CROCE E DELIZIE

Individuo, etica, umanità. Piccola e libera (solo apparentemente astratta) riflessione filosofica

Ognuno di noi si sceglie nel corso della vita i compagni di viaggio. E questo vale a tutti i livelli: dall’amore o dall’eros fino ai diversi gradi e dimensioni dell’ amicizia. Ma è pur vero che il rapporto fra due o più persone non può mai essere unidirezionale. Si sceglie, ma occorre anche essere in qualche modo scelti, corrisposti. Ad un conoscente che diceva che egli sceglie i suoi compagni in base a valori etici ho detto che anche io faccio più o meno lo stesso. Temo però che il suo concetto di etica sia alquanto diverso dal mio. A me non piace fare il moralista in generale, figurarsi verso chi scelgo a compagno di vita! Sono invece attratto dalle persone che mi sembrano corrispondere alla vita, che la amano anche nelle sventure, che sono un sinolo di contraddizioni. E che perciò sono vive. Non amo le persone ad una dimensione, con pochi lati irrisolti, senza una vasta e varia esperienza di vita. Non amo le persone che fanno della trasgressione una norma, ma nemmeno quelle che fanno della norma un habitus. Cerco le persone con una forte personalità. Amo, come il filosofo a cui è dedicato questo blog, le “vite di fede, avventura, passione”; meno la vita semplice e prosaica del “cittadino onesto” ma che a scavar bene onesto non è. Ma cosa significa, corrispondere alla vita? Non è concetto generico e vago? Non penso, e provo a spiegarmi. Io sarò forse un liberale atipico, come mi dicono, ma davvero non credo in quello che viene considerato il “fondamento” (sic!) del liberalismo, e forse lo è solo di una sua versione arcaica e “imperfetta”: l’individuo. In particolare, se esso è concepito come una monade o una sostanza indivisa e indivisibile. Per quanto possa sembrare il contrario, penso che l’uomo con la sua individualità non sia all’inizio di un processo ma ne sia un risultato di risulta. Voglio dire che  viviamo in un rapporto di reti, interrelazioni, da cui è impossibile uscire: forze contrastanti ci attraversano e ci determinano, sempre provvisoriamente e sempre precariamente. Croce, nella Filosofia della pratica (1909), scriveva a ragione, con un motivo che ritornerà in tutto il grande pensiero novecentesco (da Ortega a Heidegger, ad esempio) che “l’uomo è la sua situazione”. Da questa situazione non esce, a ben vedere, nemmeno l’eremita, il solitario: il suo è comunque un distanziarsi e un differenziarsi dagli altri, e quindi ancora uno stare in rapporto con loro. Per comprendere la realtà bisogna perciò non dividere, separare, come fa la mentalità astratta e intellettualistica dei più, ma aderirvi il più possibile. L’essere e il vero, sono hegelianamente, l’intero: uno studioso profondo di Croce ha parlato non a torto di “panteismo etico”. Le persone che continuamente giudicano, si indignano, lanciano moniti, peccano a mio avviso in umanità. La quale la si conquista per addizione non per sottrazione, in profondità non in semplicità (“dire sì sì no no” non mi è mai sembrato atteggiamento morale!). L’individuo sorge per una continua fenditura che si apre nell’essere, e che ha a che fare con la temporalità probabilmente: la storia si giudica come necessità, ma si vive come libertà; il giudizio appartiene in qualche modo al passato, mentre l’azione al futuro (anche se il discorso è sicuramente più complicato). L’individuo si vive quindi nell’azione e non è altro, per me, che il momento pratico, utilitario, vitale. Più che di individuo io parlerei del momento dell’individuazione, cioè della determinazione provvisoria di cui dicevo sopra. L’individuo è anche, potremmo dire, il momento del “negativo” che mette in moto la dialettica. Ma il “negativo” vive anche per essere “superato”. Chi rimane fermo in esso, pecca in umanità!

 

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