CROCE E DELIZIE

Situazione o presupposto? L’individuo di Croce non è quello dell’individualismo metodologico

Nei giorni scorsi ho partecipato, con una mia relazione,  ad un Convegno Internazionale su Bruno Leoni organizzato dall’Università della Calabria a cento anni dalla nascita. E’ stata un’importante occasione per approfondire il pensiero dell’autore di Freedom and the Law (1961), prematuramente e tragicamente scomparso nel 1967, a cui fra l’altro è intitolato uno dei più influenti istituti culturali del nostro Paese. In particolare, concernendo il mio intervento l’interpretazione fatta da Leoni del pensiero di Croce e Einaudi, mi sono posto in prima istanza il compito di chiarire quanto più mi fosse possibile le differenze fra il suo liberalismo e quello di ispirazione storicistico-crociana a cui faccio riferimento. L’ho fatto, direi, per un’esigenza di “pulizia mentale”. E non, almeno non in prima istanza, per riproporre il tema ormai fin troppo discusso della “qualità” dei diversi liberalismi. Né tanto meno per stabilire un modello a partire dal quale distinguere il liberalismo “autentico” da quello “anomalo”, ovvero i liberali “veri” da quelli “falsi”.

Ora, la prima cosa che ho potuto osservare è che Leoni, al contrario di alcuni suoi epigoni o comunque dei tanti anticrociani che affollano persino il piccolo universo liberale italiano, ha trattato sempre con molto rispetto, senza aria di superiorità o sufficienza, il filosofo napoletano: confrontandosi direttamente con le sue idee, con le quali a volte ha concordato e altre volte no. D’altronde, frequentando gli ambienti culturali internazionali, egli ben sapeva della considerazione che Croce aveva ancora dopo la sua morte sia come filosofo sia come oppositore morale del fascismo. In verità, nella sostanza, gli elementi che ho dovuto considerare non sono pochi. E, non potendo in questa sede nemmeno limitarmi a ricordare i principali, rimando al saggio che scriverò per gli atti del Convegno. Quello che però voglio dire subito è che, a mio avviso, non è la concezione dell’ordine spontaneo, o il rapporto con il liberismo, o il concetto di Stato, o altro ancora, ciò che segna la differenza fondamentale fra Croce e Leoni, anzi più in generale fra il filosofo napoletano e l’intera tradizione del cosiddetto “individualismo metodologico”. No, quella differenza, veramente fondamentale in quanto è da essa che discendono le altre come logica conseguenza, è da ricercare, sempre secondo me, nella molto diversa idea di individuo che i due pensatori avevano. Ed è ben strano che Leoni, nei suoi bei saggi crociani, ci giri attorno senza però mai coglierla (cfr. la parte terza, intitolata Il liberalismo italiano: Croce ed Einaudi, di Il pensiero politico moderno e contemporaneo, a cura di Antonio Masala, introduzione di Luigi Marco Bassani, Liberilibri, Macerata 2008, pp. 287-374). Anzi, a dire il vero, per Croce, propriamente, di individuo non può nemmeno parlarsi, almeno non nel senso etimologico di un ente solido, compatto, ben definito. Il luogo da tener presente è nella Filosofia della pratica (1909), allorquando egli scrive che “l’individuo non è una ‘monade’ o un ‘reale’, non è un’ ‘anima’, creata di un sol getto o impronta da un Dio: l’individuo è la situazione storica dello spirito universale in ogni istante del tempo, e perciò l’insieme degli abiti che per effetto delle situazioni storiche si sono prodotti”. Aggiungendo che “bisogna accuratamente scansare quei modi di concepire onde si parla di un medesimo individuo in due situazioni diverse, e di due individui diversi in una situazione medesima: perché individuo e situazione sono tutt’uno”. Tutto il contrario è invece per l’ “individualismo metodologico”: per esso, scrive Dario Antiseri nella prefazione italiana al noto saggio hayekiano Individualism: True and False (1948), “solo gli individui pensano, ragionano, agiscono”. Ove l’individuo è da considerarsi, appunto, un’entità chiusa e a sé sufficiente: cartesianamente, un Soggetto-Sostanza. La differenza non potrebbe essere più grande!

La faccenda si complica e si fa ancora più strana se si considera poi un ulteriore elemento, che sfugge anch’esso, mi sembra, all’attenta penna di Leoni. Antiseri scrive infatti poco oltre che “l’analisi delle conseguenzs inintenzionali delle azioni umane intenzionali costituisce lo specifico, unico ed esclusivo compito delle scienze sociali”. Ora, come non accorgersi che lo Spirito di cui parla Croce (che non ha nulla a che vedere con l’ésprit degli spiritualisti ma casomai col Geist della filosofia classica tedesca) non è altro che proprio questo insieme “delle conseguenze inintenzionali delle azioni umane intenzionali”? E ciò è tanto vero che il filosofo napoletano si vede costretto ad introdurre, nelle stesse pagine, la distinzione fra azione e accadimento: “l’azione -scrive-  è l’opera del singolo, l’accadimento è l’opera del Tutto: la volontà è dell’uomo, l’accadimento è di Dio. O, per mettere questa proposizione in forma meno immaginosa, la volizione dell’individuo è come il contributo ch’esso reca alle volizioni di tutti gli altri enti dell’universo; l’accadimento è l’insieme di tutte le volizioni, la risposta a tutte le proposte. Nella quale risposta è compresa e risoluta la valutazione stessa del singolo”.

Certo, individuata nell’idea diversa di individuo la differenza di base fra il liberalismo di Croce e quello degli “individualisti metodologici”, altre considerazioni generali si impongono direi quasi naturalmente. Ne parlerò, in linea generale, nel prossimo post.

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