CROCE E DELIZIE

I miei conti con John Rawls

Nel primo numero dell’anno della rivista “Paradoxa”, Salvatore Veca, in un interessante e per certi aspetti condivisibile saggio, fa dire ad un Immanuel Kant, che dai cieli dà uno sguardo sul mondo d’oggi, queste parole su di me (che onore!): “…Con buona pace del postero Corrado Ocone che stila con puntigliosa acribia sulle gazzette severe pagelle sul tasso di liberalismo, derubricando Rawls con l’accusa singolare di “intellettualismo normativo”.
Credo sia giusto chiarire alcuni punti. Per me non c’è dubbio che Rawls sia un liberale: il “primo principio di giustizia”, a cui nel suo sistema di pensiero tutto è subordinato, è un principio di libertà. Non solo. Se dal piano delle idee si passa ad uno più empirico, non si può non tener presente che egli era una persona perbene, convinto delle sue idee, aperto, direi naturaliter liberale. Quello che io voglio dire è che non credo che la “teoria della giustizia” e la “filosofia” di Rawls possano essere particolarmente utili nell’opera di costruzione di una adeguata e moderna teoria filosofica della libertà. D’altronde, Rawls stesso ha parlato di “liberalismo politico” e non filosofico. Il problema è di capire qual è il pensiero di sfondo, l’orizzonte teoretico, della sua concezione e se sia o meno adeguato ai problemi e alle esigenze del pensiero e del presente. Come ho detto a più riprese, se devo pensare a un liberale per antonomasia che ha operato nel secondo dopoguerra, non penso né a Rawls né ad Hayek: penso a sir Isaiah Berlin (e non a quello del saggio sulle due libertà). Quando poi io parlo di “intellettualismo” ho in mente la distinzione hegeliana, che è per me un caposaldo intellettuale, fra Intelletto (Verstand) e Ragione (Vernunft). Un problema serio, a cui occorrerebbe dedicare un po’ di energia, è quello di capire, come qui stiamo facendo, se c’è un passaggio e di che tipo fra gli “astratti schemi intellettualistici” e la sintesi volitiva o pratica dell’azione politica concreta, cioè, come suol dirsi, fra “teoria” e “prassi”. Ed è un problema che si era posto anche, fra gli altri, Nicola Matteucci. Ammetto infine che alcune mie posizioni sono da me radicalizzate, soprattutto sulle “gazzette”. Ma ciò è funzionale all’operazione di riproposizione di un liberalismo filosofico, cioè speculativo, che, dopo l’ impetuosa e ormai superata “moda accademica” rawlsiana degli ultimi trenta anni, credo mai come oggi attuale. A mio avviso, il liberalismo o si ricongiunge con la grande tradizione filosofica, o muore. E la grande tradizione del pensiero italiano in questa direzione può molto aiutarci.

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