IL SOTTOSCRITTO

Gianni Bonina

Giornalista e scrittore. Vive a Catania. Ha pubblicato saggi di critica letteraria, romanzi, inchieste giornalistiche e reportage. È anche autore teatrale. Scrive su la Repubblica-Palermo.

Quel che le serie Tv non dicono

L’ultimo colpo inferto contro la letteratura è giunto da uno psicoterapeuta, Sergio Stagnitta, che intervistato da Repubblica a proposito del successo delle serie Tv ha spiegato: “La serie è più facile, coinvolge tutti i sensi. Il libro è più faticoso, dobbiamo tradurne le parole in immagini e suoni. La serie è un piatto pronto. Dopo una giornata di lavoro prendere in mano un libro è come continuare, anche se su un piano diverso, una dimensione di fatica”.
Essendo Stagnitta anche un blogger che si occupa di cinema, è quasi normale che non ami leggere libri e probabilmente non ne legge davvero non solo quando torna stanco la sera a casa ma anche di giorno, visto il convincimento con cui esprime le sue opinioni in merito, ma commette un errore, o meglio ha una distorsione dei sensi, nel vedere un deficit in quello che è piuttosto il maggior pregio della lettura: la capacità di tradurre le parole in immagini e suoni. La grande forza del romanzo scritto sottende infatti proprio la possibilità che offre di sceneggiare la trama e di farsi registi in proprio, cosa che nessuna musa permette. Di più: quel che il lettore più esattamente fa è “ri-scrivere” il romanzo, che dunque diventa suo, personale, come composto e inventato da lui e perciò indimenticabile. Chiunque segua serie Tv può testimoniare di averne dimenticato dopo qualche tempo vicende, luoghi e personaggi, mentre non può negare che ricorda bene romanzi letti addirittura in gioventù e molti di essi in maniera così vivida da credere di averli appena finiti: e questo perché la serie Tv gli si offre come storia raccontata da altri e proposta appunto come “un piatto pronto”, senza che nulla lo spettatore possa aggiungere da sé, mentre il romanzo è un piatto da preparare da sé, secondo il proprio gusto e i propri ingredienti. Così, mentre “The Wire” o “House of cards” saranno sempre uguali per tutti, immutabili, “Pinocchio” e “Guerra e pace” rimarranno diversi per ogni loro lettore, il quale peraltro di età in età li troverà a sua volta diversi. Il prodigio che la lettura offre è semplicemente impensabile per una serie Tv che generalmente viene rivista solo perché è stata dimenticata, laddove un romanzo viene riletto per riviverlo.
Quanto dunque alla supposta fatica che la lettura comporterebbe rispetto alla visione di una serie Tv, sarebbe ora di sfatare questa falsa teoria appunto perché sceneggiare una trama integra un processo naturale della nostra mente, la quale si facilita da sé l’apprensione perché rielabora i dati narrativi che riceve seguendo meccanismi interni che cambiano di individuo in individuo e che non deve comprendere, cioè interpretarli, condizione nella quale davanti a una serie Tv è invece impossibile ritrovarsi non facendo fatica. La vera fatica allora non è leggere un romanzo ma vedere una serie Tv: entrambi gli esercizi richiedono il senso della vista, stancante allo stesso grado sia nel leggere un libro che nel fissare uno schermo (evidente quando si segua una serie sottotitolata), ma la funzione della lettura implica un’applicazione mentale che può apparire maggiore solo perché maggiori sono i godimenti. Il piacere dello stile letterario usato dall’autore, il gusto della lettura discreta o a voce alta, l’ebbrezza di entrare in comunione con l’autore, la soddisfazione di potere accelerare o rallentare le scene, l’appagamento esclusivo delle parti non diegetiche, cioè narrative, ma di metalessi, cioè riflessive, i famosi “cantucci lirici” di Manzoni, sono surplus impensabili per una serie Tv, sovrappiù che si pagano con un’aggiunta di sforzo intellettivo, che può essere paragonato alla fatica dello scalatore ripagato dalla vetta. Chi non sa godere, come evidentemente Stagnitta, di queste beatitudini non ha che da prendere coscienza di essere povero di spirito.
Ma il raffronto, quanto al peso della fatica da fare, si può fare anche tra una serie Tv  e un film al cinema. La serie Tv comporta la gestione di una moltitudine non solo di personaggi, ma anche di vicende, di intrecci, di luoghi e soprattutto di tempi che il film rende più facile perché è strutturale, ovvero composto di parti assemblate e finite, già progettate. Il film nasce da un soggetto, che poi diventa una sceneggiatura, mentre la serie Tv nasce da una puntata pilota che se la produzione decide di trasformare in serie diventa poi una sceneggiatura valida per quella sola serie. Se in avanti la prima serie ha successo e la produzione decide di farne una seconda, la prima sceneggiatura si trasfonde nella seconda, molte volte snaturando i personaggi, che devono essere riadattati a nuovi contesti e nuovi sviluppi. Questa madreporica di conseguenze diventa per lo spettatore ingestibile più la serie si allunga e più ha successo. Il paradosso è dunque in ciò, che una serie diventa faticosissima quanto più si allunga: dove faticosissima è la comprensione di mutamenti inspiegabili e innaturali di situazioni e di caratteri, con personaggi che da saggi diventano stolti, da probi appaiono disonesti, da eterosessuali si mutano in gay. La serie Tv, concepita perché ogni puntata sia in teoria memorabile e contenga quindi qualche colpo di scena, un rivolgimento che tenga lo spettatore incollato e gli crei aspettativa, è la scoperta dell’improbabilità, quella che un buon romanziere evita per statuto, perché legato, innanzitutto dal suo editore, a severi principi di verosimiglianza quando non scriva fantasy o science-fiction. L’impressione che qualunque serie Tv dà a uno spettatore accorto è che gli autori guidino con gli occhi bendati e creino sviluppi come se fossero tutti dei “finali” dai quali poi sono costretti a ripartire, con trovate a volte esilaranti e grottesche. Piacciono per questo: perché, come nelle comiche del primo Novecento, può succedere di tutto, anche che un presidente degli Stati Uniti, impenitente donnaiolo, baci in bocca la sua guardia del corpo davanti alla moglie che partecipa al partouze proprio sul finire della puntata.
