IL SOTTOSCRITTO

Gianni Bonina

Giornalista e scrittore. Vive a Catania. Ha pubblicato saggi di critica letteraria, romanzi, inchieste giornalistiche e reportage. È anche autore teatrale. Scrive su la Repubblica-Palermo.

Il mistero di un brano delle “Fenicie” di Euripide

I versi 202-213 delle Fenicie di Euripide (in scena a Siracusa) presentano problemi di traduzione e di interpretazione che, affrontati con soluzioni diversissime, sono rimasti tutt’oggi irrisolti. Il brano riguarda l’ingresso del Coro, composto dalle donne fenicie dirette a Delfi e di passaggio a Tebe (città di origini fenicie e non lontana dall’oracolo di Apollo) dove rimangono trattenute per l’arrivo dell’esercito argivo. Raccontano di aver lasciato Tiro e varcato il Mar Ionio su una nave sospinta dallo Zefiro lungo la costa della Sicilia. Senonché Tiro si trova nell’odierno Libano che è bagnato dal Mar Egeo e non dallo Ionio. Si è allora supposto che Tiro stia per Cartagine, che è una sua colonia, per modo che Euripide cita la madrepatria in omaggio alla storica vocazione di Atene che proprio negli anni 410-409 quando la tragedia viene rappresentata gioisce per la vittoria di Cartagine (accorsa al fianco di Segesta, fondata da migranti ateniesi) riportata su Selinunte, colonia dell’odiatissima Siracusa il ricordo della cui vittoria su Atene è ancora cocente. La fanciulle del Coro sarebbero dunque dirette a Delfi in segno di ringraziamento per la guerra vinta.
Ma le cose si complicano per la presenza dello Zefiro che è un vento di occidente: come tale sarebbe coerente con la provenienza da Cartagine e quindi con la navigazione nello Ionio e le viste della costa sicula, sicché lo Zefiro agevolerebbe la nave verso la Grecia. Epperò Euripide parla di “keladema” e “ippeusantos”, cioè di frastuono e di cavalcamento, intendendo non già un viaggio favorito dalla brezza, ma un contrasto della nave contro le onde, che sarebbero cavalcate con l’effetto di uno strepito, per cui la direzione tornerebbe ad essere da est verso ovest mentre “pnoias” non starebbe per brezza ma per soffio.
Come se non bastasse, un altro equivoco è rappresentato dalle pianure improduttive della Sicilia di cui parla il testo, sempreché di pianure si tratti. Grecisti come Angelo Tonelli traducono infatti “onde sterili della Sicilia” con riferimento al mare e non alla terra, ma altri quale Filippo Maria Pontani  parlano di campi. In realtà la traduzione più letterale del brano “pleusasa perirruto uper akarpiston pedion Sikelias” suona a maggior confusione: “Sulle sterili pianure che scorrono intorno alla Sicilia”: formula che ha indotto il grande Ettore Romagnoli a trovare una indecifrabile via di mezzo tra mare e terra, traducendo “i piani sterili che cingon la Sicilia” e rendendo così la comprensione ancora più difficile.
Euripide è forse intenzionalmente oscuro perché ha memoria di Omero che nell’Odissea chiama Fochis, da cui è nata Tòosa madre di Polifemo, il “signore del mare improduttivo”? Nel dubbio (compreso quello che il dio dei mostri marini domini anche il mare siciliano, accettando perciò un’anagrafe sicula del ciclope) Euripide non usa l’aggettivo “atrugetos”, epiteto omerico del mare che non dà frutti, ma “akarpistos”, da “karpizo” che vuol dire fertilizzare con maggiore richiamo a un campo. Eppure, secondo una notizia di Aristotele, Euripide è stato in Sicilia come ambasciatore di Atene e ha tenuto un discorso a Siracusa, quindi può avere avuto prova o meno della pescosità del mare e della fertilità della terra.
Enrico Medda, autorevolissimo grecista pisano e autore della traduzione delle Fenicie siracusane, nonché esperto indiscusso proprio di questa tragedia, ha dato del brano una versione drasticamente dissonante: “Viaggiammo sul mare con la nave al soffio di Zefiro dal dolce suono che galoppava nei cieli”. Elimina ogni accenno alla Sicilia, non parla di campi o onde sterili e risolve il problema della direzione immaginando che la nave non vada incontro alle onde ma le galoppi velocemente. Resta alla fine la domanda: ma da dove vengono le vergini del Coro?

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