IL SOTTOSCRITTO

Gianni Bonina

Giornalista e scrittore. Vive a Catania. Ha pubblicato saggi di critica letteraria, romanzi, inchieste giornalistiche e reportage. È anche autore teatrale. Scrive su la Repubblica-Palermo.

La rinascita di Repubblica che inventa il quotidiano anti-Web

Nella febbre di cambiamento che prende costantemente il quotidiano la Repubblica, geneticamente ossessionato dal bisogno di sentirsi al passo con i tempi, dopo due anni è arrivato oggi un nuovo restyling che stavolta sembra una rifondazione, non nei contenuti ma nel progetto grafico, quando forse il rinnovamento dovrebbe riguardare la sostanza anziché la forma, con l’adozione di uno sguardo non più censorio, saputo e pontificale ma più aderente alle nuove istanze innanzitutto politiche. Per fare un solo esempio, nella farragine mediatica che ha scoperto il “populismo”, facendone un’etichetta o una stella di David che come un segno di appestamento viene attaccata al braccio di grillini e salviniani, ci si aspetterebbe che un giornale moderno e avvertito come la Repubblica non ne ripeta l’uso corrente e lo applichi non per ghettizzare leader e partiti ma per indicare semplicemente fenomeni e atteggiamenti che sono comuni a tutti, Pd e Forza Italia compresi, dove uomini come Renzi e Berlusconi nulla di meno hanno dei Grillo e dei Salvini per essere additati come demagoghi alla ricerca di altari alzati al culto della loro personalità.
Per qualche ragione, il giornale di Calabresi continua invece a cambiarsi d’abito ma rinuncia a fare le analisi del sangue e qualche lifting, nella supposizione che rinnovare la veste equivalga a un mutamento di pelle. Che sia vero? Certamente, se Repubblica rimane il giornale italiano più diffuso e autorevole è segno che ai lettori piace per i suoi contenuti e non per il suo aspetto, che può renderlo solo più gradevole e godibile e non più condiviso e preferibile. Senonché la campagna di presentazione della nuova grafica e la stessa nota di oggi del direttore assumono un rinnovamento dell’offerta giornalistica, data dai rivolgimenti della società, come effetto dell’innovazione dell’apparato formalistico. L’idea che un capo di abbigliamento firmato valga se acquistato in una lussuosa boutique e non se comprato da uno stock rubato, mentre sente un po’ di snobismo, coglie una verità del nostro tempo, nel quale l’abito fa davvero il monaco e la forma è sostanza. Questa intuizione, che può sembrare distorsiva, prova essa sì una volontà di adesione al dato reale e guadagna a Repubblica il merito di aver compiuto non solo ogni sforzo per affermarla ma anche e soprattutto di porla come teoria e di dimostrarne la formula, nella prospettiva capitale di offrire al quotidiano come lo conosciamo una via di salvezza dalla crisi che sembra strozzarlo. Vediamo come e perché.
Il nuovo giornale fondato da Scalfari (ed “Eugenio” è stato battezzato il carattere adottato, che è comunque un Palatino Linotype) è nato nell’ottica non più di un quotidiano ma di un settimanale, con notizie che diventano servizi e che occupano perlopiù una pagina intera, laddove il quotidiano tende tradizionalmente a raccogliere più notizie nella stessa pagina. Repubblica si è resa conto, per prima finora, che con la crescita dei siti e dei social, la notizia vive sempre più un tempo brevissimo, di qualche ora appena, per modo che il quotidiano arriva ormai superato il giorno dopo in edicola. Di qui la necessità di cambiare di categoria e passare, nell’impostazione grafica, cioè nel contenitore, che valga per il contenuto, da quotidiano a settimanale. Un’operazione che dovrà comportare a questo punto un altro salto di segmento, quello dei settimanali che esproprino i mensili, ciò che L’Espresso sta peraltro già facendo, in una manovra di sinergia di gruppo, proponendo servizi come reportage, più lunghi e meno legati all’attualità più stretta.
La settimanalizzazione di Repubblica rileva da precise scelte: foto molto più grandi e colorate, simboliche ed espressive, titolazione non più costituita dai canonici elementi quali occhiello e catenaccio, ma franta e sparsa anche nel corpo del testo, format meno compatti, sommari minuscoli e non ultimo un uso del bianco che diventa dominante e che serve ad arredare la pagina come se fosse esso stesso testo, non più concepito “a pacchetto”, cioè che arrivi necessariamente a chiudere l’ingombro, ma lasciato libero di spaziare con l’incarico di arieggiare la pagina. L’effetto, che può riuscire gradito al pubblico più giovane, la platea di lettori di domani, mentre può deludere la generazione più matura, più avvezza alla lettura dei giornali stampati, opera in funzione di un progetto a lungo termine, alquanto coraggioso e forse prematuro o in anticipo sui tempi. Da un lato tende a piacere ai giovani, che amano non la compostezza di una struttura, anche grafica, ma il movimento e la scomposizione e preferiscono una mise mossa a una tenuta paludata, e da un altro lato fa fronte a un’altra esigenza: quella che il web impone come modello di riferimento e soprattutto di gradimento, fatto di link che sulla pagina del giornale diventano rimandi e di note sempre più brevi, com’è nello stile approssimativo dei giornali online. I testi sbandierati a sinistra, alla maniera costitutiva del web, i fondi colorati, le linee di divisione, che non riesumano le griglie delle vecchie tipografie, ma giocano come schemi propri di tablet e smartphone, sono elementi che hanno il compito di richiamare Internet e sedurre i giovani. Il tentativo riconduce a quello messo già in campo da Robinson, il nuovo supplemento culturale di Repubblica, che soprattutto al suo esordio sembrava volere ricopiare il web, con pagine che dovevano dare l’impressione di scorrere e articoli che cominciavano anche al taglio medio. Taglio che è stato soppresso mentre è rimasto, quasi occasionalmente, quello basso, cosicché la pagina non appare più divisa per piani ma articolata nel disposto di quelle successive.
Se a una prima scorsa il nuovo giornale può indurre un senso di smarrimento e fare rimpiangere quello dismesso, che pure era già un remake e sembrava un modello di per sé innovativo, un più attento esame dell’assetto appena trovato mostra che in questi mesi in Via Colombo a Roma è stato attivo un laboratorio impegnato in uno strenuo esperimento chiamato a trovare l’antidoto contro il male che sta uccidendo i quotidiani. Quello che oggi è stato iniettato nel gusto del pubblico italiano e che offre un tipo di giornale che attendevamo tra cinquant’anni appare una scommessa, un audace blitz nella sfera del futuro e forse soprattutto l’ultimo tentativo possibile prima di arrendersi alla marea montante del Web.

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