il fenomeno, che magari si spera possa confermarsi in qualche altra occasione di vilipendio letterario, così da creare una rete di protezione attorno ai massimi poeti, dei quali i monumenti cadono a pezzi nell’indifferenza di tutti, ma non il patrimonio immateriale, i beni della loro mente, nella proposizione per cui la conoscenza di essi valga più della loro integrità sulle erme e i basamenti.

La Aspesi o qualche altra firma del nostro giornalismo di vetrina potrebbe confessare di non aver letto niente di un altro nostro poeta sommo, così da saggiare la preferenza del pubblico per uno o l’altro, ma si può giurare su un fatto sottaciuto: i festival letterari, filosofici o scientifici, così gremiti e partecipati, ben più al Nord che al Sud, sono la spia di un cambiamento che non è frutto di un piacere mondano per il raduno di piazza e la celebrazione di massa dei miti della nostra cultura in un clima di sagra e di presenzialismo, ma un ritorno tacito e potente a un amore spirituale per le belle lettere e le arti. Era ora, giacché non ci si sperava più.

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