IL SOTTOSCRITTO

Gianni Bonina

Giornalista e scrittore. Vive a Catania. Ha pubblicato saggi di critica letteraria, romanzi, inchieste giornalistiche e reportage. È anche autore teatrale. Scrive su la Repubblica-Palermo.

Di Maio e Salvini come Blair e Cameron?

Mario Calabresi ha oggi rilevato su Repubblica che se è vero che il M5s ha conquistato il 32,6% dei consensi, è anche vero che il 67,4% degli italiani ha detto no a Di Maio. La stragrande maggioranza degli italiani non vuole dunque un cambiamento visto come un salto nel buio e se è la maggioranza che conta ne discende una preclusione a un governo grillino. Ma del resto nemmeno l’altro partito vincente, la Lega di Salvini, ha avuto il 51%, anzi ha ottenuto quasi la metà dei suffragi grillini. E neppure il centrodestra coalizzato può vantare una rappresentanza maggioritaria. A chi perciò il capo dello Stato deve conferire l’incarico di formare il governo senza favorire una callida junctura che contraddirebbe la volontà popolare? Essa infatti si è manifestata in maniera più netta dell’orientamento che stanno tentando i partiti per il fatto che ha espresso scelte precise nella supposizione che sarebbe mancata, cioè si sarebbe astenuta,se fosse stata indecisa come lo sono adesso i partiti nella ricerca di difficili compromessi in un quadro di veti incrociati. Mattarella ha diverse strade – dal governo di scopo a quello del Colle alle elezioni anticipate – ma sa bene di non potere eludere il bivio nel quale è stato messo, dovendo scegliere tra Di Maio e Salvini come possibile premier o come forza egemone in un governo guidato da terzi. Chi dei due allora merita la preferenza?
La legge elettorale, ispirata a sostegno delle coalizioni sui partiti, sembra suggerire una prima scelta a favore del centrodestra ma non impone al Quirinale, in base alla Costituzione, percorsi obbligati. Nemmeno però costringe il capo dello Stato a tenere conto delle affinità politiche e di programma tra i possibili alleati di governo, assegnandogli il solo obiettivo di costituire una maggioranza numerica capace di avere la fiducia in Parlamento. Mattarella ha quindi più libertà di azione dei partiti, dovendo rispondere agli elettori di eventuali avventatezze o azzardi, com’è l’insensata indicazione data da Grasso di Leu pronto a collaborare con i cinquestelle ed esposto così a farsi superare a sinistra dal Pd che si mostra oggi più intransigente della sua costola nata per essere radicale e integralista.
Epperò Mattarella non può non tenere conto della fondamentale differenza tra un partito e una coalizione, che è uguale a quella che passa tra una stella e una costellazione: la prima è un realtà fisica e tangibile, voluta dalla natura, la seconda un’astrazione virtuale inventata dall’uomo, non esistente ma solo immaginata. Tra un ente vero e un’entità finta Mattarella vorrà affidare le sue aspettative a una nebulosa che di per sé è soggetta a scomporsi per assumere forme diverse, come sarebbe nel caso del centrodestra, messo insieme su un presupposto elettoralistico e non certo politico e tantomeno ideologico? O, come Sparta e Atene che si alleano per combattere i Persiani, loro nemico comune, e poi si fanno la guerra per abbattersi a vicenda riconoscendosi del tutto diversi e ostili, così Forza Italia e Lega si sono coalizzati contro il M5s ma già disputano su leadership o regia e divergono sulle priorità da dare al governo?.
Il presidente della Repubblica sembra intenzionato a vedere quale forma prenderanno il Senato e la Camera, dove una maggioranza nascerà giocoforza, e orientarsi quindi sulla base degli equilibri raggiunti. Sarebbe un errore, perché un governo ha bisogno di una forza di coesione di gran lunga maggiore di una Camera dove il presidente svolge un ruolo super partes e non certo esecutivo mentre il premier è chiamato a scelte tutte di parte e immediatamente operative.
Mattarella deve invece levarsi dalla finestra e mettersi a bussare alla porta dei partiti e, pur non facendo come Napolitano che entrava senza bussare e si metteva seduto, tastare le intenzioni e testare le sue, seguendo il più coerente dei percorsi: incaricare il leader del partito più votato di aprire con il secondo partito trattative per un governo misto di alternanza alla maniera di Cameron e Blair, dividendosi Palazzo Chigi per due anni e mezzo ciascuno sulla base di un programma comune che, fra tutti gli altri, è forse quello più facile da scrivere..Governerebbero due forme di populismo complementari, che però di controllerebbero e limiterebbero a vicenda e che comunque costituiscono l’unico vero fatto nuovo di queste elezioni, espressione della volontà della nazione.

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