CROCE E DELIZIE

Caro Bersani, liberismo non è una brutta parola. E non ha nulla a che vedere con il neoliberismo

Pier Luigi Bersani ha parlato, a proposito dell’alleanza sancita con Vendola e Nencini attorno a una “Carta di intenti”, della nascita di un polo “democratico e progressista”, di un’ alleanza alternativa al “liberismo, al berlusconismo e al populismo”. Lasciando stare per un momento il discorso filosofico, che mi porterebbe a dire che il progresso è un concetto ingenuo e la democrazia non è per sé un valore, osservo che anche politicamente il progressismo e il democraticismo connotano in modo molto tradizionale, e quindi novecentesco, una forza di sinistra. Ma ancora più scivoloso, se non vago, è poi, a mio avviso, l’accenno al populismo. Per non dire di quello al berlusconismo, di cui pure qualche volta in queste noterelle occorrerà parlare in maniera meno superficiale di quanto fa il discorso politico e, ahimé, anche quello politologico. Quello che genera seri problemi, sia teorici sia soprattutto politici, è però il termine liberismo. Forse Bersani intendeva scagliarsi non contro di esso ma più in particolare contro la sua versione parodistica, quella che ha avuto fortuna negli ultimi trenta anni. Ma allora, per non generare equivoci, andava usato il più corretto termine di “neoliberismo”. Almeno che l’equivoco non sia stato cercato per dare un contentino simbolico al più forte, ma comunque impresentabile, fra i suoi alleati. Come diceva quel tale: a pensar male….A questo punto sento però già qualcuno che mi dice: ma come fai ad essere liberista se il tuo maestro Croce non lo è stato affatto. E anzi ha accuratamente distinto il liberalismo dal liberismo sancendo la superiorità del primo sul secondo? Ora, all’obiettatore io risponderei in questo modo: Croce non è stato liberista, ma nemmeno si può dire che sia stato statalista; egli semplicemente ha combattuto ogni fissismo concettuale e pratico, l’idea che un sistema economico possa essere sempre buono, in sé, a prescindere dalle concrete situazioni storiche e politiche in cui si cala. In una concezione di “storicismo assoluto”, cioè in cui la “realtà è storia e niente altro che storia”, non c’è posto, non può esserci, per nulla che pretenda di essere “naturale”, di aderire in maniera definitiva ad una pretesa realtà ultima delle cose. Croce avrebbe sicuramente combattuto il neoliberismo, cioè il liberismo fattosi metafisica, ma non certo quelle politiche liberiste che, in alcuni determinati frangenti, sono non solo utili ma necessarie (e ad avviso di chi scrive il momento storico che vive l’Italia è uno di questi).  Ma sia chiaro: il rapporto fra liberismo e neoliberismo non va concepito semplicemente come il rapporto fra un liberismo buono e uno cattivo, bensì come il rapporto fra due opposti. Il neoliberismo, voglio dire, è certo una estremizzazione del principio liberistico, ma è come se questo principio estremizzandosi diventasse il suo contrario. Celiando si potrebbe dire che è forse giunto il tempo di dare ragione a Engels, che, come è noto, nella sua Dialettica della natura, parlava di “conversione della quantità in qualità”. Più seriamente si deve invece dire che Luigi Einaudi aveva intuito se non proprio colto questo carattere di alcuni principi, soprattutto di quelli attinenti la libertà umana: passando una determinata soglia, quello che egli chiamava “punto critico”, essi diventano altro da sé. Questo factum impone senza dubbio una riflessione filosofica, che prima o poi dovremmo pur fare, sul concetto di limite. Ma impone anche, da un punto di vista teorico e pratico al tempo stesso, la riconsiderazione del rapporto fra liberismo, mercato, concorrenza da una parte e potere dall’altro. Che il potere costituito, in primis quello dello Stato, debba intervenire se necessario è giusto non solo per il motivo che si è detto, cioè la messa in scacco teorica di ogni ideale fissistico. Lo è anche perché praticamente, ad un certo punto, è necessario far sì che le forze vitali che muovono il mercato non si autocontraddicano come tendono a fare e come, lasciate a sé, sicuramente farebbero. E’ come se lo Stato intervenisse allora per favorire quel mercato da cui a prima vista sembrerebbe lontano. Ma cosa c’entri questo discorsi con la presenza qui e ora in Italia di uno stato tanto mastodontico e burocratico quanto improduttivo, un vero Moloch il cui scopo principale sembra quello di autoalimentarsi e autoriprodursi, non è dato sapere. E a chi confonde i diversi piani del discorso bisogna pur dire che egli non fa operazione di verità, ma dà corpo col suo dire a un ennesimo sofisma. E’ poi necessario che qualcuno avverta Bersani che liberismo non è una brutta parola. E che liberisti furono e si dissero molti pensatori di sinistra: da Gobetti a Rosselli fino a Ernesto Rossi.

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