IL SOTTOSCRITTO

Gianni Bonina

Giornalista e scrittore. Vive a Catania. Ha pubblicato saggi di critica letteraria, romanzi, inchieste giornalistiche e reportage. È anche autore teatrale. Scrive su la Repubblica-Palermo.

Saviano e il boss, autorizzazione a comunicare

Che differenza c’è tra l’intervista di Bruno Vespa al figlio di Totò Riina e quella di Roberto Saviano a Maurizio Prestieri andata in onda su Nove Tv? La differenza è che Salvo Riina era appena un gregario mentre Maurizio Prestieri è un grosso boss della camorra, oggi collaboratore di giustizia. Secondo la logica dello stesso Saviano, per il quale non bisogna mai prestare un megafono ai mafiosi perché se ne servono per comunicare non potendolo fare al 41 bis, molto più che Riina Jr, avrebbe dovuto essere Prestieri, luogotenente di Paolo Di Lauro (trasposto nel feroce Savastano di “Gomorra”) a dovere essere silenziato.
Le stesse ragioni addotte da Saviano contro Vespa valgono infatti ancor più per Prestieri. Che, accettando di essere intervistato da chi è stato condannato a morte dalla camorra, cioè dalla propria organizzazione, deve avere avuto i suoi buoni motivi, dal momento che nell’intervista non si è dichiarato “pentito”, condizione che richiede un trasporto spirituale che lui ha detto di non avere. E questi motivi non possono che essere gli stessi che, secondo Saviano, indussero Riina Jr a parlare a Porta a porta, così come nel 2012 convinsero Angelo Provenzano ad andare a Servizio pubblico di Santoro e i figli di Santapaola a scrivere a La Sicilia di Catania: l’intento cioè di rivolgersi alla magistratura e al “sistema” ben più che al pubblico al quale ammansire insegnamenti di buone azioni e modelli di ravvedimento.
Ma evidentemente quanto vale per Vespa e Santoro non vale per Saviano, il cui atteggiamento davanti a Prestieri, nell’apparente distacco affettato, è apparso piuttosto di compiacimento e soggezione, se non addirittura riverenziale. Non sappiamo come si è arrivati all’intervista, se il boss è stato pagato e quanto, quali accordi ci sono stati; né Saviano ce l’ha detto, adducendo così ulteriore sospetto. E neppure il noto esperto di cose nostre ci ha spiegato cosa Prestieri ha inteso dire e a chi ha voluto rivolgersi, non essendo credibile che sia stato il solo mafioso ad andare in televisione per additare la camorra al biasimo comune. Probabilmente ha inteso parlare a Di Lauro, l’artefice della sua scalata nel “sistema”, ma cosa ha progettato di fargli capire e quali messaggi gli ha mandato rimane un mistero. Ci sarebbe piaciuto che Saviano, dopo l’intervista, avesse decifrato il discorso del boss, come ha sempre fatto per altri, e dato conto del perché ha voluto intervistare un inavvicinabile. E soprattutto avrebbe dovuto giustificare il suo atteggiamento: di chi si plaude per lo scoop e tiene un sorrisino di sufficienza che tutt’altro significato tradisce di deplorazione e condanna, giacché non ha mosso a Prestieri alcuna accusa, non ha espresso nessun giudizio, non ha ingaggiato nessun contraddittorio, limitandosi a farlo parlare a briglia sciolta e permettendogli di cadere in numerose incongruità.
Più che aggiungere elementi di conoscenza sulla camorra, l’intervista a Prestieri arricchisce la biografia di Saviano, che mai avremmo immaginato che potesse avere rapporti così stretti con un capomafia del  calibro di Prestieri: rapporti certamente professionali, non si discute, ma tali da adombrare una intelligenza con il nemico che non è certo cobelligeranza contro il male. Quel che è più grave è che Saviano, forte di una reputazione saldissima di crociato antimafia, ha con il suo incontro con Prestieri legittimato un codice che è sempre stato oggetto di polemiche irrisolte: se sia condivisibile offrire ai boss un altoparlante per accrescere il loro mito e il loro potere. Quando si trattò delle Brigate rosse, il no fu categorico. Ora pare che la contrarietà si sia andata scemando in un’accettazione delle ragioni del lupo consacrata da chi, come Saviano, si è sempre opposto a tali pericolose concessioni. Aveva ragione prima, perché l’intervista a Prestieri è bellissima, giornalisticamente eccellente, un documento storico, e quindi una bomba gettata sulla coscienza popolare proprio perché tale: il boss apre sulla camorra scenari finora sconosciuti e offre uno spaccato del camorrista dal vero che non si aveva. Si scopre peraltro che i camorristi non sono tutti ignoranti e volgari, perché Prestieri ha dimostrato una buona proprietà di linguaggio e anche una saggezza insospettabile in figure simili.
E’ evidente che Saviano ha fatto più che bene a intervistarlo, come farebbe qualunque giornalista interessato alla sola notizia e non alle sue conseguenze. La logica della spina da staccare, come fu nella stagione di piombo, può servire per non fornire motivi all’emulazione, ma è anche vero che se non avessimo visto i filmati dei forni crematori, i prigionieri ridotti a larve e le cataste di cadaveri nelle fosse non avremmo avuto del nazismo la stessa conoscenza. Ora la questione che sembrava aperta ha provveduto Saviano a chiuderla, pur rinnegando se stesso.

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