IL SOTTOSCRITTO

Gianni Bonina

Giornalista e scrittore. Vive a Catania. Ha pubblicato saggi di critica letteraria, romanzi, inchieste giornalistiche e reportage. È anche autore teatrale. Scrive su la Repubblica-Palermo.

Cinquestelle e la teoria di Merleau-Ponty

I futuri libri di storia che si occuperanno dell’Italia di oggi, arrivati a trattare dei Cinquestelle, scriveranno che in una prima fase erano chiamati “grillini”, dal nome del fondatore del movimento, Beppe Grillo, un comico genovese che sul palco sbeffeggiava il potere politico e che, constatato il consenso che otteneva, decise di fare del suo pubblico il suo popolo e degli spettatori un esercito di seguaci. Grillo divenne il leader del movimento fin quando, nemmeno dieci anni dopo la costituzione, lasciò quello che intanto era diventato un partito per tornare a fare il comico e l’agit-prop. Avrebbe potuto, alle elezioni del 2013 e anche in quelle del 2018, candidarsi al Parlamento, proporsi come premier, correre come sindaco in qualsiasi città, farsi segretario del partito, ma non aspirò ad alcuna carica e prebenda. Nel momento di massimo consenso del movimento, divenuto il primo partito in termini di voti, preferì disimpegnarsi e tornare alla sua attività anche di blogger. La sola volta in cui entrò a Montecitorio per assistere a un dibattito in aula sedette nelle tribune del pubblico cercando di non farsi notare.
L’Italia del tempo non ebbe figure politiche come Grillo, che diede prova di interpretare la politica come servizio, da svolgere per un periodo determinato e senza interessi personali soprattutto economici. La sua militanza portò a concepire istituti mai nemmeno sperimentati come il taglio delle indennità parlamentari a favore del microcredito, il rifiuto dell’idea di coalizione nell’intento di difendere la propria identità, la denuncia senza riserve del malaffare pubblico, la partecipazione alla vita politica attraverso piattaforme telematiche aperte a tutti gli iscritti. La sua rinuncia all’attività diretta di partito coincise con la scelta del nuovo leader Luigi Di Maio di ricercare alleanze utili per costituire maggioranze di governo. Il suo esempio fu seguito da un colonnello del movimento, Alessandro Di Battista, che in concomitanza annunciò la decisione di sospendere il proprio impegno per dedicarsi al perseguimento di interessi privati di tipo culturale sentiti più urgenti e importanti della ricerca del potere.
La maggioranza degli italiani, prima sorpresi di fronte a un fenomeno politico del tutto anticonvenzionale, nel tempo tributarono sempre maggiori consensi al Movimento Cinquestelle che offrì ripetute prove di eterogeneità, culminate con il patto stretto dall’arco tradizionale per una legge elettorale, il Rosatellum, orchestrata per colpire il partito che avesse ottenuto il maggior numero di voti.
Dopo le elezioni del 4 marzo 2018, quando il Movimento rivendicò l’incarico di governo sulla base del successo elettorale, il movimento si attestò a un bivio tra isolazionismo e consociativismo nel quale si impantanò per le lacerazioni emerse tra l’anima grillina originaria e quella più pragmatica che puntava all’assunzione di responsabilità governative attraverso alleanze di necessità. La perdita della spinta di partenza, diretta a indicare un percorso coerente e senza alternative, tanto piaciuta alla maggioranza degli italiani, segnò un’incrinatura e il distacco di Grillo, che prima avocò a sé ogni responsabilità direzionale e poi si ritirò nel suo blog attorno al quale nacque un movimento parallelo ma complementare chiamato “Amici di Beppe Grillo”.
L’esperienza del movimento grillino dimostrò la teoria del filosofo Merleau-Ponty secondo il quale non c’è rivoluzione, quale fu quella tentata dai Cinquestelle, che diventata istituzione non degeneri e non tradisca il movimento che l’aveva ispirata, giacché le rivoluzioni sono vere come movimento e false come partito. Cinquestelle era nato, nelle intenzioni di Grillo, come forza politica di opposizione. Divenuta maggioranza e puntando di conseguenza al potere esecutivo, inevitabilmente si sfigurò. Gli italiani non volevano in realtà una nuova maggioranza, ma una nuova opposizione. L’eccesso di consenso significò un successo che volendo dare più forza alla minoranza mise invece le basi per un progetto di governo che nessuno voleva.

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