IL SOTTOSCRITTO

Gianni Bonina

Giornalista e scrittore. Vive a Catania. Ha pubblicato saggi di critica letteraria, romanzi, inchieste giornalistiche e reportage. È anche autore teatrale. Scrive su la Repubblica-Palermo.

La nuova Marcia su Roma

Di Maio che a Messina grida in giubilo “Siamo al governo e riempiamo ancora le piazze” evoca un clima di consenso che conosciamo bene e ricordiamo male. Dopo la Marcia su Roma, conquistato il potere, anche Mussolini si compiaceva dell’entusiasmo popolare nei confronti del fascismo arrivato per sbaraccare le ossidazioni liberali. Un entusiasmo che avrebbe scaldato i lunghi “anni del consenso” e che avrebbe portato alla dittatura. Fu un consenso che nasceva dall’attesa del Paese di vedere risolti problemi economici e sociali non diversi da quelli di oggi, con la sola differenza che allora il regime voleva conquistare territorialmente il Terzo mondo mentre oggi è il Terzo mondo che il governo non vuole nel nostro territorio. Mussolini parlò alla pancia della gente, come Salvini e Di Maio, promettendo benessere, vantaggi economici, lavoro facile, sostegno alle imprese, prestigio internazionale in Europa, moralità, nell’ambito di un intervento che sarebbe stato detto demagogico e che oggi è chiamato populista. Sappiamo come è andata.
Ma non sappiamo come cominciò. Ebbene, tutto cominciò esattamente come sta succedendo adesso. I grillini erano i fascisti, con un dippiù di violenza e squadrismo che Cinquestelle non ha se non nei modi di una virulenza solo verbale (ma sappiamo, come dicevano i latini, che verba sunt non solo consequentia rerum ma anche substantia) che  però sotto la specie leghista minaccia di essere anche reale, almeno nei confronti degli stranieri immigrati clandestinamente, come anche della delinquenza comune. La retorica è la stessa, quasi ricopiata: linguaggio semplice, diretto, a volte volgare, più sofisticato oggi perché Lega e Cinquestelle si scambiano i ruoli sicché quanto manca a uno dei partner di governo si ritrova nell’altro in un disposto più che combinato, anzi contrattualizzato, che mancava al fascismo.
Al suo avvento al potere, Mussolini trovò difficoltà nell’investitura da parte del re (come il governo gialloverde per farsi accettare da Mattarella) e si presentò al Paese nel migliore abito di chi appaia come la Provvidenza e il salvatore della patria, mostrando a portata di mano obiettivi che i passati e corrotti governi giolittiani avevano precluso in una politica timocratica da trasformare piuttosto in olocratica, interamente del popolo. Allora come oggi le opposizioni democratiche erano imbelli e inermi, stato che permise l’insorgenza di una forma di governo presto destinata a diventare regime totalitario. Mussolini non apparve all’orizzonte alla maniera di Hitler, che aveva programmato addirittura in un libro la trasformazione anche culturale della Germania, ma militò a lungo come giornalista e direttore di un quotidiano socialista, schierandosi dunque apertamente dal lato dei bisogni popolari. Salvini e Di Maio hanno fatto cosa diversa o, come Mussolini, hanno lavorato alla conquista dei loro partiti, portandoli a concepire programmi più pragmatici che ideologici, per poi puntare alla presa dello Stato?
Purtroppo non ci sono differenze tra ieri e oggi, se non di tempi e di atteggiamenti, ma sono facilmente riconoscibili gli stessi processi mentali, sociali e politici.
Gli italiani – ma in generale gli uomini per loro natura, secondo i corsi e ricorsi vichiani e l’eterno ritorno nicciano – sono portati a ripetere gli errori già commessi. Per impedire il ritorno al fascismo la Costituzione ha voluto vietarne ogni forma di apologia, ovvero di manifestazione simbolica e di inneggiamento, insieme con la ricostituzione, ma ha dimenticato di prevedere le forme ibride e eterogenee, irriconoscibili al loro nascere, nelle quali sembrano infatti apparire grillismo e leghismo. Qualcuno potrebbe gridare all’esagerazione. E probabilmente il tono sarebbe lo stesso di chi, come Matteotti, fu ucciso dal fascismo o additò Mussolini come un male crescente quando il duce si rendeva invece sempre più benemerito alla popolazione. Allora, negli anni delle folle oceaniche, nessuno avrebbe mai visto un pericolo liberticida, razzista e guerrafondaio nel fascismo. Ma sappiamo bene che da piccoli i bambini sono tutti buoni e uguali, perché solo crescendo cambiano e alcuni tralignano. Di Maio e Salvini sono ancora bambini nella politica ma bruciano le tappe per diventare grandi e già si atteggiano a ducetti. Per fortuna – piccola e incerta fortuna, in verità – sono due i Mussolini in pectore, per cui uno potrebbe fare da ostacolo all’altro. A meno che, ecco il grande rischio e la scommessa impronosticabile, non gli faccia invece da spalla.

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