CROCE E DELIZIE

Leo Strauss critico di Collingwood e del suo concetto di storia

Quello di Leo Strauss (1899-1973) è stato, come è noto, uno dei tentativi più radicali compiuti nel Novecento per riproporre la tradizione del diritto naturale. Si tratta di una linea di pensiero, che nonostante si sia affermata e abbia avuto un ruolo importante nella prima modernità (da Grozio a Rousseau per intenderci), trova la sua origine in quella classicità greca a cui il nostro fece costante riferimento. L’opera in cui il tentativo straussiano di riabilitazione del giusnaturalismo trova più compiuta e articolata espressione è, come è altresi noto, Natural Right and History, che uscì per i tipi di Chicago University Press nel 1953 (una prima edizione italiana fu pubblicata nel 1957 dall’editore Neri Pozza di Venezia; le edizioni correnti sono invece quelle che Il Melangolo è andato pubblicando dal 1990). Prima di iniziare l’excursus storico delle dottrine del diritto naturale, Strauss nel primo capitolo, intitolato Il diritto naturale e le correnti stioricistiche, sgombra il campo da quello che costituiva il maggiore avversario del suo pensiero, l’antitesi teorica di esso: lo storicismo, appunto. Ciò che egli metteva in scacco è, in concreto, l’ idea storicistica che i valori, lungi dall’essere eterni e fissi, si declinino e specifichino nelle concrete e particolari contingenze storiche. Ma, in verità, con lo storicismo, o meglio con quella che egli considerava l’espressione recente più compiuta di esso, egli aveva fatto ancora più in pofondita i conti un anno prima, allorché aveva pubblicato un lungo e denso saggio per “The Review of Metaphysics”: On Collingwood’s Philosophy of History (Vol. v, No. 4, June 1952). In esso, Strauss aveva commentato puntigliosamente e criticato nelle sue idee di fondo l’importante e postumo volume collingwoodiano The Idea of History, uscito nel 1946 da Clarendon Press (ne è e poi uscita un’edizione rivista di Oxford University Press nel 1994; la traduzione italiana, a cura di Domenico Pesce, è stata pubblicata nel 1966 da Fabbri). Risulta evidente che per Strauss esiste platonicamente un mondo di idee e valori sovrastorici che la filosofia è chiamata a disvelare e a preservare da ogni possibile contaminazione con l’immanenza. La storia non può perciò essere in nessun modo un criterio per la comprensione. Né esiste un progresso storico dell’umanità. Con accenti che sembrano quasi propri del Nietzsche della Seconda inattuale, il che non suoni un paradosso, Strauss chiude il suo saggio affermando che la storia, cosi come lo studio dei pensatori del passato, assume un rilevante significato filosofico solo per uomini appartenenti ad un’eta di declino. Uomini che non sanno piu vivere, che hanno perso cognizione dei loro limiti e quindi la bussola dei valori trascendenti che dovrebbero guidarli. Rispetto alla “logica della domanda e risposta” che stiamo qui delineando, quella di Strauss può perciò essere considerata una critica quasi paradigmatica svolta dalla prospettiva di un rinnovato platonismo, cioè di una metafisica della verità ideale ed eterna. Altrettanto significativa è la critica che allo storicismo si puo rivolgere da un punto di vista irrazionalistico, vitalistico, o anche pragmatistico, ma di essa avremo modo di parlare proseguendo il nostro discorso.

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