IL SOTTOSCRITTO

Gianni Bonina

Giornalista e scrittore. Vive a Catania. Ha pubblicato saggi di critica letteraria, romanzi, inchieste giornalistiche e reportage. È anche autore teatrale. Scrive su la Repubblica-Palermo.

Insegniamo ai musulmani a ridere e diciamo le ragioni del lupo

Le vignette, anche quelle del Charlie Hebdo,  non offendono per il loro contenuto e quindi perché tali ma per il riso che suscitano e dunque solo se fanno ridere. E’ la risata che colpisce, non la caricatura: la quale è l’arma da cui parte un proiettile che può anche mancare il bersaglio. Nel caso del giornale satirico parigino, le vignette sfornate da anni a getto continuo sono andate tutte a segno, generando così una risata così gigantesca da essere apparsa un bombardamento ininterrotto. La reazione di quanti a Parigi sono stati resi oggetto della risata è stata estrema perché si è trattato di connazionali che si sono sentiti obiettivi più vicini, riconoscibili e immediati. La loro rabbia, sfogata dentro il Charlie contro giornalisti, vignettisti e ogni malcapitato, non muoveva in odio ai vignettisti ma a quanti ridevano delle loro vignette, giusta la teoria di Bergson per cui quanti ridono si rendono complici tra di loro di una manovra denigratoria. Non potendo però uccidere decine di migliaia di francesi, hanno risolto di colpire la fonte dell’offesa, sapendo pur bene che con ciò non avrebbero certo potuto zittire il giornale, che sarebbe rimasto in vita per giunta rilanciato dal poco che era. Si può parlare di provocazione per cui i tre integralisti islamici divenuti assassini avrebbero potuto avere in un tribunale le attenuanti? Forse sì, a ragione non tanto di una provocazione di livello nazionale ma di una cultura, quella orientale, che ha col riso un rapporto diverso dal nostro.

Il gesto da parte di molte donne di coprirsi la bocca per una risata (ancora oggi in uso nelle regioni un tempo sottoposte al dominio islamico) è di origine araba e, oltre che mascherare un cattivo gusto, riprovevole soprattutto in una donna, intende testimoniare una forma di rispetto perché ridere è considerato un atto sinonimo di offesa. La cultura musulmana depreca il riso, generalmente frutto di uno stato alterato della coscienza qual è quello dell’ubriachezza, e vede in esso una condizione di ostilità nella quale non distingue le nostre sofisticate e sottili categorie dell’ironia, dell’umorismo, del sarcasmo e della comicità. I musulmani non hanno avuto l’illuminismo e l’Enciclopèdie francese che hanno portato tra l’altro Victor Hugo a concepire un personaggio di romanzo nato con una smorfia facciale atteggiata a una perenne e ingannatrice risata con la quale raggirare il mondo. Non hanno soprattutto il Carnevale, visto dal filosofo Michael Bachtin come rovesciamento della morale corrente e riduzione al grado zero non solo del linguaggio ma anche della società. La vignetta satirica è il concentrato del carro allegorico, ma con la differenza che trascende con disinvoltura nella derisione della religione quale essa sia, campo nel quale anche la comicità come la conosciamo trasmoda senza suscitare soverchia contrarietà. Noi occidentali sappiamo ridere (lo abbiamo imparato) e ridiamo anche di noi e dei nostri santi. I musulmani no. Noi abbiamo un pontefice che ride sempre e sprizza gioia mentre è impensabile immaginare un imam, un califfo o un ayatollah sorridente.

Allah ride, è vero, ma in realtà se la ride dei nemici, per cui il suo è più che altro un ghigno. Anche negli hadith si trovano sorrisi e risate ma sempre nello specifico significato di superiorità e sprezzo. Retaggio questo della stessa Bibbia dove il Dio degli ebrei ride più volte nel solo senso che si fa beffe dei suoi avversari. Anche Sara, la moglie di Abramo, ride: addirittura di Dio quando le viene annunciato che, seppur vecchia, avrà un figlio che sarà Isacco, il cui nome significa “che riderà”. Sara nega di aver riso, rendendosi conto dell’immane errore, ma Dio in tono riprensivo ribadisce: “Sì, tu hai riso”, intendendosi dire oltraggiato. Nel Vangelo di Giuda persino il serissimo Gesù Cristo (che secondo l’Umberto Eco de Il nome della rosa non ride mai, ma è da escludere che alle nozze di Cana se ne sia stato col muso dopo il miracolo della moltiplicazione dei pani) ride a crepapelle degli apostoli che vede adorare un dio che è invece Satana.

Ridere significa nella sua accezione originaria schernire. Lo fanno anche le divinità dell’Olimpo che vediamo ridersela degli uomini. E’ la goffaggine che fa ridere. O meglio, fa ridere ciò che appare goffo o, come diceva Bachtin, grottesco. Sicché Penelope ride di Telemaco perché sternuta, le serve se la ridono del forestiero nel quale si nasconde Ulisse e Demetra ride dell’ancella Baubo che per consolarla della perdita di Kore si tinge oscenamente il ventre, così come in altre civiltà fanno la figlia del dio egizio Sole mostrandosi nuda, una schiava del Giappone del primo secolo che si spoglia per fare ridere un’altra dea e una divinità eddica alla vista di un uomo con il pene piccolo. L’oscenità è dunque fonte di risata dove oscena è anche l’ostentazione non solo di parti anatomiche ma anche di aspetti morali e culturali. Pirandello ha elaborato una complessa teoria sul riso stabilendo il principio che ridiamo per un sentimento del contrario che ci prende alla vista di una scena che diventa oscena, cioè contraria alla regola.

Non è la follia comunemente associata alla risata che nel pensiero classico distingue e provoca il riso. Ippocrate viene chiamato dai concittadini di Democrito perché lo guarisca dalla sua insania che lo spinge a ridere continuamente. Ippocrate stabilisce che i veri malati sono gli abitanti di Abdera perché non capiscono, essendo stupidi, che Democrito se la ride delle loro effimere passioni, della caducità della vita e dei loro modi tesi a procurarsi beni e piaceri di nessun valore. Se è vero, come diceva Kant, che il sogghigno ha la stessa valenza dell’odio e se ridere equivale a deridere, per cui Aristotele vedeva nella commedia, ancor più che nella tragedia, uno strumento di invettiva da usare con cautela come se fosse un’arma, tutte concezioni queste di cittadinanza occidentale, possiamo ben capire che i fatti di Parigi, in una stagione di altissime tensioni internazionali determinate dall’escalation dell’Isis, hanno avuto l’effetto simile a una pentola a pressione. Più che prudenza occorreva ai redattori del Charlie comprensione e una maggiore aderenza alla realtà delle cose. E mentre dobbiamo pensare come insegnare ai musulmani a ridere, quel che occorre a noi è ricordare il Socrate del Fedro quando osserva che è giusto dire le ragioni del lupo: quello di Esopo che vede dei pastori mangiare una pecora ed esclama: “Chissà che putiferio se fossi stato io”.

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