La serie Tv a puntate verticali, dove la trama si sviluppa non ad episodi, cioè orizzontalmente, ma in successione di eventi, come in un romanzo d’appendice, affida la propria improbabilità alla periodicità: vedere paradossi spalmati in più settimane e mesi permette un infingimento, l’inganno di non vederli e poterli ritenere, uno alla volta, persino credibili. Ma la possibilità, che oggi le piattaforme web consentono, di fare abbuffate di serie Tv, il cosiddetto “binge watchking”, porta ad allineare tutte le stravaganze, gli eccessi, le inverosimiglianze rivelandone il lato più ridicolo, sicché quel che non si notava prima appare evidente e perciò inaccettabile. I cambi di passo, le tirate dei dialoghi per giustificare i mutamenti dei caratteri, la fatica di rendere logico e naturale ciò che umanamente e comunemente non può esserlo: sono elementi che denunciano, letterariamente parlando, cioè narrativamente, la fragilità e l’inconsistenza del prodotto chiamato serie Tv.
E’ vero che le serie Tv hanno ereditato il modello del feuilleton, il romanzo a puntate che usciva nelle gazzette e che veniva gestito dall’autore secondo il successo che otteneva, accorciandosi o allungandosi: Ma le differenze sono sostanziali, a parte quella per cui l’autore ottocentesco veniva pagato a riga, per cui i dialoghi erano stirati fino all’ovvietà: nessuno scrittore affidava i rivolgimenti della trama al cambiamento dei caratteri dei personaggi, che è la cosa più facile da fare, ma era la trama che si sviluppava prendendo pieghe inattese. Nelle serie Tv sono invece le trasformazioni dei caratteri a condizionare la trama. Questo perché più che il personaggio è l’interprete che conta, l’attore, quello con il quale il pubblico deve entrare in simpatia e fidelizzare.
Il regista Stefano Sollima ha spiegato a Repubblica che la serie Tv, a differenza del film, permette lo scavo dei personaggi nella loro complessità, potendo essere trattati, come nel romanzo, al pari di persone vere. Dice una grande verità il creatore di “Gomorra” e “Romanzo criminale”: il romanzo tratta in realtà i personaggi come persone vere. Sbaglia però quando accosta i personaggi della serie Tv ai personaggi del romanzo ottocentesco quanto alla complessità, perché questi sono complessi non perché cambiano personalità ma perché le vicende o vicissitudini che vivono li portano a cambiare atteggiamento, a muoversi diversamente. Nella serie Tv, quale che sia, succede invece che la complessità del personaggio diventa licenza per giostrare a piacimento e pretesto per piegare la trama alla conformazione del personaggio stesso, più ancora se protagonista, di modo che si possano avere personaggi non più divisi manichealmente tra negativi e positivi com’è ancora oggi nel romanzo ma scomponibili e suscettibili di diventare positivi da negativi che sono stati e viceversa, secondo facili giochi di autori a corto di inventiva letteraria per immaginare storie e costretti a lavorare sul materiale che hanno. Così, la sorpresa dello spettatore non deriva più dai colpi di scena riservati dalla trama ma dai colpi di testa che i personaggi minacciano di puntata in puntata. A ben vedere, nelle serie Tv il meglio non è dato dalla trama, perlopiù banale, ripetitiva, scontata o eccessiva, ma dai personaggi, che anziché il romanzo mutuano in verità il teatro, quello delle macchiette e degli espedienti.
Eppure la serie Tv sta prendendo sempre più spazio nel gusto occidentale proponendosi come il rivale non solo del romanzo ma anche del cinema. Il successo è basato su un presupposto che prima o poi sarà smascherato dal pubblico: la bella resa tecnologica, l’effetto realtà dovuto all’ambientazione in precise città e non più in luoghi immaginari, la professionalità degli attori e l’efficacia della regia video e audio, il sapiente dosaggio delle tre “esse” dell’hard boiled, sesso, sangue e soldi, l’abbandono dei primi piani, la prevalenza dell’azione, l’impiego vistoso di mezzi e risorse. Ma quando lo spettatore capirà che quel che manca è il sale, il “piatto pronto” di Stagnitta sarà insapore. E il sale è la trama, la bella storia, quella che non si dimentica e che si può narrare impiegando più dei trenta secondi necessari per riassumere una serie Tv. Il rischio è però che l’abbondanza delle serie Tv e la loro crescente fruizione possa portare, come si legge già in molte recensioni di spettatori comuni, a ritenere belle trame quelle propinate. Certo, basterebbe leggere un romanzo per capire la differenza, ma per fare questo occorrerebbe prima capire che è bello leggere. Anche la sera, tornando stanchi a casa.

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