LA BELLA CONFUSIONE

Oscar Iarussi

Giornalista e scrittore

Nella Svizzera dell’anima. Note sulla «Giovinezza» di Sorrentino

Michael Caine (a sin.) e  Harvey Keitel con Madalina Ghenea in "Youth - La giovinezza" di Paalo Sorrentino

Michael Caine (a sin.) e Harvey Keitel con Madalina Ghenea in “Youth – La giovinezza” di Paolo Sorrentino

Le conseguenze dell’ardore. Dopo vite piene, feconde di successi, accese dalle passioni, può toccare in sorte una senescenza fatta di oblio intermittente e di parche pipì: «Quante gocce oggi?» – «Quattro o cinque, più o meno» – «Più o meno?» – «Meno». Nulla di tragico sul versante prostatico e neppure su quello esistenziale, considerando che siamo in una lussuosa residenza incorniciata dalle Alpi svizzere. Nei giardini perfetti e negli ambienti termali inevitabilmente «felliniani», i ricordi del desiderio non vengono innescati dalla badante di turno, bensì addirittura da Miss Universo, la modella rumena Madalina Ghenea. È l’icona di Youth – La giovinezza, il nuovo film di Paolo Sorrentino, in concorso al festival di Cannes, dopo il premio Oscar vinto l’anno scorso con La grande bellezza.

La statuaria fanciulla, per dirla con Fantozzi, è «anche lei ai bagni» e si immerge nuda nella piscina del resort-spa-wellness, come nell’italiano corrente si definiscono tali cliniche del benessere. Ad ammirarla, distraendosi per un attimo dalle memorie e dalle schermaglie di un’amicizia sessantennale, vi sono gli ottantenni Fred e Mick, oltretutto consuoceri giacché Lena, figlia del primo, interpretata dall’incantevole Rachel Weisz, ha sposato il rampollo dell’altro, ora fedifrago e in fuga d’amore con una popstar «brava a letto» (Paloma Faith nel ruolo di se stessa). Fred è un compositore e direttore d’orchestra in pensione, allievo ed emulo del sommo Stravinskij, che la regina d’Inghilterra vorrebbe nominare baronetto (giusto come Sir Michael Caine), a una sola condizione sulle prime rifiutata dal Nostro. Quale? Un concerto delle «canzoni semplici» che egli concepì per l’amatissima moglie Melanie, cantante e musa la cui voce si è spenta. Quanto a Mick (Harvey Keitel), è un regista hollywoodiano rifugiatosi nelle verdi valli insieme a un gruppetto di giovani sceneggiatori in cerca di ispirazione per il film testamentario. Verrà raggiunto dall’attrice prediletta Brenda (Jane Fonda, quasi irriconoscibile), che però lo scoraggia col suo cinismo: «Meglio girare fiction in Messico e comprarsi una villa a Miami».

Ecco detti lo scenario e il soggetto di Youth – La giovinezza, girato in lingua inglese e in sala nella versione doppiata in italiano, invero sempre un po’ straniante. Ma il film è il più mosaicato fra quelli di Sorrentino, è intessuto di brevi dialoghi, di episodi non necessariamente coerenti fra loro o, al contrario, di apparizioni immotivate e tuttavia congrue. È il caso del monaco tibetano che cerca da anni di levitare, del giovane attore travestito da Hitler e di due «terapeutiche» presenze/assenze adolescenziali, una ragazzina e una massaggiatrice. Per non parlare del simulacro del pachidermico Maradona con la bombola di ossigeno a portata di mano, cui tocca di assistere al beffardo inserto onirico di un bambino leggiadro sul campo di calcio.

Insomma, a dispetto del titolo, Youth – La giovinezza è un film sull’anzianità e sulla morte, nonché un film sulla perfezione, sulla grazia che può accompagnare gli ultimi anni o «l’ultimo giorno della vita» (titolo della sceneggiatura di Mick). E dell’anelito alla perfezione si nutre la pellicola di Sorrentino, il cui formalismo è portentoso, capace di irretire lo sguardo con le sue immagini magnifiche, quasi zen e quindi votate alla contemplazione/meditazione del vuoto in cui tutti fluttuiamo in balia del caso, del destino, degli incontri o di una corda sospesa sull’abisso. È la corda che nel finale regge Lena abbracciata al suo nuovo compagno alpinista, cui confida: «Io sono molto brava a letto». Vincendo il pudore, l’ha già detto a Fred che chiosa a modo suo: «Certo, lo credo bene, sei mia figlia!».

Già, però a quarantacinque anni, quanti ne ha il regista napoletano, non è un po’ presto per la «perfezione»? Il Fellini amatissimo da Sorrentino più o meno alla stessa età (meno, ne aveva quarantatré) girò 8 ½, un capolavoro sotto il segno dell’imperfezione, storia di un’anima in pena riscattata dal festoso mistero del vivere. Da questo punto di vista Youth – La giovinezza rischia di essere davvero un film «svizzero» per asepsi e precisione, per sterilizzazione di ogni tumulto e difetto, mentre Le conseguenze dell’amore (2004) era un film girato in Svizzera. Non che gli manchino momenti assai intensi, quasi tutti affidati al superlativo Caine, per l’occasione acconciato alla stregua di un Toni Servillo incanutito: i dialoghi con la figlia a proposito della vita familiare sacrificata sull’altare della Musica, l’epifania infantile del pedalare e del cadere in bicicletta, gli incubi di Venezia dove abbandonò la moglie Melanie, le mille attenzioni di un genitore che si perdono nel tempo… Tuttavia Sorrentino non riesce a cogliere il cuore dell’umana insensatezza: volteggiando troppo in alto perde d’occhio la vita, non si affratella ai suoi personaggi e perciò non commuove. E il suo enorme talento sembra patire di superbia, un peccato tipico della (tardiva) giovinezza.

Youth – La giovinezza» di Paolo Sorrentino. Interpreti e personaggi principali: Michael Caine (Fred Ballinger), Harvey Keitel (Mick Boyle), Rachel Weisz (Lena), Paul Dano (Jimmy Tree), Jane Fonda (Brenda Morel), Sonia Gessner (Melanie), Madalina Ghenea (Miss Universo). Italia-Francia-Svizzera-Gran Bretagna, drammatico, 2015. Durata: 118 minuti. 

Recensione apparsa sulla “Gazzetta del Mezzogiorno” del 22 maggio 2015

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