IL SOTTOSCRITTO

Gianni Bonina

Giornalista e scrittore. Vive a Catania. Ha pubblicato saggi di critica letteraria, romanzi, inchieste giornalistiche e reportage. È anche autore teatrale. Scrive su la Repubblica-Palermo.

“Il trono di spade” ci fa tutti Estranei

Il successo della serie Tv “Il trono di spade” – e quindi del ciclo di romanzi di George R.R. Martin “Cronache del ghiaccio e del fuoco” da cui è tratta – deriva dalla libertà con cui il genere fantasy trasmoda nell’epos. Una libertà che diventa assoluta licenza nella commistione che fa di ogni epoca e di tutte le epiche senza però arrivare mai ad alterarne l’unità d’insieme. Il risultato di un vertiginoso patchwork mai tentato prima, se non in una riconoscibilissima e passatista sfera ucronica apparsa di corto respiro, è di aver reso plausibile e coerente quanto è invece incompatibile: la ragione di Stato per esempio e le macchinazioni politiche di piena logica e razionalità combinate e integrate senza sforzo con l’azione di draghi sputafuoco e addirittura casi di resurrezione dalla morte per proprietà magiche. Appunto è il fantastico che diventa realistico per cui accettiamo che una donna entri in una pira e ne esca illesa o che una centenaria si nasconda nel corpo di una bella signora in rosso o ancora che esseri sovrumani fatti di solo scheletro come i loro cavalli possano perpetuarsi e moltiplicarsi temendo solo l’ossidiana o, continuando, che un ragazzo maturi capacità divinatorie, abbia il dono della preveggenza e possa tornare nel passato.
La resa della realtà è così dettagliata e curata, soprattutto nei costumi e nelle ricostruzioni storiche, che l’impossibile viene visto e vissuto non come una trascendenza ma un’immanenza. Metalupi, corvi con tre occhi, uomini che possono togliere la vista e giganti di trenta metri, nonché alberi antropomorfi, superbombe che fanno saltare un tempio e stagioni che durano lustri entrano a fare parte senza traumi di un mondo ordinario, il nostro, che costituiscono in una nuova foggia sulla base di una equazione progressiva: più le aberrazioni dell’umano agire toccano punte di abominio e crudeltà e più accettabili appaiono le figure dell’irrealtà, cosicché l’equivalenza tra disumano e sovrumano rimanga sempre costante. L’assimilazione dell’elemento soprannaturale nella condizione e nella vicenda umana è alla fine la causa di giustificazione della sua dismisura e la violenza di ogni tipo che viene esercitata funge da motivo di legittimazione di ogni eccesso del creato.
In questo mondo post-tolkiniano, dove gli elfi sono sostituiti da lugubri cavalieri che inalberano vessilli nelle cui forme è possibile intravedere anche svastiche ridisegnate e nelle nere armature non epiche uniformi di nobili samurai di Kurosawa ma usberghi di demoni del male, i valori che contano sono il giuramento di vendetta, l’ambizione, l’appartenenza a una coalizione vincente. Si tratta di un mondo che non ha relazione alcuna con quello reale ma la cui geografia divide un Occidente e un Oriente prefigurando uno scontro di civiltà e un dominio globale al cui esito sono impegnati popoli che parlano lingue diverse, adorano divinità diverse ma perseguono lo stesso fine esercitando gli stessi mezzi politici e militari: la cospirazione e l’annientamento.
Sebbene l’ambientazione sia di tipo medievale, di un Medioevo ridotto a unicum dal totale dei suoi variegati elementi, per cui vediamo insieme la giostra del Trecento e l’arte militare con l’impiego del fuoco del Cinquecento, abiti duecenteschi e abitazioni rinascimentali, tutto dentro un fondo pervasivamente scespiriano e dunque anche magico, numerosi sono i rimandi narrativi al peplo, con le analogiche lotte di gladiatori, al gotico con l’incombente presenza degli Estranei, al romanzo cavalleresco, a quello picaresco e pure a quello d’appendice e cappa e spada.
Il segreto della fortuna della saga è riposto nella trasgressione operata sulla storia come pure sulla mitologia e la religione ma preservando il fondamento della natura umana su cui la storia è del tutto ininfluente rispondendo piuttosto a un’istanza universale e immutabile. Il peggio della nostra condizione è stato concentrato in una saga nella quale anche uno spirito buono come Sansa Stark si rivela una spietata vendicatrice e una guerrafondaia oltre che una indomita pretendente al potere. I buoni come Jon Snow o Daenerys Targaryen, e persino il “Capo dei passeri” dall’aria evangelica e ispirata all’adorazione dei Sette dèi nutrono sempre un sentimento di morte che li fa strumenti di morte stessa: che è declinata in così tante forme da lasciare credere che la saga sia una sua fenomenologia o una celebrazione. La morte che diventa un dato comune ed è attesa come riconoscimento di una vita da onorare e ricordare secondo precetti di derivazione omerica viene banalizzata al punto da essere svuotata di ogni sacralità. In questo scenario gli uomini si combattono e uccidono nel segno e nel sogno di un dominio da conquistare, Non per il bene né per l’affermazione del male, ma solo per il primato di se stessi entro una logica di solipsismo che esclude anche la famiglia e il clan.
Siamo in epoca certamente medievale, né può essere diversamente se si vuole cogliere il senso di un oscurantismo sospeso come un cielo oscuro: Ma è un Medioevo indistinto, che a volte ci appare alto e a volte, per la presenza per esempio dei libri e di biblioteche, molto basso, arrivando ad essere anche ottocentesco, laddove un cavaliere viene rimproverato di essere troppo romantico, e persino novecentesco con il fosco clima suggerito dal passo degli eserciti di chiara evocazione nazista.
Che sia una saga fortemente diseducativa e distopica non sembra in discussione. Che piaccia a milioni di persone al mondo, al di là di ogni distinzione di lingua e razza, è aspetto anch’esso indubitabile. Si rivolge agli istinti profondi dell’uomo, sollecitandone le ambizioni proibite. La perfezione con la qual è cinematograficamente realizzata la rende vera e credibile e perciò più dannosa: istiga alla violenza, incoraggia la sete di potere, spinge al vagheggiamento di ideali di tipo mafioso e a perseguire aspirazioni naziste. Stimola l’immedesimazione e incoraggia il parteggiamento, crea assuefazione, induce istinti omicidi. Tutto ciò la produzione consegue con un uso magistrale e diabolico delle tinte scure, delle scene notturne, del bianconero mentre ci affascina con grandiose scene di massa e uno sviluppo della trama che, a parte non poche variazioni e digressioni che appaiono aggiunte inventate sull’episodio, sembra essere stata concepita in partenza e non, com’è in tutte le serie Tv, secondo la fortuna della saga, proponendo riusciti rivolgimenti di scena, improvvise ripartenze, nuovi personaggi e offrendo soprattutto la scelta, audacissima, di decretare la morte di una figura quando essa raggiunge la massima popolarità e un prioritario grado di presenza: scelta teoricamente contraria all’esito di una serie ma di grande effetto agli occhi dello spettatore che sa di potersi aspettare di tutto e di non dovere dare niente per scontato.
Alla fine diciamolo: “Il trono di spade” è troppo bello per non essere brutto. Il rischio è che faccia da modello e adduca nel mondo una voglia di violenza e un senso di morte che potrebbero renderci tutti degli Estranei.

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