IL SOTTOSCRITTO

Gianni Bonina

Giornalista e scrittore. Vive a Catania. Ha pubblicato saggi di critica letteraria, romanzi, inchieste giornalistiche e reportage. È anche autore teatrale. Scrive su la Repubblica-Palermo.

La narrativa non sa più raccontare la mafia

La letteratura sulla mafia può essere divisa in due grandi stagioni: quella antecedente al fenomeno del pentitismo e quella successiva ad esso. Una data di svolta può essere quella della legge 82 del ’91 che introdusse la figura del collaboratore di giustizia, ma che non disciplinò che un fenomeno nato già da qualche anno. Con l’avvento dei collaboratori, primo fra tutti Buscetta che rivelò la “cupola”, la mafia smise di essere un mondo avvolto dentro una nebulosa, per penetrare la quale fossero necessari i narratori, i soli capaci di immaginarla e di raccontarla, per divenire un emisfero rivelato nei suoi recessi più remoti: cosicché, non essendoci più niente da immaginare, il compito di osservarla passò dai narratori agli studiosi, in particolare ai giornalisti. In sostanza non si trattava più di ricorrere ai mezzi della letteratura per conoscere la mafia quale oggetto misterioso congeniale all’invenzione letteraria quanto di studiarla nelle sue dinamiche reali. Più aumentavano i pentiti e maggiore diventava il materiale portato sul tavolo di saggisti e giornalisti, di conseguenza cessò il romanzo di argomento mafioso del tipo di Sciascia e invalse un genere più conforme alle nuove acquisizioni storiche: ma non più nel modello de Il giorno della civetta quanto in quello rivisitato della serie Tv, format che diede La piovra prima e poi Il capo dei capi, una docu-fiction più che una fiction tout-court. Nella narrativa si sono avute prove del tutto epigonali e fuori tempo quali Più scuro di mezzanotte di Salvo Sottile e Willy Melodia di Alfio Caruso. Il fatto nuovo è invece venuto da quanti non si sono presentati come narratori.  Due meritano la stessa palma che Sciascia attribuì a Eric Hobsbawn e Henner Hess quando disse che sulla mafia entrambi avevano detto tutto; e si tratta ancora di due stranieri: Alexandre Stille, autore di Nella terra degli infedeli, e John Dickie che ha scritto Cosa Nostra, il primo del 2007 e il secondo del 2005. Del 2008 è poi Quando la mafia trovò l’America di Salvatore Lupo, giunto a integrare i primi due dal lato mancante degli intrecci oltreoceano tra siciliani e americani. Poi sono venuti saggi pregevolisismi come Il codice Provenzano I pezzi mancanti di Salvo Palazzolo nonché, per citarne uno sugli altri, Pizzini, veleni e cicoria di Grasso e La Licata. Fino ad arrivare, nel cinema, al film La trattativa di Sabina Guzzanti.

In sostanza, fino a quando era stato necessario dare un volto e una natura alla mafia, una descrizione, per essere più precisi, gli scrittori di fantasia o realistici come Sciascia hanno avuto campo libero, anche ben oltre l’istituzione nel ’63 della Commissione parlamentare antimafia dalla quale ci si sarebbe aspettata più verità e meno invenzione. Dopo Buscetta questa industria narrativa dell’interpretazione letteraria è venuta meno. Oggi non ci sono più narratori in grado di rappresentare la mafia, perché non la conoscono negli svolgimenti interni che l’hanno trasformata in quella forma finale nella quale Sciascia prefigurava l’esito del fenomeno, e cioè nell’intermediazione parassitaria tra cittadino e Stato. L’ascesa al potere dei corleonesi, che dalla campagna hanno poi trasferito il regno nella città, l’espandersi dei campi d’azione della mafia, la sua globalizzazione, hanno sterilizzato i narratori rimasti fermi alla mafia rurale, ai rapporti di gomito tra il mafioso e il maresciallo o tutt’al più il deputato del posto. Se prendiamo i maggiori narratori siciliani, da Sciascia a Camilleri a D’Arrigo, Bufalino, Bonaviri, Fava, Addamo, tutti sono nati negli anni Venti e quelli più interessati al tema non hanno conosciuto che la mafia “onorevole”, quella di cui la relazione dell’Antimafia ha poi fatto un libro aperto e ricco di suggestioni romanzesche, di figure di cuntu e di una filologia del potere che si costituiva come contropotere, morgana fortemente tentata di elevare la mafia a sensi epici. Nulla hanno mai saputo (dopo le inchieste di Falcone e Borsellino, la scoperta della cupola e del nuovo sistema di potere mafioso, il dilagante pentitismo) della nuova mafia, la mafia nuda. Così la letteratura, che ha fatto conoscere al mondo la mafia, oggi induce a travisarla e quella che restituisce quando prova ad aggiornarsi non è che una recensione.

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