LA GUERRA DEI TRENT'ANNI

Lo Sguardo

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Il merito c’entra!

«È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». L’articolo 3 della Costituzione italiana è compatibile con l’idea di “merito”? L’articolo è citato in apertura del contributo di Valeria Ottonelli in «Paradoxa» VI (2012), dove l’autrice si chiede piuttosto se esso sia ascrivibile o meno allo spirito liberale, seguendo un dibattito nato sulle colonne del Corriere della Sera ed esteso a diversi esponenti della cultura liberale italiana. Ma al centro della riflessione di Ottonelli (e di molti altri che si sono espressi ultimamente sul tema, ad esempio nel convegno “Cosa è ideologia”, tenutosi alla LUISS lo scorso 14 giugno, o persino nei dibattiti televisivi dei principali canali nostrani), campeggia la tesi per cui “Il merito non c’entra”: l’articolo 3 della nostra Costituzione è interpretabile in senso liberale, mentre non lo è – ed è anzi incompatibile con un genuino liberalismo – l’idea che si possa dirigere meritocraticamente dall’alto, mediante valutatori di professione, la società. La “retorica del merito” nasconde infatti l’intento di garantire obiettivi di efficienza economica ed è al servizio di una “ideologia liberomercatista”, un vero tradimento dell’articolo 3 della nostra Carta.

E tuttavia, malgrado ogni ragionevole argomentazione e preoccupazione d’eccesso dirigistico, pare proprio che il merito c’entri eccome. Il sentore che si raccoglie anche dalle dirette discussioni con amici e coetanei, e che attanaglia la generazione che – come si dice un po’ paternalisticamente – “si affaccia al mondo del lavoro”, è quello per cui nel nostro paese manca oggi tanto un’autentica applicazione del principio costituzionale sancito nell’articolo 3, quanto una vera promozione del cosiddetto merito. La discussione sul tasso di “liberalismo” di entrambe le suddette (mancanti) componenti retrocede quindi dinanzi alla loro semplice evanescenza, e le due cose si condizionano a vicenda. Il merito, che non è nulla di ideale ma, molto concretamente, una differenza specifica nella preparazione e competenza delle persone in rapporto a un determinato incarico, non può che emergere da un’eguaglianza di partenza nelle possibilità di accesso al sapere e alla formazione: mancando l’una, non può che mancare l’altro. Se, infatti, la vita di un giovane neolaureato è bloccata dalla precarizzazione a tempo indeterminato, che lo costringe a disperdere le proprie competenze nella ricerca di lavori non congruenti alla propria formazione e a trascurare progressivamente, per mancanza di tempo, denaro, motivazione, il perfezionamento e l’arricchimento del proprio bagaglio di conoscenze, la sua competitività sul lavoro si erode progressivamente, allargando in modo inaccettabile il gap tra ciò che egli è (dovrebbe) essere in grado di fare e ciò che effettivamente fa. Accade quindi (e non occorrono esempi degli ambienti in cui ciò costituisce la regola del reclutamento) che il meno preparato ottenga un posto che non gli compete, perché ha maggiori e migliori legami familistici e clientelari da poter mobilitare e/o perché la personale situazione materiale gli ha permesso di non disperdersi nel passaggio dal periodo formativo a quello lavorativo.

Il punto è: sarebbe, ciò, imputabile all’idea stessa di merito? Idea che, sia detto per inciso, andrebbe distinta da quella di “meritocrazia”: quest’ultima lascerebbe intendere che l’unico criterio del reclutamento e della gestione delle carriere debba essere il merito, ma sappiamo bene dai corsi e ricorsi storici come anche un principio buono possa – se assolutizzato – trasformarsi in causa di mali e storture al limite irreparabili. Al netto delle condivisibili analisi dei detrattori della meritocrazia e della sua declinazione parodistica – basti pensare ai palliativi dei concorsi liceali per primi della classe o alle non sempre trasparenti procedure di valutazione concorsuale, di cui sa chi frequenta le nostre università, e sulle quali si sta intervenendo con misure al centro di accesi dibattiti – il principio conserva la sua validità e dovrebbe essere oggetto dell’attenzione politica al di là degli stanchi e poco convinti slogan che si levano da ogni parte (specie in campagna elettorale).

In verità, l’unica politica non retorica del merito è quella di garantire una effettiva applicazione proprio dell’articolo 3 della nostra Costituzione: e non si tratta, banalmente, di una questione di “diritto” allo studio. Sacrosanto principio, che necessita però di qualche interpretazione: il discorso andrebbe allargato, infatti, a una serie di condizioni che caratterizzano il panorama formativo-lavorativo del nostro paese e che – se vogliamo consentire al “merito” di emergere in modo corretto, per non farne l’ennesima bandiera di ideologie mal riposte – andrebbero modificate. A partire dal valore legale del titolo di studio e da una decisa valorizzazione delle scuole tecniche e professionali: chi non volesse proseguire negli studi di livello superiore, infatti, ha tutto il diritto a orientarsi verso una professionalità che consenta un inserimento rapido e qualificato nel mondo del lavoro. Ciò contribuirebbe all’abbattimento, almeno parziale, della disoccupazione giovanile, aiuterebbe a creare maggior offerta e nuovi consumi, e ridurrebbe l’esercito di quanti si perdono nel corso degli studi universitari, non di rado intrapresi per pressioni familiari o per inseguire il mito del “pezzo di carta”.

Sono anni che si discute di questi temi nel nostro paese, ma è arrivato il momento di passare ai fatti: è appena il caso di ricordare che le generazioni a rischio hanno maturato un certo credito nei confronti della società, poiché con il minimo investimento su di loro (l’Italia spende in formazione una cifra irrisoria se paragonata a quella del resto d’Europa), e nessuna prospettiva di stabilità economica, riescono comunque a inventarsi un futuro e costituiscono la sola garanzia che esisterà ancora un corpo sociale necessario a garantire la sopravvivenza delle generazioni più vecchie, prima ancora di quelle “giovani”. Ma sin d’ora si può decidere in che modo orientare il futuro immaginato: si può continuare nell’immobilismo, o si può intervenire – con riforme, poche ed efficaci – nella direzione del “merito” – svuotato, va da sé, della retorica con cui in questo paese si finisce troppo spesso per affogare nel fastidio qualunque criterio che imponga uno sforzo di cambiamento, delle pratiche come della mentalità.

 

Federica Buongiorno

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