CROCE E DELIZIE

Elogio del compromesso. Una risposta dovuta e parziale a Carlo Scognamiglio

Nel suo intelligente e interessante blog (escargot: http://carloscogna.blogspot.it/), Carlo Scognamiglio ha commentato il mio “elogio del compromesso” pubblicato su “La lettura” del “Corriere della sera” di domenica scorsa. Ora, è con vero piacere che rispondo alle critiche mossemi dall’amico, il quale, da fine filosofo qual è, è andato subito all’essenza del discorso. Ecco, vorrei che le critiche fatte ai miei scritti fossero sempre di tal fatta, che andassero cioè in profondità. Per lo più, invece e purtroppo, si rimane ad un livello superficiale e medio, ove ognuno non fa altro che ribadire in modo inerte le idee che ha sposato. Ovviamente, la istituita liaison fra arte del compromesso e filosofia, per la precisione fra compromesso e logica dialettica, era solo una parte del mio discorso. Capisco che possa essere risultata ai filosofi forzata e non adeguatamente sviluppata, ma in un articolo si può fare solamente cenno ai ragionamenti più essenziali. Provo a sviluppare un po’ ora il mio discorso filosoficamente, come è d’uopo. Caro Carlo, hai ragione: la filosofia sorge sul far della sera, hegelianamente. Chi più di me non ha nessuna difficoltà a sottoscrivere questa idea? E Croce, in un orizzonte di senso non troppo dissimile dal tuo, diceva che “la storia si pensa come necessità e si fa come libertà”. Ma diceva anche, e bisogna dare un senso a questa affermazione, che il giudizio in cui consiste il pensiero è rispetto all’azione “preparante ma non determinante”. Fare la storia con e nella libertà significa andare incontro all’azione particolarizzandosi, creando una fenditura nel tutto-intero della comprensione. Il farsi parte fa nascere nientemeno che la nostra individualità. Eppure, credo che il passaggio dal pensiero all’azione, dal tutto alla parte, non possa essere così netto: un ponte di transito più mediato deve pur esserci. Certo, pensare a un soggetto-sostanza (upokeimenon) ci è rigorosamente vietato dal pensiero. Ma credo che sia indubitabile che il quid che comprende è lo stesso che poi si particolarizza. E se prima è Io trascendentale, poi si fa empirico (è un po’ la dialettica gentiliana logo concreto-logo astratto). Deve però di necessità, nel secondo momento, “conservare” qualcosa del primo. Bene, questo quid per me è la cultura o sensibilità di ognuno (io empirico) di noi. E’ lo “spirito che cresce su se stesso”, attraversandoci. Ciò in concreto cosa significa? Che se sono stato attraversato dall’esperienza della comprensione speculativa vedendo ogni parte come parte di un intero (“il vero è l’intero”), quando poi passo all’azione e mi particolarizzo conservo un po’ di quel “gusto” per la complessità e la non riducibilità che ho conquistato nella prima parte del mio percorso. E che ora dà il tono alla mia sensibilità. Il filosofo non potrà mai essere fino in fondo partigiano. E forse nemmeno un politico, se non dismettendo il suo habitus, schizofrenicamente. Almeno politico non potrà esserlo nel senso in cui Carlo intende la politica. Che però è secondo me un senso parziale. La politica non è solo lotta, ma anche in alcuni individui o in certi momenti della vita di ogni politico arte del governo. Non è un caso che si distingua fra uomini di parte e uomini delle istituzioni. Uomini questi ultimi, si dice, con un forte senso dello Stato. Il filosofo dialettico, per come vedo io le cose, sarà soprattutto un politico di questo secondo tipo. E quindi non potrà essere velleitario, demagogico, astratto. Avrà sempre un senso per la complessità (che ovviamente non va concepita in senso moralistico ma secondo il nesso etico-politico di crociana memoria). Detto questo, ancora due note a margine delle considerazioni di Carlo Scognamiglio. E’ difficile dire come Hegel avrebbe interpretato il nazismo, ma sicuramente si può dire che avrebbe disapprovato idee tipo “l’unicità di Auschwiz” o “Auschwitz è al di fuori della storia”. Anzi, dobbiamo convincerci che l’Olocausto è dentro alla storia della Germania, dell’Europa e dell’Occidente fino al collo. Se non ammettiamo questo, ci precludiamo la possibilità di capirne la genesi, di scoprirne le ragioni, di immetterlo nel processo degli eventi che lo hanno reso possibile. Ma non è solo un fatto di comprensione. Probabilmente, non comprendendo, rischiamo anche di non essere sufficientemente immuni dalla possibilità sempre possibile, diciamo così, che l’evento riaccada (anche se la storia non si ripete chiaramente mai in modo uguale). La seconda nota è una precisazione sul giuramento di fedeltà che il regime fascista chiese ai professori:. Croce non era un docente universitario e quindi non ebbe questo problema, ma Einaudi sì. Alla fine, l’economista piemontese firmò, ma prese una decisione solo dopo che si era espressamente recato a Napoli da Croce per chiedergli un consiglio e conforto. Croce in quell’occasione gli disse che, considerati i rapporti di forza, non era opportuno fare gli eroi e farsi cacciare dall’Università. Da dentro, anzi, sarebbe stato più eficace combattere, in quella situazione, la battaglia antifascista. Questo realismo dell’azione, che pure non transigeva sui principi né si proponeva di capire o “giustificare” l’avversario in sede pratica, non era in Croce forse del tutto slegato dalla sua capacità di pensare e ragionare non per schemi astratti. Cioè dalla sua adesione teoretica alla logica dialettica. Forse. In conclusione non posso non ammettere però che l’intera questione è assai complicata. E va ancora per molto tempo e sotto molteplici aspetti pensata e ripensata.

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