IL SOTTOSCRITTO

Gianni Bonina

Giornalista e scrittore. Vive a Catania. Ha pubblicato saggi di critica letteraria, romanzi, inchieste giornalistiche e reportage. È anche autore teatrale. Scrive su la Repubblica-Palermo.

Intanto l’Italia pensa a imbavagliare la stampa

La strage di Parigi capita nel momento in cui in Italia il Parlamento si accinge a discutere la legge che mette il bavaglio ai giornali sancendo il diritto di rettifica senza condizioni come deterrente alla “licenza” di stampa. La situazione è dunque questa: mentre in Francia può operare un giornale satirico che fa della “diffamazione” (fino a provocare una reazione estrema e indurre il Financial Times ad additare come “stupidi” i giornalisti del Charlie) il suo statuto, nei modi per giunta dello strumento più incisivo, la satira vignettistica, in Italia invece è visto come inquisitorio, dunque lesivo della reputazione personale e diffamante, l’articolo del giornalista che pure non si esponga allo strumento garantista per eccellenza, la querela di parte.

Se la Camera. dopo il sì del Senato, approverà il testo (più restrittivo oggi di quanto fosse quello di iniziativa berlusconiana: ma stavolta nei giornali non si vedono post-it di autocensura né crociate anti-bavaglio), un giornalista che non verrà querelato dal supposto diffamato, che perciò riconoscerà di non avere alcun elemento da fare valere davanti a un giudice, potrà essere offeso e umiliato da chi avrà offerta, peraltro del tutto gratuitamente, la possibilità di pubblicare entro 48 ore un proprio articolo di replica, che a differenza di quello del giornalista (legato al rispetto dei fatti e alla verifica delle fonti) non solo potrà tradursi in una diffamazione dello stesso giornalista e in una forma di pubblicità personale nonché in un auto-encomio pubblico ma anche in una propalazione di menzogne, accuse, insinuazioni e improperi non suscettibili di alcun controllo da parte del giornale. Un’autentica assurdità che potrebbe raggiungere forme avanzate in cui il sospetto diffamato si accordi con un giornalista perché dopo un suo articolo appena contrario (dipendendo dalla sensibilità e dal giudizio del diffamato il grado di avversione) gli sia dovuto per legge di operare un accesso forzato in un giornale costretto ad aprirgli le colonne e dargli lo spazio che vuole. Un’assurdità che trova spiegazione in un compromesso che è alla base della legge in discussione: libertà di rettifica obbligatoria a scanso di pene detentive e ricorso solo a condanne pecunarie.

Ma chi dovrà pagare? Il giornalista diffamatore, che non avrà alcun titolo per decidere se pubblicare la rettifica, compito che spetta al direttore, o il direttore che anche se ha letto l’articolo diffamatorio non ha la stessa conoscenza dei fatti del giornalista autore dell’articolo e dunque nella necessità di prestargli o meno fiducia? Avremo redazioni in cui il talento del giornalista si misurerà in base al grado di fiducia che ripone in lui il direttore? Avremo direttori che pur di non ospitare rettifiche di persone sgradite sceglieranno di non pubblicare articoli contro di loro? E avremo giornalisti che prima di pubblicare un articolo lo faranno leggere a chi ne costituirà oggetto, magari concordandolo insieme? E poi: nella percezione del lettore, quale costituirà notizia: l’articolo o la rettifica? Cosa sarà vero se i fatti saranno oggetto di valutazioni fondate su opinioni di parte e versioni personali alle quali occorrerà esercitare solo una delle due funzioni tra credere o dubitare?

Insomma, perché se esiste l’istituto della querela, che garantisce ogni forma di risarcimento, anche pecuniario, il Parlamento italiano nella sua quasi totalità si sta addicendo a varare una legge che costituirà un quid minus rispetto alla querela e che finirà per mettere la sordina ai giornali trasformandoli in bollettini debitamente compilati e politicamente conducenti? Certamente appariranno non altro che soldi sprecati i vertici che il ministro dell’Interno ama convocare con lena in vista di possibili attacchi terroristici a organi di stampa italiani quando tutti gli organi di informazione saranno messi nella condizione di non nuocere a nessuno, nemmeno all’ultimo ragioniere, altro che ai guerriglieri dell’Jihad. E’ uno scenario del quale abbiamo già qualche assaggio nel caso di Erri De Luca, finito sotto processo per avere espresso una sua opinione sull’opportunità di una grande opera pubblica, senza alcuna offesa a nessun dio e nessun notabile, e nella sopravvivenza di norme costituzionali che, parlando solennemente di vilipendio e apologia, vietano di criticare il capo dello Stato, reato nel quale è incappato il giornalista Enrico Deaglio, e di professare ideali fascisti. Altro che vignette e battutacce! In Italia è ancora oggi proibito non solo esprimere la propria opinione e magari scriverla, ma anche professare una propria fede politica. In Francia, dove aleggia ancora in profondità nella coscienza comune lo spirito di Voltaire, è invece un caposaldo della democrazia sbertucciare i potenti e farsi beffa di ogni credo religioso: cosa che in Italia può ritrovarsi al massimo nelle edulcorate e peynetiane vignette dei nostri disegnatori che concepiscono l’invettiva nell’ambito della caricatura anzichè della battuta.

Sicché non esistono giornali satirici né quelli tentati hanno mai eguagliato la mordace tradizione d’Oltralpe. Dove la satira può anche armare i fondamentalisti islamici al colmo della loro tolleranza, mentre in Italia i giornali non hanno avuto nel 2006 nemmeno il coraggio di riprodurre le vignette antislamiche danesi per paura o inveterato costume. Tuttavia, con bella faccia tosta, Renzi trova di poter dire che siamo tutti francesi. Dio lo voglia davvero un giorno.

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