CROCE E DELIZIE

Ancora sulla verità. Riepilogo

Vorrei ritornare sull’aureo libretto di Simone Weil pubblicato in questi giorni da Castelvecchi. Per rimarcare ancora una volta e ancora di più il concetto di verità che ne emerge. In sostanza, a mo’ di riepilogo, anche per procedere più speditamente oltre, sottolineo i seguenti sei punti:
1. La verità esiste. Ogni relativismo va battuto in breccia.
2. La verità è una “luce interiore”, è autoevidente.
3. La verità esige una fedeltà assoluta, esclusiva: non tollera commistione di elementi spuri. Essa, detto altrimenti, ha un “presupposto” (con mille virgolette) patico: esige cioè un animo puro, una “mente sgombra” da altre passioni, l’onestà intellettuale.
4. Il concetto della verità è meramente formale (trascendentale, se si crede). Ciò significa che la verità esiste (1), ma non come Verità assoluta, definitiva, ipostatica, metafisica (Senza andare troppo per il sottile, semplificando e banalizzando al massimo, richiamando un dibattito attuale si può dire che sono nel torto sia i seguaci del postmodernismo sia quelli del “nuovo realismo”).
5. La verità non è, ma si fa. Ciò significa che essa è assolutamente im-presupposta, im-pregiudicata (e quindi spre-giudicata). Essa si crea nel processo stesso della comprensione, nel mentre si comprende. Né prima (non tollera pre-giudizi o “pensieri prestabiliti”), né dopo (non si fonda su un semplice processo induttivo). Credo che nessuno meglio di Giovanni Gentile abbia espresso questo carattere della verità, questo suo essere processo, il suo costituirsi nell’Atto puro del pensiero, come pensiero pensante che annulla nel suo dispiegarsi ogni pensiero pensato.
6. Il fatto che la verità sia formale significa che essa si riempie di contenuti concreti di volta in volta, nelle concrete sintesi conoscitive e pratico-volitive. La verità è storica, condizionata, situata (veritas filia temporis). Il giudizio, che è la forma della conoscenza, e cioè del darsi della verità, è la sintesi di idea e tempo, concetto e storia.

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