CROCE E DELIZIE

Nuovo realismo, filosofia, scienze. Considerazioni a margine

Fa davvero molto riflettere, nella sua efficace brevità, la prefazione che Mario De Caro e Maurizio Ferraris hanno anteposto alla interessante raccolta di saggi da loro curata intitolata Bentornata realtà. Il nuovo realismo in discussione (Einaudi, pagine 230, euro 17). E’ un tentativo, dopo l’affermazione nel dibattito culturale del nuovo paradigma, di essere meno perentori; di vedere alcuni chiaroscuri senza rinunciare alle nette posizioni di partenza; di giudicare in modo più articolato l’opera di alcuni pensatori, anche del campo avverso, a cominciare dai rappresentanti del cosiddetto “postmoderno”. “I tratti fondamentali del nuovo realismo -scrivono De Caro e Ferraris-  sono quattro, tutti accomunati, piuttosto che da una critica liquidatoria dell’antirealismo, dal tentativo di conservarne le istanze emancipative evitandone gli effetti indesiderati”. Ecco le quattro caratteristiche individuate: “il nuovo realismo tiene ferma l’istanza critica e decostruttiva che i movimenti antirealisti pensavano come loro esclusiva prerogativa”; esso “non è affatto una filosofia antiermeneutica, come i suoi avversari spesso sostengono”; “il nuovo realismo non condivide l’atteggiamento antiscientifico che, in buona parte, è stato proprio del pensiero postmoderno”; e, finalmente, esso “può essere visto come la proposta di una filosofia globalizzata, in cui abbiamo a che fare con la convergenza di due elementi”: cioè bisogna da una parte essere in grado di sapersi rivolgere allo spazio pubblico, parlando in modo linguisticamente accessibile e di problemi vitali, ma senza nulla perdere dall’altra in competenza tecnica o scientifica. Giustamente, poi, De Caro e Ferraris specificano che, essendo la filosofia una disciplina umanistica, quest’ultimo punto importa “una salda competenza filologica e storica”. Tuttavia, riprendendo il terzo tratto del loro programma, essi sottolineano che “a questa si deve aggiungere la competenza rispetto alle scienze naturali e sociali”. Bene, è proprio su questo ultimo aspetto, nonché sul terzo punto del programma, che io ritengo in questa sede giusto manifestare qualche dubbio. Dico subito, a scanso di equivoci, che una filosofia antiscientifica, o che semplicemente consideri le scienze discipline di serie b, è non solo errata ma anche stupida. Le scienze sono elemento fondamentale della nostra vita, che sarebbe semplicemente inconcepibile senza i loro progressi e senza lo sviluppo delle conoscenze e delle pratiche a cui hanno dato luogo. E, anche indipendentemente da ciò, meritano l’attenzione e la dignità che vanno concesse ad ogni attività umana, sia teorica sia pratica. Detto questo, pensare che si possa avere una conoscenza anche solo sommaria delle più parte di esse significa non comprendere fino in fondo il livello di specializzazione che esse hanno raggiunto. Se un fisico a mala pena riesce a capire un biologo, per non parlare delle divisioni interne alle singole discipline, come si può pensare che un filosofo, almeno che non sia un superman, possa conoscere contemporaneamente gli sviluppi della fisica, della biologia e in più di molte altre discipline scientifiche? Non sarebbe meglio che egli si concentri sul suo specifico metodologico, che è già di per sé tanto vasto: tenendo bene aperti gli occhi al mondo, ma non pretendendo di approssimarsi, come i vecchi metafisici, al “sapere assoluto” o alla “conoscenza perfetta”? D’altro canto, gli scienziati non sembrano aver nessun bisogno delle delucidazioni filosofiche, tanto che per lo più procedono spediti per le loro strade. Certo, la scienza va governata eticamente e politicamente. Ma non può essere il filosofo a dire come: nel discorso pubblico democratico nessuno può avere primazie di questo tipo. Nelle posizioni dei fautori di una “filosofia scientifica”, chiamiamola così, c’è, a mio avviso, un rischio, che ovviamente non tange né gli autori né i curatori della silloge di cui qui si parla, tutti studiosi a diverso titolo benemeriti. Un rischio che corrono i dilettanti, certo, ma che può essere comunque foriero di conseguenze. Il rischio, voglio dire, di essere né carne né pesce: né buoni filosofi, né buoni scienziati; o, più precisamente, filosofi mancati o scienziati mancati. E’ un pericolo che aveva individuato già Croce, con la precisione ed efficacia del suo linguaggio, quando nella Logica del 1909 ebbe a parlare del filosofo che “ha rinunziato alla sua autonomia” e si mette “attorno agli scienziati offrendo poco decorosamente servigi, che quelli ricusano”. Così scriveva: “La verità è che la maggior parte dei filosofi empiristi sono scienziati mancati e filosofi non arrivati, i quali la loro duplice debolezza innalzano a teoria logica: altra prova (se altre occorressero) dell’origine pratica degli errori”. Una pagina, se non altro, ancora da meditare attentamente.

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