IL SOTTOSCRITTO

Gianni Bonina

Giornalista e scrittore. Vive a Catania. Ha pubblicato saggi di critica letteraria, romanzi, inchieste giornalistiche e reportage. È anche autore teatrale. Scrive su la Repubblica-Palermo.

E se gli onorevoli diventassero aristocratici?

Nella Grecia del 411 a. C. il proposito di abrogare l’indennità per quanti ricoprissero cariche pubbliche dovette passare attraverso un provvedimento di legge preventivo che aboliva le accuse di illegalità cosicché, instaurando un regime di massima libertà di espressione, nessuno dovette rispondere di qualunque proposta avanzasse, anche la più impopolare, sgradita o empia. La legge in forza della quale un esponente politico dovesse svolgere gratuitamente il suo mandato elettorale fu la prima e la più divisiva. Durò ben poco, il tempo che gli oligarchi cadessero e fosse ripristinata la democrazia. La quale reintrodusse il titolo oneroso del mandato elettorale rafforzando così il principio della rappresentanza attiva. Sembra in effetti paradossale che a fare la proposta non fu il partito democratico ma quello oligarchico, per vocazione sempre tentato dalla tirannide ed esso stesso di tipo dispotico. Ma paradossale non è nel convincimento che la rappresentanza attiva può realizzarsi in funzione dell’indipendenza economica.

Gli oligarchi supponevano, a ragione, che rendendo non onerosa ma solo gratificante la carica pubblica, che richiede impegno e costanza oltre che mezzi economici, ne rimanessero esclusi quanti si trovassero nell’impossibilità di lavorare senza guadagnare e di dover spendere per giunta di tasca propria, cosicché soltanto i magnati di Atene avessero l’agio di accedervi. I democratici volevano perciò che chi governasse o facesse parte di un Consiglio o di una magistratura venisse retribuito così da potersi “mettere in aspettativa” e dedicarsi alla polis e al bene comune. Senonché nelle Supplici di Euripide l’araldo chiede come possa il povero, “quand’anche non ignorante, occuparsi della cosa pubblica impegnato com’è in altre occupazioni per vivere?”.

Questa logica contrapposta è arrivata fino a noi dopo un periodo nel quale, in ambito di rappresentanza democratica, il parlamentare esercitava gratuitamente il suo mandato tanto da essere chiamato “onorevole” perché prestato alla politica con l’impegno dei suoi beni. Ma in regime di spending review la spinta a ridurre anche le indennità parlamentari, richieste a gran voce dalla gente, minaccia di ridurre il numero degli aspiranti politici e di esporli a ricatti e tentativi di corruzione. Questa è almeno la tesi, vecchia quanto la democrazia ateniese, dei sostenitori del mandato retribuito, secondo l’equazione per cui quanto più è retribuito tanto più l’eletto è reso libero. I fatti hanno però largamente dimostrato che questa regola non si applica sempre, se corruzioni e concussioni si ripetono indipendentemente dall’ammontare dell’indennità. Anzi pare valere la regola contraria per cui quanto più alta è l’indennità tanto più diffusa diventa la corruzione, perché chi più ha più vuole, onorevoli o no che sia.

L’onorabilità che era un’attribuzione di merito e una qualità è oggi diventata quindi una qualifica di stato sicché onorabile è sinonimo di onorevole, una condizione cioè attuale e non potenziale, da conseguire. Con la degenerazione dell’esercizio di tale potere, la qualifica di onorevole ha via via assunto una connotazione con un’accezione negativa additando una classe, quella politica, riconosciuta come un esempio da non indicare alla paideia civile. Invale in essa la considerazione sempre più diffusa che sia ambita e invidiata non per l’onore che concede di servire lo Stato ma per il privilegio che assicura di una cospicua rendita economica associata a un considerevole esercizio del potere personale. Per questa via è inevitabile che anche lo Stato sia visto alla stregua degli onorevoli: anche perché pure lo Stato, qualunque Stato, ritiene prioritaria la facoltà di incassare soldi da parte dei cittadini rendendosi perciò poco onorevole.

Estremo ma significativo il caso di Basilio II, imperatore di Bisanzio: non tollerò che i sudditi di umili condizioni non pagassero le tasse e quando non poté più applicare nemmeno il principio della responsabilità collettiva in base al quale l’insolvenza di un contadino gravava sul vicino del villaggio, tenuto a pagare per lui, decretò che fossero gli aristocratici a corrispondere per i poveri l’allelengyon, la tassa dei contadini, nulla importandogli che non ci fossero figure più distanti dei nobili ma contando solo sul fatto che potessero farlo. Fu un atto di sperequazione sociale e una prepotenza dettata dalla sete di denaro, ma ottenne di sollevare i poveri e di introdurre un criterio di solidarietà umana. Ora, se fosse recuperato lo spirito originario della carica pubblica, nel senso della sua onorabilità, nessuno penserebbe che fece bene l’imperatore levantino a tartassare i nobili, ma nell’attuale stato di cose l’idea che gli “onorevoli” debbano pagare per gli indigenti rende conducente la soluzione trovata dall’imperatore levantino, giacché gli aristocratici si sono ridotti al pari dei contadini di Bisanzio mentre gli onorevoli hanno preso il loro posto.

Si potrebbe altrimenti prendere esempio dall’antica Atene, dove era lecito l’apragmon, cioè tenersi distante dalla politica, come pensò di fare Euripide, ma era altrettanto lecito a un qualsiasi cittadino di chiedere l’antidosis, cioè lo scambio: imporre a un osservante dell’apragmon un incarico politico e avere il suo patrimonio in caso di rifiuto. In sostanza si potrebbe mandare qualcuno no a lavorare, come si usa oggi gridare ai politici, ma a fare politica volontaria, servire cioè lo Stato. Non funzionerebbe.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *