LIVING TOGETHER, DIFFERENTLY

Massimo Rosati

Docente sociologia generale Università di Roma Tor Vergata

Said Nursi

Profili

Sull’importanza strategica della Turchia nello scacchiere geopolitico contemporaneo pochi nutrono dubbi. Dopo le ‘primavere arabe’, in molti hanno guardato alla Turchia come ad un possibile paese ‘modello’, capace – seppure con alterne vicende – di dare vita ad una forma di democrazia agita – ora dal centro ora dalla periferia – da un Islam che è forza sociale e culturale prima ancora che politica. Eppure, come ogni modello esemplare che si rispetti, la Turchia è, in primo luogo, un caso davvero particolare, e non tanto per la sua storia di modernizzazione e secolarizzazione (spesso top down e non specchiatamente democratiche), quanto per le caratteristiche proprie dell’Islam turco, in cui la componente Sufi gioca una parte quasi del tutto sconosciuta ad altri contesti. Nella formazione dell’Islam turco contemporaneo, un ruolo di assoluta preminenza lo ha recitato la figura di Said Nursi (1878-1960). Dopo aver preso le parti della Guerra di Indipendenza, Nursi divenne critico della versione positivista della modernità e della secolarizzazione fatta propria dal repubblicanesimo kemalista, e dopo essere stato accusato di avere avuto rapporti con la rivolta curda del 1925 si ritrasse dalla vita politica, costretto da un esilio all’altro, fino a che dopo la morte anche le sue spoglie vennero tenute nascoste dall’establishment kemalista per evitare che il luogo di sepoltura diventasse oggetto di culto. Dalla vita politica Nursi si ritrasse tuttavia non solo perché deluso dalla piega assunta dal repubblicanesimo kemalista, ma anche perché andava maturando una visione della società e del posto che l’Islam ha in essa non centrata sulla dimensione politica e statale.

Nursi insisteva sulla necessità di non battersi per un Islam politico, per uno stato islamico, ma al tempo stesso non pensava alla religione e all’Islam come una questione meramente privata. Per Nursi l’Islam era in primo luogo un fatto di consapevolezza, di crescita interiore, coerentemente appunto con la venatura Sufi dell’Islam turco. In secondo luogo, la fede doveva tradursi nella costruzione di legami capaci di permeare la vita quotidiana, di fare comunità, dal basso; solo a questo punto, una volta create soggettività profondamente ispirate dai principi della fede e una volta costruiti legami comunitari con essa coerenti, Nursi immaginava la possibilità di instaurare la Sharia, intendendo con ciò il regno della giustizia. Un Islam profondamente interiore e spirituale, ma non privatistico. Le conseguenze sociologiche di questa visione dell’Islam sono state della massima importanza, e pesano a tutt’oggi in modo rilevante sulla Turchia contemporanea. Nursi insisteva sulla necessità della conciliazione di Islam e modernità, religione e scienza, in opposizione tanto al carattere positivista del secolarismo e della modernità kemalista, quanto a quello ‘backward’ di un Islam che non voleva venire a patti con la modernità. Via maestra per un progressivo incremento di riflessività, all’interno dell’Islam come nella società nel suo insieme, era per Nursi l’educazione. Di qui la costituzione, mentre era ancora in vita come dopo la sua morte, di una rete capillare di circoli educativi, gruppi di lettura (dershane) delle opere di Nursi stesso, che diedero oltre tutto nel tempo un forte impulso allo sviluppo della mediatizzazione del discorso islamico in Turchia (attraverso la creazione ad esempio di una fitta rete di case editrici). La conseguenza di tutto ciò fu un processo di islamizzazione della società, mediante circoli, reti, gruppi, comunità, che dal basso – e non mediante la costruzione di uno stato islamico – presero a costruire un progetto egemonico, nel senso più gramsciano dell’espressione, fondato cioè sul consenso e non sulla coercizione. Nella visione di Nursi, un Islam consapevole di sé, profondamente spirituale e capace di innervare la vita quotidiana della società, sarebbe stato anche un Islam capace di sostenere quello che oggi gli studiosi del suo pensiero chiamano ‘grounded pluralism’, ossia un pluralismo che muove dalla certezza nella verità dell’Islam e nella necessità della fede per la costruzione di una vita anche pubblica buona, per riconoscere che una simile verità non può essere imposta con la forza e la coercizione, ma può al contrario arricchirsi con il confronto con le verità altrui.

La rilevanza sociologica della figura di Nursi sta, in altri termini, nell’impulso che la sua vita e il suo pensiero diedero allo sviluppo di una società civile islamica moderna e dinamica, fortemente mediatizzata e capace di innervare soprattutto mediante istituzioni educative e forme di socialità diffusa la sfera pubblica. Non senza discontinuità, di questa visione dell’Islam e di questo progetto di societarizzazione dell’Islam è oggi erede il movimento di Fethullah Gülen, che alcuni vedono come ‘l’eminenza grigia’ della politica turca. Vero o no che sia (non è questo il contesto per discuterne), è assolutamente chiaro che della Turchia e del suo carattere ‘esemplare’ nello scacchiere geo-politico contemporaneo non si può capire nulla se non si parte da qui, da un circolo di lettura di accoliti di questo maestro, filosofo e teologo islamico, avverso a una secolarizzazione aggressiva e impegnato nella formazione di un Islam moderno e aperto alla scienza, profondamento convinto della verità dell’Islam e oggi al centro di tanta parte del dialogo interreligioso.

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