LIVING TOGETHER, DIFFERENTLY

Massimo Rosati

Docente sociologia generale Università di Roma Tor Vergata

Solidarietà

Parole.

La storia della sinistra italiana negli ultimi due decenni, dalla fine dell’esperienza del PCI in avanti, è stata caratterizzata dal punto di vista culturale dal costante appello alla ricostruzione di un vocabolario con cui pensare un modello di società nel suo complesso. Solidarietà è, senza dubbio, una parola che appartiene alla sinistra. Oggi la solidarietà va pensata come valore da contrapporre all’altra parola che ingombra la nostra quotidianità, ossia crisi. Solo un’idea di solidarietà, infatti, può rappresentare una risposta organica alla crisi che attraversiamo, che è ben lungi dall’essere solo economica, ma investe piuttosto la vita economica come quella politica, sociale e culturale.  Nell’opera del sociologo Émile Durkheim, e nella tradizione che ad essa si ispira, solidarietà significa due cose: integrazione e regolamentazione sociale. Una società è solidale quando è capace di integrare all’interno di una complessa e articolata rete di gruppi intermedi gli individui, così da non lasciarli soli di fronte agli scossoni della vita. Dalla famiglia allo Stato, dai gruppi religiosi e politici alle associazioni professionali, Durkheim pensava ad una società pluralista in cui gli individui trovassero sostegno, riparo, comunanza di valori, ideali e orizzonti per cui battersi. Una società solidale, inoltre, è una società capace di regolamentare attraverso norme e istituzioni gli appetiti individuali e collettivi, di imbrigliare gli interessi utilitaristici e la corsa sfrenata al soddisfacimento dell’interesse personale, del desiderio senza limiti. Per indicare una società al contrario deficitaria di limiti e regolamentazione, Durkheim riadattò il concetto di anomia, a cui attribuì il significato di ‘passione per l’infinito’. Nel contesto della modernità, scriveva Durkheim, è soprattutto la vita economica che ha bisogno di essere regolamentata, e sottratta alla logica produttrice di ingiustizia e ineguaglianza del mercato de-regolamentato. Una società solidale è quella che sa integrare gli individui senza stritolarli nella morsa della collettività, e che sa regolamentare interessi e passioni senza strozzare ambizioni e aspirazioni. Una società, in altri termini, che sa trovare un punto di equilibrio tra vincoli sociali e libertà individuale.

Durkheim viveva in un tempo di crisi, quella crisi sociale a cui la sinistra dei primi del Novecento in Europa cercava soluzioni per via rivoluzionaria o sindacale. Con una mossa forse sorprendente, al tempo scioccante e scandalosa, Durkheim nel 1912 suggerì – senza mai poterla articolare in termini che andassero oltre la suggestione – una risposta che era in straordinaria sintonia con le avanguardie artistiche, teologiche, scientifiche del tempo; una risposta partecipe in altri termini della fascinazione per il ‘primitivismo’ di un Matisse e di un Picasso, di un Nijinsky o di uno Stravinsky, per certi versi del Freud di Totem e Tabù (del 1912) e che consisteva nel guardare all’energia che comunità di uomini e donne riuniti in gruppi sanno produrre quando impegnati in pratiche condivise, dando vita a simboli condivisi. La risposta alla crisi andava pensata, per Durkheim, ricreando spazi e momenti di vita comune, in cui dall’energia di pratiche condivise si produce una trama di simboli, valori e ideali che da un lato integrano e dall’altro regolamentano la vita individuale e collettiva. Pur consapevole della forza potenzialmente dirompente del sacro, Durkheim tendeva a pensare che solo una forza più grande delle passioni individuali potesse creare le condizioni per un equilibrio dinamico. Solo la forza dei gruppi può dare sostegno, mediante specifiche pratiche condivise, a individui altrimenti esposti senza protezione ai colpi della vita, e solo la forza dei gruppi può vincolare, regolamentare, una società che priva di norme e vincoli genera ineguaglianze psicologicamente e socialmente insostenibili. Quella di Durkheim non era una ‘ricetta’, ma la riflessione ‘a tentoni’ di un intellettuale. Essa consisteva, in sostanza, nel pensare la moltiplicazione di comunità di pratiche come primo passo per la risposta alla crisi e verso la costruzione di una società di individui non atomizzati.

  1. solidarieta’ non deve “essere parola di appartenenza per nessuno”, un valore non si possiede ma si esprime… La crisi serve a ripensare la societa’ come rete e le persone suoi punti nodali di passaggio; sono le pratiche condivise a produrre simboli e valori che integrano e regolano la vita? o sono i valori che proprio perche’ universali e forma di espressione attirano individui tra loro simili sia di destra che di sinistra ad annodare i fili tra di loro? o forse entrambi…

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