CROCE E DELIZIE

Alcuni spunti bibliografici su Collingwood e Oakeshott

“Si pensa in genere che, a differenza degli storici tedeschi ed italiani, gli storici inglesi non abbiano elaborato una filosofia della storia e neppure costruito varie scuole che propongono diverse interpretazioni sulla natura dell’indagine storiografica” Così esordisce un saggio pubblicato nel 1957 da Hayden V. White, che è probabilmente il maggior teorico della storia oggi operante nel mondo anglosassone (è nato nel 1928 nel Tennessee e negli ultimi anni ha insegnato a San Diego all’Università della California). Nel suo saggio, di cui esiste una traduzione italiana, Hayden V.. White dimostra che anche l’Inghilterra ha avuto nel Novecento una tradizione di teoria della storiografia degna di nota. E ai due maggiori rappresentanti di essa è appunto dedicato il suo paper: Collingwood and Toynbee: transition in English Historical Thought, English Miscellany 8:147-178 (1957). L’autore, che, dopo un suo influente volume sulla “metastoria” del 1973, ha abbracciato una prospettiva in vago senso “postmodernista”, si era formato, negli anni Cinquanta, sugli autori del neoidealismo italiano, conservando sempre un’attenzione costante nei loro confronti.

La traduzione del saggio di White si trova in un volume pubblicato a Napoli nel 2010 (edizioni Scriptaweb), a cura di Clementina Gily Reda e Maria Rosario Persico: Arte e formazione: Collingwood, Gentile, Croce ed altri studi. La prima parte del libro, composta di quattro saggi, è interamente dedicata a Collingwood. Oltre al saggio di White e a quelli di Gily Reda e Rik Peters, ce ne è uno che approfondisce i rapporti, più stretti che con Croce stesso, del filosofo inglese con l’autore della Storia del liberalismo europeo da lui tradotta in inglese per Cambridge nel 1925: Collingwood e de Ruggiero: Una corrispondenza filosofica. Connelly è uno dei tre curatori (gli altri sono Peter Johnson e Stephen Leach) di un Companion dedicato a Collingwood che uscirà a novembre per l’ editore Continuum. Il volume sancirà in maniera definitiva, direi, il nuovo interesse per il pensiero di Collingwood nel mondo anglosassone. Una conferma dopo il riscontro, suffragato di importanti recensioni, della biografia di Fred Inglis uscita due anni fa: History Men: The Life of r.G. Collingwood, Princeton University Press, 2013 (il decimo e ultimo capitolo è dedicato proprio alla Collingwood’s Resurrection). A dare una spinta propulsiva al recupero del pensiero collingwoodiano, e in genere di quello degli idealisti inglesi, è senza dubbio il “British Idealism and Collingwood Centre”, che ha sede da qualche anno presso l’Università di Cardiff nel Galles. Direttore del Centro è David Boucher, uno dei più quotati docenti inglesi di Filosofia politica, studioso di Collingwood e Oakeshott (che a ragione contestava fra l’altro l’espressione “filosofia politica”) e curatore, fra l’altro, insieme a Paul Kelly, che insegna alla London School of Economics, di una diffusa storia del pensiero politico della Oxford University Press: Political Thinkers. From Socrates to Present. Per quanto concerne invece i rapporti fra Collingwood da una parte e Hans George Gadamer e Quentin Skinner dall’altra, di cui mi occupo nella prefazione alla nuova edizione italiana dell’ Autobiografia (Castelvecchi), molto utile è interessante è un saggio recente che non ho potuto citare perché l’ho  conosciuto solo in queste settimane: Historicity as methodology or hermeneutics: Collingwood’s influence on Skinner and Gadamer di Kenneth B. McIityre, “Journal of the Philosophy of History” 2 (2): 138 166 (2008). Per quanto concerne invece Oakeshott, nel citato volume della Oxford sui pensatori politici c’è un capitolo di Boucher su di lui, molto ben fatto (pp.516-536). Interessante per i discorsi che faccio in questo blog è il primo paragrafo intitolato: Philosofical Idealism as the Background Theory. Il paper va vivamente consigliato come rapida ma attendibile introduzione al pensiero di Oakeshott. Al pari, direi, di quello, altrettanto ben fatto, dedicato al pensatore inglese da Giovanni Giorgini nel bel volume Liberalismi eretici (Edizioni Goliardiche di Trieste, 1999, pp).Interessante è infine Oakeshott as liberal, che si trova nell’antologia di scritti di John Gray, l’influentissimo allievo di Berlin, pubblicata da Penguin qualche stagione fa col simpatico titolo di Gray’s Anatomy. .

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