L'ASINO DI BURIDANO

Massimo Parodi

Professore di Storia della filosofia medievale all'Università Statale di Milano.

Belzebù

Penso sia stato una delle poche persone che, per qualche anno della gioventù, sono riuscito a odiare. Era tutto ciò che non siamo e ciò che non vogliamo, sul piano filosofico, politico, sociale. E questo mi disturbava molto, in primo luogo perché sotto sotto ammiravo la sua ironia e – confesso – anche il suo cinismo e, in secondo luogo, perché non sopporto l’odio che, come altri sentimenti – la gelosia ad esempio – è un modo di sentire metafisico, secondo cui quello che si realizza per un attimo nella vita o nella storia avrebbe un valore assoluto, stabile, eterno.
E invece tutto scorre e anche i simboli del male sbiadiscono, perdono la loro urgenza e la loro forza. L’unica cosa che non gli perdono è di avermi fatto sentire per qualche momento un sentimento di cui mi vergogno.
Agostino insegna che occorre guardare le cose dalla giusta distanza per poter afferrare il quadro d’insieme

Ma a questo proposito supponiamo che un tale abbia la vista tanto limitata che in un pavimento a mosaico il suo sguardo possa percepire soltanto le dimensioni di un quadratino per volta. Egli rimprovererebbe all’artista l’imperizia nell’opera d’ordinamento e composizione nella convinzione che le diverse pietruzze sono state maldisposte. Invece è proprio lui che non può cogliere e rappresentarsi in una visione d’insieme i pezzettini armonizzati in una riproduzione d’unitaria bellezza. (De ordine 1.1.4.)

Le singole tessere del mosaico possono anche essere vuote, nere, brutte, ma vanno guardate da lontano. Non mi sento per questo costretto a trasformare il mio odio di allora in qualcosa che assomigli alla simpatia o, tanto meno, all’amore, però non si può – credo non si debba – odiare una tessera del mosaico e sono perciò anche in totale disaccordo con quanto ha da poco dichiarato Diliberto, evidentemente orfano della metafisica:

Rimpiango quel mondo in cui vi erano contrapposizioni forti di pensieri forti e strutturati e oggi del tutto scomparso.

Nel corso degli anni, nel lessico politico italiano, grazie a Craxi, era diventato Belzebù e allora oggi, a poche ore dalla sua scomparsa, gli dedico un passo di un altro grande medievale e auguro a Giulio Andreotti di avere raggiunto il suo ruscello:

Luogo è là giù da belzebù remoto
tanto quanto la tomba si distende,
che non per vista, ma per suono è noto
d’un ruscelletto che quivi discende
per la buca d’un sasso, ch’elli ha roso,
col corso ch’elli avvolge, e poco pende.
(Inferno, 34, 127-132)

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