IL SOTTOSCRITTO

Gianni Bonina

Giornalista e scrittore. Vive a Catania. Ha pubblicato saggi di critica letteraria, romanzi, inchieste giornalistiche e reportage. È anche autore teatrale. Scrive su la Repubblica-Palermo.

Il papa ad Auschwitz, le parole che inquietano

Papa Francesco ad Auschwitz ha pregato da solo. Cosa significa che ha pregato da solo se è stato per tutto il tempo ripreso dalle telecamere? Invece che farsi vedere solo da una decina di persone ha preferito mostrarsi a centinaia di milioni di spettatori. Il raccoglimento che ha inteso osservare sarebbe stato tale non solo se non avesse praticamente posato in televisione ma soprattutto se nessuno, escluso Dio, avesse mai saputo che nel luogo massimo dell’orrore umano egli fosse entrato da solo lasciando tutti fuori dal cancello senza che nessuno sapesse cosa volesse fare. E questo perché così ha voluto Cristo. Il quale ha condannato quanti pregano nel tempio girandosi indietro per farsi vedere in preghiera.

Il papa ha fatto di più: ha scritto (in italiano) nel registro dei visitatori le parole “Signore, abbi pietà del tuo popolo. Signore, perdona tanta crudeltà” ed ha permesso che il testo fosse fotografato, ripreso e diffuso. Poi, parlando ai ragazzi radunati a Cracovia si è chiesto più volte dov’è Dio se nel mondo c’è il male, dando una risposta che però non soddisfa. Secondo Francesco Dio è in ciascuna vittima del male, “profondamente identificato con ciascuno” cosicché ogni uomo che soffre rinnova la crocifissione e coopera alla redenzione dell’umanità. Mi sarei aspettato che dicesse che Dio è con ciascuna vittima e non in ciascuna, perché morendo sulla Croce Cristo ha salvato per sempre gli uomini dal peccato senza lasciare ad essi il compito di continuare l’opera sottoponendosi alla riproposizione del male.

La presenza del male nel mondo non può essere spiegata come prova di sacrificio né considerata un mezzo insuccesso di Cristo che non avrebbe completato la redenzione. La presenza del male può essere spiegata solo in base alla presenza del bene, secondo non tanto il postulato di Pascal “senza Dio non c’è Satana” quanto alla luce delle stessa fede cristiana, la quale c’è solo se Dio non si manifesta né per fare il bene né per permettere il male. Se Dio si rendesse manifesto e desse prova reale della sua esistenza non occorrerebbe più la fede che è il fondamento della nostra religione, bastandoci sapere che da qualche parte agisce un Signore onnipotente padrone delle nostre vite. La prova ontologica potrebbe venire anche dalla certezza che l’atto più disumano che possa essere immaginato e realizzato non si avrà mai. Non potendosi avere, capiremmo che è Dio a non volerlo. Ma la storia ci dice che non ci sono atti fisicamente possibili che, al di là del loro orrore, non si siano avuti, per modo che l’uomo è portato a rivolgersi a Dio e impetrare la grazia e il perdono in base ad un credo che è una professione di fede.

Papa Francesco che da un lato chiede perdono a Dio per la crudeltà dell’uomo e dall’altro, subito dopo, si chiede dov’è Dio quando l’uomo commette il male, prova a salvare il discernimento umano e nello stesso tempo induce a pensare che la Rivelazione non sia compiuta perché Dio continua a morire ogni volta che si identifica in ciascuna vittima del male. Ma la Rivelazione si è già avuta. Essa ha introdotto nel mondo l’elemento più dirompente che mai religione abbia immaginato o osato proporre: la resurrezione dell’uomo, cosa che è difficilissimo credere senza che si abbia una forte fede in ciò che Cristo ha detto e dimostrato. La fede dunque non può essere minata da un accostamento al mistero della teodicea in forza di una dottrina posta piuttosto ad ammetterlo a dimostrazione e sostegno della fede stessa. Non si può concepire che ogni vittima del male rinnovi il sacrificio di Cristo e quindi la Rivelazione senza mettere in discussione la resurrezione che è la vera novità del cristianesimo e il motivo primario per cui crediamo in Dio. La resurrezione è servita al cristianesimo per vincere il paganesimo offrendo all’umanità una via della salvezza non più cosmica ma personale: l’uomo, morendo, non doveva più sentirsi appagato del fatto che la sua anima andasse a fare parte dell’universo naturale, dell’ordine del mondo, della perfezione del cosmo, diventando infinitesima parte di un tutto estraneo, ma poteva sperare nella resurrezione materiale del proprio corpo e in una vita eterna senza più sofferenza. Il massimo che ci si possa augurare come esseri mortali.

La grande forza del cristianesimo è stata la ricomposizione del mondo in una promessa: alla quale, com’è per tutte le promesse, occorre credere senza avere prima prova che sia mantenuta o che sia realizzabile. Se perciò accettiamo di credere alla promessa divina di vita eterna e di resurrezione del corpo, non possiamo poi nutrire una fede dimezzata che ci consenta di adorare Dio quando fa il bene e di dubitare della sua bontà infinita quando vediamo il male. La fede è indivisibile, come lo è il male dal bene. Già San Paolo ammetteva che volendo compiere il bene si ritrovava a commettere il male. Ma per ragioni che sfuggono e inquietano, Francesco ha voluto correggere non il mistero della teodicea ma la dottrina della salvezza. Perché?

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