IL SOTTOSCRITTO

Gianni Bonina

Giornalista e scrittore. Vive a Catania. Ha pubblicato saggi di critica letteraria, romanzi, inchieste giornalistiche e reportage. È anche autore teatrale. Scrive su la Repubblica-Palermo.

Camilleri, la predica inutile di Aldo Grasso

Aldo Grasso, uno che stravede o non vede niente, parla di camillerismo e montalbanismo (o montanalbismo, come dice lui) per dire di un manierismo che pervaderebbe autore e personaggio, facendoci entrare per soprammercato pure il romanzo “La mossa del cavallo” trasposto in televisione e finendo per chiedersi se maniera non sia persino “il gioco dei dialetti” mutuato dal film. Nella sua visione tutto ciò penalizzerebbe Camilleri che dovrebbe contenere le sue apparizioni in televisione e forse cambiare registro, tuttavia arriva a chiedersi come si fa a muovere accuse così pesanti a un prodotto letterario e televisivo di tanto successo. La risposta che si dà è questa: compito del critico è fare prediche inutili e cercare di asciugare il mare con un bicchiere. Infatti: per cui il discorso potrebbe chiudersi qui e lasciare Grasso ai suoi magrissimi incubi, se quanto ha detto circa il manierismo non induca a ragionarci tanticchia sopra, come direbbe Camilleri.
Escluso che il pontificatore nazionale volesse riferirsi alla moda secentesca dell’imitazione dei modelli artistici classici, per derivare la supposizione di un Camilleri rifacitore di esperienze pregresse, perché anche lui sarà stato informato che Camilleri ha inventato una scuola che semmai è stata imitata da chi è venuto dopo, è da supporre che parli di manierismo intendendo indicare un congegno narrativo che si serve di ficelles fatte per dare la goffaggine e la cascaggine: come inchiodare Totò e Charlot ai loro mezzi comici nel momento stesso in cui piuttosto, suscitando la risata, castigant ridendo mores e definiscono un carattere umano e una condizione sociale. Con la differenza che Camilleri non vuole indurre affatto alcun effetto da commedia dell’arte quanto addurre la riflessione, quando non anche l’indignazione, di fronte al vittoriniano “dolore del mondo offeso”..
Che ciò avvenga con dosi più o meno forti di umorismo, dopotutto satira e sarcasmo, è il risultato di una legge di narratologia che Grasso non conosce: mai raccontare la compassione con la compassione perché si otterrebbe la risata, giusto quanto ci ha insegnato Pirandello sulla teoria del sentimento del contrario, giacché per suscitare la commozione è più efficace – e molto più difficile –  valersi dell’umorismo e dissacrare laddove si voglia sacralizzare. L’intera opera di Camilleri è compresa dentro questa sfera, a cominciare dall’uso del dialetto, talché non c’è un solo suo romanzo o racconto che possa dirsi di genere comico e non sia anzichenò tanto più amaro e dolente quanto più sia intessuto di un tono leggero, sfottente, spiritoso e brioso. E’ nella cultura siciliana – ma questo Grasso non può saperlo – il genere della “tragediatura” che richiede l’inganno, la maschera, l’antifrasi perché una condotta fallace porti al risultato sperato entro un gioco delle parti dove serio e faceto devono confondersi in un contrasto molte volte permanente.
Grasso parla di manierismo per additare gli aspetti caricaturali e quindi stancanti e noiosi dei personaggi e delle situazioni camilleriane. E come tutti i critici che si sono occupati di Camilleri pur non avendolo letto – o, se lo hanno fatto, dandogli una scorsa, Grasso si è affidato alla vulgata, all’opinione ricevuta e naturalmente alla televisione, il suo totem. Infatti non è il romanzo che contesta ma il film trasmesso da Raiuno, dopo il quale ha perciò indossato il laticlavio del censore e invitato Camilleri a una lunga astensione. Certo, è facile rivoltare a lui lo stesso invito, visto che da più pezza sciorina i suoi giudizi tranchant pretendendo pure di essere nel vero, ma qui conta fargli notare che quella a lui sembrata una trasposizione televisiva di tipo manieristico e cioè caricaturale è stata invece una forma di adattamento che può dirsi geniale. Quanto manca al romanzo, perché non poteva se non a rischio di banalizzarsi, lo ha il film grazie a una trovata che quota senz’altro il regista Gianluca Maria Tavarelli. E la trovata è quella del “western siciliano”, una versione del western all’italiana fatta di primi piani, campi ravvicinati, musiche da saloon o da prateria, clima sospeso, personaggi come il delegato di polizia ricavati dalla galleria dei ceffi, donne sans merci come Trisina, manigoldi perbenisti qual è l’avvocato del capomafia sembiante del padrone aguzzino del villaggio.
A Grasso questo traitment non è piaciuto, non perché avrebbe tradito lo spirito del romanzo quanto per aver invece tradito il genere western canonico facendo manierismo con l’assumere pure il dialetto a ron ron di un deprecato d’après: senza rendersi conto che è proprio questo il fulminante fatto nuovo, l’aver dato a un modello cinematografico storicamente nazionale un formato anche regionale proprio quanto il western veniva dalla political correctness relegato in archivio. Il western all’italiana è rivissuto in quello siciliano, un avvenimento da salutare con gioia anziché bollare con acrimonia.
Quando Camilleri diceva di sentirsi emozionato nell’attesa della sua messa in onda intendeva proprio questo: l’aver visto un proprio romanzo diventare film esaltandone la portata e le suggestioni, proprio perché non c’è stato un solo episodio della serie Tv di Montalbano che, al contrario, sia valso il romanzo dal quale è stato tratto. Questo rapporto legittima l’idea che Camilleri ha sempre avuto, ma detta a voce bassa, della superiorità dei suoi romanzi storici rispetto al ciclo del commissario. E finalmente la televisione, realizzando “La mossa del cavallo”, ha riportato la misura nello stato delle cose. Ma Aldo Grasso non l’ha capito e forse nemmeno immaginato.

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