IL SOTTOSCRITTO

Gianni Bonina

Giornalista e scrittore. Vive a Catania. Ha pubblicato saggi di critica letteraria, romanzi, inchieste giornalistiche e reportage. È anche autore teatrale. Scrive su la Repubblica-Palermo.

Abbate attacca Camilleri. Per invidia e con superficialità

Invidia a parte (comprensibile quando un altro scrittore diventa ricco e celeberrimo), cosa ha indotto Fulvio Abbate a menare su Linkiesta (un sito molto poco corretto di serie B) una filippica contro Andrea Camilleri svilendolo a propalatore di stereotipi siciliani e dunque a piccolo e opportunista autore? La risposta è probabilmente nel tono stesso della sua tremebonda intemerata, un tono ben documentato in chi osservi un fenomeno e ne rimanga sconcertato perché non lo conosce. Come la stragrande maggioranza dei critici italiani, anche Abbate (che critico letterario non è) non recensisce l’opera ma censisce l’operato di Camilleri e lo fa con un’acredine tale da fare supporre il fatto
personale.
Secondo la sua visione, il successo di Camilleri sarebbe da ricondurre a una teoria che lo stesso Abbate ha poi eliminato intervenendo di nuovo sul testo già pubblicato, rendendosi conto di averla detta grossa: la proliferazione della sua produzione. Come se fosse la produzione, quanto più alta, a determinare la fortuna di un prodotto quale che sia. Sicché Simenon avrebbe dovuto fermarsi a cento titoli, quelli scritti da Camilleri, per ottenere con minor fatica lo stesso successo?
Quel che Abbate non ha cancellato – e bene avrebbe fatto – è stata la qualifica di “depotenziato” attribuita a Camilleri rispetto a Sciascia, nel presupposto che Sciascia sia la comune unità di misura per cui ogni autore debba essere valutato secondo la distanza da lui e l’obbedienza al suo canone: quando in realtà è stato sempre lo stesso Camilleri a dirsi del tutto diverso dall’amato Sciascia, suo irrequieto discepolo ma ancora di più allievo ligio di Pirandello. Quanto poi all’uso del dialetto, che per Abbate è anch’esso depotenziato e che nascerebbe dall’odio, il malmostoso scrittore palermitano – non avendo, come tutta la critica italiana, letto Camilleri o avendolo letto poco e malissimo – non si è accorto che il dialetto di Camilleri (sempre in bocca all’autore e quasi mai ai personaggi: aspetto questo decisivo per distinguere il dromenon dal legomenon, l’azione dalla descrizione) non risponde a un supposto e indimostrato statuto celiniano che ne farebbe uno strumento di espressione dell’odio, ma si ispira a un canone più autenticamente siciliano entro
il quale la parlata vernacolare viene usata tra persone in confidenza o che si riconoscano
dello stesso grado sociale, cosicché Camilleri – certamente un contastorie di incontestabile affabulazione – si esprime in dialetto (ma attenzione: è il dialetto borghese, l’unico ammesso da Sciascia) per stabilire con il lettore un rapporto intimo che è oggettivamente congeniale alla narrazione di gomito e indiscreta, cioè a voce alta qual è quella orale. Non è un caso che Camilleri rilegga i suoi testi a qualche ascoltatore anziché farglieli leggere: proprio per verificarne la resa parlata e con essa la tenuta dialettale.
L’operazione narratologica compiuta da Camilleri in forma del tutto sperimentale e innovativa è piuttosto alla base del suo successo, ancor più grande perché – a differenza di Gadda, Fogazzaro e Chiara, interpreti del sentimento provinciale continentale di natura drammatica – lo scrittore siciliano ha posto il suo dialetto al servizio del comico, come ha fatto Pirandello in due sue commedie, Liolà e Il ciclope.
C’è poi la mafia, che per Abbate è da Camilleri ridotta a un souvenir. Capita a tutti gli scrittori siciliani, Sciascia compreso, di essere corrivi con Cosa nostra. E’ vero che Camilleri né dà una recensione più che una rappresentazione, ma si tratta di un deficit comune a tutti gli autori della generazione precedente al pentitismo, quando la mafia si  oteva solo immaginare più che interpretare per cui erano i narratori a darne una visione che era una prefigurazione. Dopo Buscetta non sono stati più gli scrittori a poter parlare di mafia ma i saggisti, i giornalisti e gli storici.
Ciò comunque non può portare a parlare di Camilleri alla stregua di un folclorista che dipinga la mafia dei colori dei carretti siciliani. Da ragazzo Camilleri ha conosciuto mafiosi
veri, si è trovato nel mezzo di una sparatoria in un bar e ha dato della natura dei mafiosi una delle migliori spiegazioni di sempre, riferendo di un boss secondo il quale il vero mafioso non è quello che convince un altro a ubbidire sotto il tiro di una pistola ma chi ottiene lo stesso risultato semplicemente con la persuasione.
Un vero infortunio è infine la bocciatura di Montalbano perché “incapace di giungere alle
vette wagneriane del racalmutese”: accostamento che sarebbe stato possibile quando Sciascia avesse realizzato un ciclo poliziesco, sempreché fosse stato lui il faro da prendere in riferimento volendo scrivere un giallo e non quelli che Camilleri ha invece mutuato, dal Maigret di Simenon al Carvalho di Montalban. Direbbe Camilleri che Abbate si è “amminchiato” con Sciascia. Lo porta in giro come un santino da baciare senza rendersi conto che gli sta bruciando tra le mani.

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