IL SOTTOSCRITTO

Gianni Bonina

Giornalista e scrittore. Vive a Catania. Ha pubblicato saggi di critica letteraria, romanzi, inchieste giornalistiche e reportage. È anche autore teatrale. Scrive su la Repubblica-Palermo.

Mauro Rostagno, una risata lo ha seppellito

Il 26 settembre di 26 anni fa, come oggi, fu ucciso a Lenzi, vicino Trapani, Mauro Rostagno, uno dei fondatori, insieme con Adriano Sofri, di Lotta continua. La sentenza di condanna degli esecutori materiali del delitto, alla fine di un processo durato quattro anni, ha accertato nel maggio scorso che si trattò di un omicidio di mafia. Per anni la pista privilegiata era stata quella che conduceva dentro la comunità Saman e additava la moglie Chicca Roveri e Francesco Cardella, il guru amico-nemico di Rostagno, quali assassini in forza di un’ipotesi molto siciliana di corna e tradimenti, quando il solo siciliano era Cardella, che peraltro stava sempre per mare o fuori. Un’altra pista, anch’essa caduta, aveva adombrato Gladio, la massoneria e i servizi deviati. Finché non è emerso che fu la mafia a uccidere il giornalista che in televisione derideva i boss: con lo stesso tono già usato da Peppino Impastato a Cinisi e Giuseppe Fava a Catania.

Adriano Sofri ha pubblicato due mesi fa da Sellerio un libro, Reagì Mauro Rostagno sorridendo, ricostruendo la vicenda dell’amico di un altro tempo che infiammò la sinistra extraparlamentare e che, interrogato sul caso Calabresi, non volle fare alcun nome, neppure il suo. Ma Sofri sarà condannato a ventidue anni per esserne stato il mandante e una volta libero ha voluto seguire l’intero processo trapanese: per sgravarsi la coscienza e rendere omaggio e onore a un compagno che sorrideva sempre, all’amore come anche alla morte.

Rostagno si segnala per essere stato l’idealista venuto in Sicilia per provare dapprima a veicolare idee sovversive e rivoluzionarie per poi, dopo un viaggio in India, istituire una comunità di “arancioni” seguaci del guru Osho, che presto diventerà un centro di recupero di drogati e di accoglienza di disadattati. Ricorda da vicino Danilo Dolci, anch’egli continentale, venuto in Sicilia per viverci e morire, animati l’uno e l’altro dalla stessa fede nel bene comune, nell’emancipazione popolare, nella lotta alla mafia. Accomunati nell’ideale della solidarietà e del miglioramento delle condizioni sociali, entrambi sociologi, hanno operato pressoché a poche decine di chilometri uno dall’altro, seppure in un arco di tempo che per l’istriano è stato molto più lungo, professando lo stesso coraggio e lo stesso rigore.

Hanno combattuto la mafia allo stesso modo, ma solo Rostagno è stato ucciso. Perché? Perché Rostagno sorrideva e molte volte rideva, tanto da fare dire a Sofri di ricordarne nitidamente il sorriso sempre presente: un sorriso in faccia a chiunque quando bastava una risata per seppellire i benpensanti e i borghesi, atteggiamento di scherno e sberleffo che può essere interpretato come di disprezzo da parte di chi mette l’onore al primo posto. Rostagno, nei suoi telegiornali, non rivelò nulla che potesse procurare un danno alla mafia, così come nulla di compromettente avevano rivelato Impastato e Fava, l’uno dalla radio Aut Aut e l’altro dalla trasmissione di Biagi su Retequattro. Avevano soltanto offeso i boss, prendendoli in giro (Impastato contro Badalamenti) o svilendoli (Fava contro Santapaola), macchiandosi della colpa più grave, tale da meritare la pena di morte: la mancanza di rispetto. Danilo Dolci fu invece severissimo contro il brigantaggio, il banditismo dopo e la mafia infine, ma non mostrò mai alcuna irriverenza, al contrario il massimo della comprensione. Non avendo mai riso alla mafia o sorriso di essa poté così morire sul suo letto e meritare il cordoglio di tutti, mafiosi compresi. Rostagno invece andò pochi mesi prima di essere ucciso in televisione e disse: “Mamma mia che situazione in questa provincia di Trapani! Logge massoniche coperte, intreccio tra politica, affari, mafia, massoneria, tangenti, gente che si fa ricca della povertà altrui… Ci sarebbe  quasi da stare seri se non avessimo voglia anche di ridere”.

Il cofondatore di Lotta continua, che quando Cardella gli ingiunse di lasciare il Gabbiano (la casa in cui dentro Saman abitava con Chicca) rispose con un sorriso, non capì la mafia né i poteri politici ad essa collegati e se ne fece beffe al punto che il telegiornale di Rostagno procurava “un bruciore di stomaco” a tutti, come riferisce Sofri nel suo libro raccogliendo una testimonianza. Voleva rimanere in Sicilia il rivoluzionario piemontese ribattezzato Sanatano e autore di lettere appassionate all’amico Renato Curcio in carcere. Ma ad andarlo a trovare, nella sua tomba al cimitero di Lenzi, è stato l’altro amico e sodale, Adriano Sofri, ingrigito come Curcio e tutti gli altri protagonisti di una stagione all’inferno, e commosso a vedere e ricordare Mauro sempre con i capelli neri, la lunga barba nera e il suo sorriso fatale.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *